Atti degli Apostoli 4:1-37

4  Mentre i due parlavano alla folla, arrivarono i sacerdoti, il capitano del tempio+ e i sadducei,+  irritati perché gli apostoli insegnavano al popolo e annunciavano la risurrezione di Gesù dai morti.*+  Perciò li afferrarono* e li tennero sotto custodia+ fino al giorno dopo, perché era già sera.  Comunque, molti di quelli che avevano ascoltato il discorso credettero, e il numero degli uomini salì a circa 5.000.+  Il giorno dopo i capi, gli anziani e gli scribi si radunarono a Gerusalemme  insieme al capo sacerdote Anna,+ a Caiàfa,+ a Giovanni, ad Alessandro e a tutti quelli che erano parenti del capo sacerdote.  Fecero portare Pietro e Giovanni in mezzo a loro e li interrogarono chiedendo: “Con quale potere o nel nome di chi avete fatto questo?”+  Allora Pietro, pieno di spirito santo,+ disse loro: “Capi del popolo e anziani,  se oggi veniamo interrogati riguardo a un’opera buona fatta a un uomo storpio+ perché volete sapere chi lo ha guarito,* 10  sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che ciò è avvenuto nel nome di Gesù Cristo il Nazareno,+ che voi metteste al palo+ ma che Dio ha risuscitato dai morti.+ È mediante lui* che quest’uomo è qui sano davanti a voi. 11  Lui è ‘la pietra che da voi costruttori non è stata tenuta in nessun conto e che è diventata la testa dell’angolo’.+ 12  E non c’è salvezza in nessun altro, perché non c’è sotto il cielo nessun altro nome+ che sia stato dato agli uomini mediante cui dobbiamo essere salvati”.+ 13  Notando la franchezza di Pietro e Giovanni e rendendosi conto che erano uomini illetterati e comuni,+ si meravigliarono. E capirono che erano stati con Gesù.+ 14  Vedendo in piedi lì con loro l’uomo che era stato guarito,+ non ebbero nulla da replicare.+ 15  Allora comandarono loro di uscire dalla sala del Sinedrio e iniziarono a consultarsi, 16  dicendo: “Che cosa ne facciamo di questi uomini?+ Perché, in effetti, mediante loro è avvenuto un segno degno di nota, evidente a tutti gli abitanti di Gerusalemme,+ e noi non possiamo negarlo. 17  Ma, affinché la cosa non si diffonda ancora di più fra il popolo, minacciamoli dicendo loro di non parlare più a nessuno nel nome di quell’uomo”.+ 18  Allora li richiamarono e ordinarono loro di non parlare né insegnare nel nome di Gesù. 19  Ma Pietro e Giovanni risposero: “Se è giusto davanti a Dio ubbidire a voi anziché a Dio, giudicatelo voi.+ 20  Quanto a noi, non possiamo smettere di parlare delle cose che abbiamo visto e sentito”. 21  Quindi, dopo averli minacciati di nuovo, li liberarono, sia perché non avevano trovato nessuna base per punirli sia a motivo del popolo,+ visto che tutti glorificavano Dio per ciò che era successo. 22  L’uomo che era stato guarito con quel miracolo aveva infatti più di 40 anni. 23  Una volta liberati, andarono dai loro compagni e riferirono ciò che avevano detto loro i capi sacerdoti e gli anziani. 24  Dopo averli ascoltati, i presenti alzarono unitamente le loro voci a Dio e dissero: “Sovrano Signore, tu sei colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi.+ 25  Per mezzo dello spirito santo hai detto per bocca del nostro antenato Davide,+ tuo servitore: ‘Perché le nazioni sono in tumulto e i popoli hanno meditato* cose vane? 26  I re della terra hanno preso posizione e i governanti si sono radunati come un sol uomo contro Geova e contro il suo unto’.+ 27  Ed effettivamente Erode e Ponzio Pilato+ si sono radunati in questa città insieme agli uomini delle nazioni e ai popoli d’Israele contro il tuo santo servitore Gesù, che tu hai unto,+ 28  per fare quello che la tua mano e la tua volontà* avevano prestabilito che accadesse.+ 29  E ora, Geova, osserva come ci minacciano e concedi ai tuoi schiavi di continuare ad annunciare la tua parola con grande coraggio, 30  mentre stendi la mano per compiere guarigioni e mentre segni e prodigi avvengono+ per mezzo del nome del tuo santo servitore Gesù”.+ 31  Quando ebbero terminato la loro supplica, il luogo in cui erano radunati tremò, e furono tutti pieni di spirito santo+ e si misero ad annunciare la parola di Dio con coraggio.+ 32  Inoltre la moltitudine di quelli che avevano creduto aveva un solo cuore e una sola anima; nemmeno uno di loro considerava sue le cose che possedeva, ma avevano ogni cosa in comune.+ 33  Gli apostoli continuavano con grande vigore a rendere testimonianza riguardo alla risurrezione del Signore Gesù,+ e a tutti loro era mostrata immeritata bontà in grande misura. 34  Infatti fra loro non c’era nessuno nel bisogno,+ perché tutti quelli che possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato della vendita 35  e lo depositavano ai piedi degli apostoli;+ questo veniva poi distribuito a ciascuno in base alle sue necessità.+ 36  Allora Giuseppe, dagli apostoli soprannominato Bàrnaba+ (che tradotto significa “figlio di conforto”), un levita originario di Cipro, 37  vendette il pezzo di terra che possedeva e consegnò il denaro depositandolo ai piedi degli apostoli.+

