Atti degli Apostoli 13:1-52

13  Nella congregazione di Antiòchia c’erano profeti e maestri:+ Bàrnaba,+ Simeone che era chiamato Nìger,* Lucio di Cirène, Manaèn che era stato istruito con Erode,+ e Sàulo.  Mentre servivano Geova e digiunavano, lo spirito santo disse: “Riservatemi Bàrnaba e Sàulo+ per l’opera a cui li ho chiamati”.+  Allora, dopo aver digiunato e pregato, posero su di loro le mani e li lasciarono partire.  Così questi uomini, mandati dallo spirito santo, scesero a Selèucia e di là salparono per Cipro.  Arrivati a Salamìna, si misero a proclamare la parola di Dio nelle sinagoghe dei giudei. Con loro avevano anche Giovanni come aiutante.*+  Dopo aver attraversato tutta l’isola fino a Pafo, trovarono un giudeo di nome Bar-Gesù, stregone e falso profeta  che era con il proconsole Sergio Paolo, un uomo intelligente. Quest’ultimo fece chiamare Bàrnaba e Sàulo perché desiderava ascoltare la parola di Dio.  Ma Elìma, lo stregone (così infatti si traduce il suo nome), fece loro opposizione, cercando di distogliere il proconsole dalla fede.  Allora Sàulo, chiamato anche Paolo, pieno di spirito santo, lo guardò fisso 10  e disse: “Uomo pieno di ogni tipo di frode e malvagità, figlio del Diavolo,+ nemico di tutto ciò che è giusto, quando smetterai di distorcere le giuste vie di Geova? 11  Ecco, la mano di Geova è su di te: sarai cieco e per un periodo di tempo non vedrai la luce del sole”. All’istante fitta nebbia e tenebre caddero su di lui, e andava in giro cercando qualcuno che lo guidasse tenendolo per mano. 12  Quando vide ciò che era accaduto, il proconsole diventò credente, stupito dall’insegnamento di Geova. 13  Paolo e i suoi compagni salparono quindi da Pafo e arrivarono a Perga,+ in Panfìlia. Ma Giovanni+ li lasciò e tornò a Gerusalemme.+ 14  Loro comunque andarono oltre Perga e arrivarono ad Antiòchia+ di Pisìdia. Di Sabato entrarono nella sinagoga+ e si misero a sedere. 15  Dopo la lettura pubblica della Legge e dei Profeti,+ i capi della sinagoga mandarono a dire loro: “Uomini, fratelli, se avete qualche parola d’incoraggiamento per il popolo, ditela”. 16  Allora Paolo si alzò e, facendo un cenno con la mano, disse: “Uomini, israeliti e tutti voi che temete Dio, ascoltate. 17  L’Iddio di questo popolo d’Israele scelse i nostri antenati; esaltò il popolo quando viveva da straniero in Egitto e lo fece uscire da quel paese con braccio potente.*+ 18  E per circa 40 anni li sopportò nel deserto.+ 19  Dopo aver distrutto sette nazioni nel paese di Cànaan, assegnò loro il paese in eredità.+ 20  Tutto questo nell’arco di circa 450 anni. “Dopo ciò diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele.+ 21  In seguito chiesero un re,+ e Dio diede loro Sàul, figlio di Chis, uomo della tribù di Beniamino,+ per 40 anni. 22  Dopo averlo rimosso, suscitò come loro re Davide,+ riguardo al quale rese testimonianza dicendo: ‘Ho trovato Davide, figlio di Iesse,+ uomo gradito al mio cuore,+ che farà tutto quello che desidero’. 23  Secondo la sua promessa, dalla discendenza di quest’uomo Dio ha fatto venire per Israele un salvatore, Gesù.+ 24  Prima del suo arrivo, Giovanni aveva predicato pubblicamente a tutto il popolo d’Israele il battesimo in simbolo di pentimento.+ 25  Ma mentre Giovanni stava per portare a termine il suo incarico, diceva: ‘Chi pensate che io sia? Ebbene, non lo sono.*+ Ma, ecco, dopo di me viene uno al quale io non sono degno di slacciare i sandali’.+ 26  “Uomini, fratelli, voi discendenti di Abraamo e tutti voi che pure temete Dio, a noi è stato mandato il messaggio* di questa salvezza.