Note in calce

O “la risurrezione dai morti nel caso di Gesù”.
O “li arrestarono”. Lett. “misero su di loro le mani”.
O “salvato”.
O forse “in questo nome”.
O “tramato”.
O “consiglio”.

Approfondimenti

capitani del tempio Il testo greco qui legge solo “capitani”, mentre in Lu 22:52 legge “capitani del tempio”, il che indica a che tipo di capitani si fa riferimento. Qui in Lu 22:4 “del tempio” è stato aggiunto per chiarezza. Luca è l’unico a menzionare questi ufficiali (At 4:1; 5:24, 26). Una delle loro mansioni era quella di dirigere le guardie del tempio. Potrebbero essere stati tra coloro che concordarono con Giuda il modo di far apparire legale l’arresto pianificato di Gesù.

i due Lett. “loro”, cioè Pietro e Giovanni.

il capitano del tempio Nel I secolo questa carica ufficiale, menzionata anche in At 5:24, 26, era ricoperta da un sacerdote che per autorità era secondo al sommo sacerdote. Il capitano del tempio era il responsabile dei sacerdoti che prestavano servizio nel tempio. Manteneva anche l’ordine all’interno e all’esterno del tempio attraverso un gruppo di leviti che costituiva una sorta di corpo di polizia. Capitani subalterni soprintendevano alle attività dei leviti che, in qualità di guardie, aprivano le porte del tempio la mattina e le chiudevano la sera, ne custodivano il tesoro, si accertavano che nessuno entrasse nelle aree vietate e di solito si assicuravano che fosse mantenuto l’ordine tra la folla. Esistevano 24 divisioni di leviti, ciascuna delle quali prestava servizio a turno per una settimana due volte all’anno e probabilmente aveva il suo capitano che rendeva conto al capitano del tempio. I capitani del tempio erano uomini influenti. Sono menzionati insieme ai capi sacerdoti che cospirarono per far mettere a morte Gesù. La notte in cui Gesù fu tradito, i capitani del tempio andarono con i loro uomini armati ad arrestarlo (Lu 22:4 [vedi approfondimento], 52).

anziani Nella Bibbia il termine greco presbỳteros si riferisce principalmente a coloro che hanno una posizione di autorità e di responsabilità all’interno di una comunità o di una nazione. Anche se a volte denota l’età anagrafica (come in Lu 15:25 e At 2:17), presbỳteros non indica solo chi è avanti con gli anni. Qui si riferisce ai capi della nazione giudaica, spesso menzionati insieme a capi sacerdoti e scribi. Il Sinedrio era composto da una rappresentanza di questi tre gruppi (Mt 21:23; 26:3, 47, 57; 27:1, 41; 28:12; vedi Glossario).

capo sacerdote Anna e [...] Caiafa Luca indica che Giovanni Battista iniziò il suo ministero ai giorni in cui il sacerdozio ebraico era sotto l’influenza di due uomini molto potenti. Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36. Nel 29 il sommo sacerdote era Caiafa, ma Anna poteva comunque essere chiamato “capo sacerdote” a motivo della sua posizione di rilievo (At 4:6; Gv 18:13, 24).

capo sacerdote Anna Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 E.V. da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36. (Vedi approfondimento a Lu 3:2.) Anna è “il capo sacerdote” menzionato in Gv 18:19. (Vedi Gv 18:13.) La stessa parola greca (archierèus) poteva essere usata in riferimento sia al sommo sacerdote in carica sia a un importante esponente del sacerdozio, incluso un sommo sacerdote deposto. (Vedi Glossario, “capo sacerdote”.)

Caiafa O “Caifa”. Fu nominato sommo sacerdote dai romani e conservò l’incarico più a lungo di tutti gli immediati predecessori grazie alla sua abile diplomazia. Venne nominato intorno al 18 E.V. e rimase in carica fino al 36 circa. Fu lui a interrogare Gesù e a consegnarlo a Pilato (Mt 26:3, 57; Gv 11:49; 18:13, 14, 24, 28). Questo è l’unico punto del libro degli Atti in cui viene menzionato per nome. Altrove in Atti se ne parla semplicemente come del “sommo sacerdote” (At 5:17, 21, 27; 7:1; 9:1).

il Nazareno Appellativo usato per Gesù e successivamente per i suoi discepoli (At 24:5). Dato che erano molti gli ebrei che si chiamavano Gesù, era comune aggiungere una specifica che permettesse di identificare la persona; nei tempi biblici era consuetudine associare qualcuno al suo luogo di origine (2Sa 3:2, 3; 17:27; 23:25-39; Na 1:1; At 13:1; 21:29). Gesù visse buona parte della sua vita a Nazaret, in Galilea, quindi era naturale usare questo appellativo nei suoi confronti. Gesù venne chiamato “il Nazareno” in varie situazioni e da persone diverse (Mr 1:23, 24; 10:46, 47; 14:66-69; 16:5, 6; Lu 24:13-19; Gv 18:1-7). Gesù stesso accettò e usò questo nome (Gv 18:5-8; At 22:6-8). La scritta in ebraico, in latino e in greco che Pilato pose sul palo di tortura diceva: “Gesù il Nazareno, il re dei giudei” (Gv 19:19, 20). Dalla Pentecoste del 33 in poi gli apostoli, e anche altri, spesso parlarono di Gesù come del Nazareno o indicarono che era di Nazaret (At 2:22; 3:6; 4:10; 6:14; 10:38; 26:9; vedi anche approfondimenti a Mt 2:23).

messo al palo Questa è la prima delle oltre 40 occorrenze del verbo greco stauròo nelle Scritture Greche Cristiane. Il verbo è affine al sostantivo stauròs, reso “palo di tortura”. (Vedi approfondimenti a Mt 10:38; 16:24; 27:32 e Glossario, “palo”; “palo di tortura”.) Il verbo stauròo è usato nella Settanta in Est 7:9, dove è riportato l’ordine di appendere Aman a un palo alto oltre 20 m. Nel greco classico significava “piantare pali”, “proteggere con palizzate”.

il Nazareno Vedi approfondimento a Mr 10:47.

metteste al palo Vedi approfondimento a Mt 20:19 e Glossario, “palo”; “palo di tortura”.

la testa dell’angolo O “la principale pietra angolare”, “la pietra più importante”. “Testa dell’angolo” è la traduzione letterale dell’espressione ebraica riportata in Sl 118:22 e di quella greca qui presente. Anche se l’espressione è stata intesa in diversi modi, sembra che si riferisca alla pietra posta in cima all’angolo di un edificio, laddove si congiungono due muri, per garantire che questi rimangano uniti. Gesù citò questa profezia e la applicò a sé stesso, indicando che era lui “la testa dell’angolo”. Come la pietra più alta di un edificio è bene in vista, così Gesù Cristo è la pietra che corona l’unta congregazione cristiana, paragonata a un tempio spirituale.

la testa dell’angolo O “la principale pietra angolare”. (Vedi approfondimento a Mt 21:42.)

franchezza O “coraggio”, “assenza di paura”. Il termine greco parresìa può anche essere reso “fiducia” e “libertà di parola” (1Gv 5:14; nt.; At 28:31). Questo sostantivo e il verbo affine (parresiàzomai), spesso reso “parlare [o “predicare”, “dire”] con coraggio [o “liberamente”]”, ricorrono varie volte nel libro degli Atti e trasmettono una caratteristica che contraddistinse la predicazione dei primi cristiani (At 4:29, 31; 9:27, 28; 13:46; 14:3; 18:26; 19:8; 26:26).