+ 27  Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi non lo hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno adempiuto le cose dette dai Profeti,+ cose che vengono lette ad alta voce ogni Sabato. 28  Pur non trovando nessuna base* per metterlo a morte,+ chiesero a Pilato che fosse giustiziato.+ 29  E dopo aver adempiuto tutte le cose scritte riguardo a lui, lo calarono giù dal palo e lo deposero in una tomba.+ 30  Ma Dio lo risuscitò dai morti,+ 31  e per molti giorni apparve a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme. Questi sono ora suoi testimoni davanti al popolo.+ 32  “Noi vi dichiariamo dunque la buona notizia riguardo alla promessa fatta ai nostri antenati. 33  Dio l’ha interamente adempiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù,+ come è scritto nel secondo salmo: ‘Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato’.+ 34  Il fatto che lo abbia risuscitato dai morti perché non debba mai più tornare alla corruzione,* lo aveva dichiarato in questo modo: ‘Vi esprimerò l’amore leale che ho promesso a Davide e che è fedele’.*+ 35  E in un altro salmo dice anche: ‘Non permetterai che il tuo leale subisca la corruzione’.*+ 36  Quanto a Davide, servì Dio nella sua generazione, si addormentò nella morte, fu sepolto con i suoi antenati e subì la corruzione.+ 37  Invece colui che Dio ha risuscitato non ha subìto la corruzione.+ 38  “Sappiate, fratelli, che tramite lui vi viene proclamato il perdono dei peccati,+ 39  e che tramite lui chiunque crede è dichiarato innocente riguardo a tutte le cose,+ cose riguardo alle quali non potevate essere dichiarati innocenti tramite la Legge di Mosè.+ 40  Perciò state attenti che non vi accada quello che è detto nei Profeti: 41  ‘Guardate, voi che mostrate disprezzo, meravigliatevi e sparite, perché compio un’opera ai vostri giorni, un’opera a cui non credereste nemmeno se qualcuno ve la raccontasse nei particolari’”.+ 42  Mentre uscivano, la gente li pregò di parlare di quelle stesse cose il Sabato seguente. 43  Quando fu sciolta l’assemblea della sinagoga, molti dei giudei e dei proseliti che adoravano Dio seguirono Paolo e Bàrnaba; questi parlarono loro esortandoli a rimanere degni dell’immeritata bontà di Dio.+ 44  Il Sabato seguente quasi tutta la città si riunì per ascoltare la parola di Geova. 45  Quando i giudei videro le folle, furono pieni di gelosia e iniziarono a contraddire in modo blasfemo le cose che Paolo diceva.+ 46  Allora Paolo e Bàrnaba dissero loro con coraggio: “Era necessario che la parola di Dio fosse annunciata prima a voi.+ Ma siccome la respingete e non vi ritenete degni della vita eterna, ecco, noi ci rivolgiamo alle nazioni.+ 47  Geova ce l’ha infatti comandato con queste parole: ‘Ti ho costituito luce delle nazioni, affinché tu porti la salvezza fino ai confini della terra’”.+ 48  Sentendo questo, quelli delle nazioni si rallegrarono e glorificarono la parola di Geova, e tutti quelli che avevano la giusta disposizione per ricevere la vita eterna diventarono credenti. 49  E la parola di Geova si diffondeva in tutto il paese. 50  Ma i giudei istigarono le donne in vista che temevano Dio e gli uomini più importanti della città, e scatenarono una persecuzione+ contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal proprio territorio. 51  Questi scossero la polvere dai loro piedi contro di loro e andarono a Icònio.+ 52  E i discepoli erano pieni di gioia+ e di spirito santo.