illetterati Anche se il termine greco usato qui (agràmmatos) può significare “analfabeta”, in questo contesto si riferisce probabilmente a coloro che non erano stati istruiti nelle scuole rabbiniche. Sembra che nel I secolo la maggior parte degli ebrei sapesse leggere e scrivere, in parte perché le sinagoghe erano la sede di molte scuole. Come Gesù, però, Pietro e Giovanni non avevano studiato nelle scuole rabbiniche. (Confronta Gv 7:15.) L’élite religiosa dei giorni di Gesù riteneva che queste scuole fossero l’unico luogo in cui si poteva ricevere una formazione religiosa. Senza dubbio i sadducei e i farisei credevano che Pietro e Giovanni non fossero in grado di insegnare e spiegare la Legge. Inoltre, entrambi venivano dalla Galilea, regione i cui abitanti erano per lo più contadini, pastori e pescatori. I capi religiosi e altri che erano originari di Gerusalemme e della Giudea evidentemente disprezzavano chi veniva dalla Galilea e consideravano Pietro e Giovanni “illetterati” e “comuni” (Gv 7:45-52; At 2:7). Ma Dio non li vedeva in quel modo (1Co 1:26-29; 2Co 3:5, 6; Gc 2:5). Prima di morire, Gesù aveva dato a loro e agli altri discepoli una preparazione e un addestramento considerevoli (Mt 10:1-42; Mr 6:7-13; Lu 8:1; 9:1-5; 10:1-42; 11:52). E dopo essere stato risuscitato, continuò a insegnare ai suoi discepoli per mezzo dello spirito santo (Gv 14:26; 16:13; 1Gv 2:27).

nella sala del loro Sinedrio O “nel loro Sinedrio”. Il Sinedrio era la corte suprema giudaica che si trovava a Gerusalemme. Il termine greco synèdrion (reso “sala del Sinedrio” o “Sinedrio”) deriva da una parola che significa “con”, “insieme”, e una che significa “seggio”. Anche se era un termine generico usato per indicare un’assemblea o una riunione, in Israele poteva designare un organo giudiziario, un tribunale religioso. Il termine greco può riferirsi alle persone che componevano la corte stessa oppure all’edificio o al luogo in cui la corte si riuniva. (Vedi approfondimento a Mt 5:22 e Glossario, “Sinedrio”; per la possibile ubicazione della sala del Sinedrio, vedi App. B12.)

sala del Sinedrio O “Sinedrio”. (Vedi approfondimento a Lu 22:66.)

miracolo O “segno”. Qui il termine greco semèion, spesso reso “segno”, si riferisce a un evento miracoloso che costituisce una prova del sostegno divino.

Sovrano Signore Il sostantivo greco despòtes ha fondamentalmente il senso di “signore”, “padrone”, “proprietario” (1Tm 6:1; Tit 2:9; 1Pt 2:18). Quando è usato come appellativo rivolto a Dio — come in questo versetto, in Lu 2:29 e Ri 6:10 — viene reso “Sovrano Signore” per denotare l’eccellenza del suo dominio. Altre traduzioni usano rese come “Signore”, “Padrone” o “Regnante (Padrone, Signore) assoluto”. Qui alcune traduzioni in ebraico delle Scritture Greche Cristiane usano il termine ebraico ʼAdhonài (Sovrano Signore), ma almeno una di queste ha il Tetragramma.

il Cristo O “l’Unto”, “il Messia”. Il titolo “Cristo” deriva dal termine greco Christòs ed equivale a “Messia” (dall’ebraico mashìach); entrambi i titoli significano “Unto”. (Vedi approfondimento a Mt 1:1 e l’approfondimento il Cristo di Geova in questo versetto.)

il Messia O “l’Unto”. La parola greca Messìas (traslitterazione dell’ebraico mashìach) ricorre solo due volte nelle Scritture Greche Cristiane. (Vedi Gv 4:25.) Il verbo ebraico da cui deriva il titolo mashìach è mashàch, che significa “spalmare o cospargere (di un liquido)” e “ungere” (Eso 29:2, 7). Nei tempi biblici sacerdoti, governanti e profeti venivano cerimonialmente unti con olio (Le 4:3; 1Sa 16:3, 12, 13; 1Re 19:16). Qui in Gv 1:41, il titolo “Messia” è seguito da una spiegazione: che, tradotto, significa “Cristo”. Il titolo “Cristo” (in greco Christòs) ricorre più di 500 volte nelle Scritture Greche Cristiane ed equivale a “Messia”; entrambi i titoli significano “Unto”. (Vedi approfondimento a Mt 1:1.)

che tu hai unto O “che tu hai fatto Cristo [o “Messia”]”. Il titolo Christòs (Cristo) viene dal verbo chrìo, che è usato qui. Letteralmente chrìo si riferisce al versare olio su qualcuno. Nelle Scritture Greche Cristiane è usato solo in senso sacro e figurato, e si riferisce all’azione con cui Dio sceglie (o separa, apparta) una persona e le affida un incarico speciale da svolgere sotto la Sua guida. Questo verbo greco ricorre anche in Lu 4:18, At 10:38, 2Co 1:21 e Eb 1:9. Un altro verbo greco (alèifo) si riferisce all’applicazione in senso letterale di olio o unguenti sul corpo, che ad esempio si usavano dopo essersi lavati o si impiegavano come medicamento oppure nella preparazione di una salma per la sepoltura (Mt 6:17; Mr 6:13; 16:1; Lu 7:38, 46; Gc 5:14).

Geova Nell’originale ebraico di Sl 2:2, qui citato, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). (Vedi App. C.)

il suo unto O “il suo Cristo”, “il suo Messia”. Il termine greco qui usato è Christòs, dal quale deriva il titolo “Cristo”. In Sl 2:2, qui citato, compare il corrispondente termine ebraico, mashìach (“unto”). Da questo termine deriva il titolo “Messia”. (Vedi approfondimenti a Lu 2:26; Gv 1:41; At 4:27.)

che tu hai unto O “che tu hai fatto Cristo [o “Messia”]”. Il titolo Christòs (Cristo) viene dal verbo chrìo, che è usato qui. Letteralmente chrìo si riferisce al versare olio su qualcuno. Nelle Scritture Greche Cristiane è usato solo in senso sacro e figurato, e si riferisce all’azione con cui Dio sceglie (o separa, apparta) una persona e le affida un incarico speciale da svolgere sotto la Sua guida. Questo verbo greco ricorre anche in Lu 4:18, At 10:38, 2Co 1:21 e Eb 1:9. Un altro verbo greco (alèifo) si riferisce all’applicazione in senso letterale di olio o unguenti sul corpo, che ad esempio si usavano dopo essersi lavati o si impiegavano come medicamento oppure nella preparazione di una salma per la sepoltura (Mt 6:17; Mr 6:13; 16:1; Lu 7:38, 46; Gc 5:14).

Geova Nell’originale ebraico di Sl 2:2, qui citato, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). (Vedi App. C.)

Geova Le parole di questo versetto fanno parte di una preghiera rivolta al “Sovrano Signore” (At 4:24b), espressione che rende il greco despòtes e che si riferisce a Dio anche in una preghiera in Lu 2:29. Nella preghiera che si trova qui in Atti, Gesù è definito “il tuo santo servitore” (At 4:27, 30). La preghiera dei discepoli include una citazione di Sl 2:1, 2, dove ricorre il nome divino. (Vedi approfondimento a At 4:26.) Inoltre, la richiesta rivolta a Geova in relazione alle minacce del Sinedrio (osserva come ci minacciano) contiene termini simili a quelli usati in preghiere riportate nelle Scritture Ebraiche, come ad esempio in 2Re 19:16, 19 e Isa 37:17, 20, dove ricorre il nome divino. (Vedi App. C3 introduzione; At 4:29.)

prodigi O “portenti”, “presagi”. Nelle Scritture Greche Cristiane il termine originale tèras ricorre sempre insieme a semèion (“segno”), ed entrambi i termini vengono usati al plurale (Mt 24:24; Gv 4:48; At 7:36; 14:3; 15:12; 2Co 12:12). Fondamentalmente tèras si riferisce a qualsiasi cosa che impressiona o suscita meraviglia. Quando si riferisce chiaramente a qualcosa che fa presagire quello che succederà in futuro, ha anche il senso di “presagio”.

prodigi O “portenti”, “presagi”. (Vedi approfondimento a At 2:19.)

ebbero terminato la loro supplica O “ebbero terminato la loro fervida preghiera [o “implorazione”]”. Il verbo greco dèomai si riferisce all’azione di rivolgere una preghiera sincera e particolarmente sentita. Il sostantivo affine dèesis (“supplica”) è definito “richiesta umile e sincera”. Nelle Scritture Greche Cristiane il sostantivo è usato esclusivamente in riferimento a invocazioni rivolte a Dio. “Con forti grida e lacrime”, anche Gesù “offrì suppliche e richieste a colui che poteva salvarlo dalla morte” (Eb 5:7). L’uso del plurale “suppliche” indica che Gesù invocò Geova più volte. Ad esempio, nel giardino di Getsemani pregò ripetutamente e con fervore (Mt 26:36-44; Lu 22:32).

la parola di Dio Questa espressione ricorre molte volte nel libro degli Atti (At 6:2, 7; 8:14; 11:1; 13:5, 7, 46; 17:13; 18:11). Qui si riferisce al messaggio cristiano che proviene da Geova Dio e che dà risalto all’importante ruolo di Gesù Cristo nella realizzazione del Suo proposito.

aveva un solo cuore e una sola anima Questa espressione descrive l’unità e la sintonia che regnavano nella moltitudine di quelli che erano diventati credenti. In Flp 1:27 l’espressione “con una sola anima” potrebbe anche essere resa “con un unico obiettivo” o “come un sol uomo”. Nelle Scritture Ebraiche l’espressione “un solo cuore” è usata in 1Cr 12:38, nt., e 2Cr 30:12, nt., per denotare unità d’intenti e d’azione. Inoltre, i termini “cuore” e “anima” sono spesso menzionati insieme per indicare la persona interiore nella sua totalità (De 4:29; 6:5; 10:12; 11:13; 26:16; 30:2, 6, 10). L’espressione greca che compare qui in At 4:32 è usata in modo simile e potrebbe essere resa “[tra loro c’era] piena unanimità di pensiero e di obiettivi”. Questo era in armonia con la preghiera in cui Gesù chiese che i suoi discepoli fossero uniti nonostante le loro diversità (Gv 17:21).

immeritata bontà Vedi Glossario.

figlio di In ebraico, aramaico e greco, “figlio di” può indicare una qualità o caratteristica predominante che distingue una persona o descrive un gruppo di persone. Ad esempio, in De 3:18 “uomini valorosi” letteralmente sarebbe “figli di abilità”. In Gb 1:3 “orientali” alla lettera è “figli dell’Oriente”. L’espressione “buono a nulla” che ricorre in 1Sa 25:17 traduce l’originale “figlio di belial”, ovvero “figlio di inutilità”. Nelle Scritture Greche Cristiane coloro che seguono una certa linea di condotta o manifestano certe caratteristiche sono definiti con espressioni come “figli dell’Altissimo”, “figli della luce e figli del giorno” e “figli della disubbidienza” (Lu 6:35; 1Ts 5:5; Ef 2:2).

figlio di conforto O “figlio d’incoraggiamento”. Si tratta della traduzione del soprannome Barnaba, dato a uno dei discepoli che si chiamavano Giuseppe. Visto che Giuseppe era un nome comune fra gli ebrei, forse gli apostoli gli diedero il nome Barnaba per praticità. (Confronta At 1:23.) L’espressione “figlio di” era a volte usata per indicare una qualità o caratteristica predominante che distingueva una persona. (Vedi l’approfondimento figlio di in questo versetto.) A quanto pare il soprannome “figlio di conforto” metteva in evidenza la spiccata capacità che Giuseppe aveva nel dare incoraggiamento e conforto. Luca riferisce che Giuseppe (Barnaba) fu mandato nella congregazione di Antiochia di Siria e lì “incoraggiò” i fratelli (At 11:22, 23). Il verbo greco che in At 11:23 viene reso “incoraggiare” (parakalèo) è affine al termine greco per “conforto” (paràklesis) usato in At 4:36.

Galleria multimediale

Sinedrio
Sinedrio

La corte suprema giudaica era chiamata Grande Sinedrio ed era composta da 71 membri; aveva sede a Gerusalemme. (Vedi Glossario, “Sinedrio”.) Secondo la Mishnàh, il Sinedrio sedeva a semicerchio su tre file; due segretari registravano le decisioni della corte. Alcuni degli aspetti architettonici di questa immagine si basano su una struttura scoperta a Gerusalemme e considerata da alcuni l’aula di consiglio del I secolo. (Vedi App. B12, cartina “Gerusalemme e dintorni”.)

1. Sommo sacerdote

2. Membri del Sinedrio

3. Accusato

4. Segretari