Note in calce

O “Negro”.
O “servitore”.
Lett. “alto”.
O “diceva: ‘Non sono ciò che pensate io sia’”.
Lett. “parola”.
O “colpa”.
O “corpo corruttibile”.
O “degno di fiducia”, “sicuro”.
O “decomposizione”.

Approfondimenti

Erode Cioè Erode Antipa, figlio di Erode il Grande. (Vedi Glossario.)

che governava la Galilea Lett. “il tetrarca”. Il termine “tetrarca” significa “governante di un quarto”, cioè del quarto di una provincia. Designava il governatore di un territorio minore o un principe locale che ricopriva quella carica con il permesso delle autorità romane. La tetrarchia di Erode Antipa comprendeva Galilea e Perea. (Confronta approfondimento a Mr 6:14.)

Erode Lett. “Erode il tetrarca”, principe o governante di un territorio per conto dell’imperatore romano. (Vedi approfondimenti a Mt 14:1.)

servizio sacro O “servizio pubblico”. Il sostantivo greco leitourgìa qui usato e i termini affini leitourgèo (“svolgere un servizio pubblico”) e leitourgòs (“servitore pubblico”, “lavoratore pubblico”) erano usati nel mondo classico in riferimento a un lavoro o servizio compiuto per lo Stato o le autorità civili e a beneficio della comunità. Ad esempio, in Ro 13:6 si legge che le autorità secolari “svolgono un servizio pubblico” (in greco è presente il plurale di leitourgòs) per Dio, nel senso che provvedono servizi utili per la comunità. Il modo in cui Luca usa qui questo termine riflette l’uso che ne viene fatto nella Settanta, dove il verbo e i relativi sostantivi si riferiscono spesso al servizio svolto dai sacerdoti e dai leviti (Eso 28:35; Nu 8:22). Il servizio presso il tempio era sia un servizio pubblico svolto per il bene del popolo sia un servizio sacro, dato che i sacerdoti levitici insegnavano la Legge di Dio e offrivano sacrifici che coprivano i peccati del popolo (2Cr 15:3; Mal 2:7).

servivano O “servivano pubblicamente”. Il verbo greco leitourgèo qui usato e i termini affini leitourgìa (“servizio pubblico”, “ministero pubblico”) e leitourgòs (“servitore pubblico”, “lavoratore pubblico”) erano usati dagli antichi greci in riferimento a un lavoro o servizio compiuto per lo Stato o le autorità civili e a beneficio della comunità. Ad esempio, in Ro 13:6 si legge che le autorità secolari “svolgono un servizio pubblico” (in greco è presente il plurale di leitourgòs) per Dio, nel senso che provvedono servizi utili per la comunità. In Lu 1:23 (vedi approfondimento) il termine leitourgìa è reso “servizio sacro” (o “servizio pubblico”) ed è usato in riferimento a Zaccaria, padre di Giovanni Battista. In quel versetto l’uso di leitourgìa riflette il modo in cui la Settanta usa questo e termini affini per il servizio dei sacerdoti e dei leviti nel tabernacolo (Eso 28:35; Nu 1:50; 3:31; 8:22) e nel tempio (2Cr 31:2; 35:3; Gle 1:9, 13; 2:17). Era quindi implicata l’idea di un servizio svolto per il bene del popolo. Comunque in alcuni contesti era inclusa l’idea di santità, dato che i sacerdoti levitici insegnavano la Legge di Dio (2Cr 15:3; Mal 2:7) e offrivano sacrifici che coprivano i peccati del popolo (Le 1:3-5; De 18:1-5). Qui in At 13:2 il verbo greco leitourgèo è usato in senso più ampio per descrivere le attività che i profeti e i maestri cristiani svolgevano nella congregazione di Antiochia di Siria. Si riferisce ai vari atti di devozione a Dio e alle diverse forme di servizio a lui reso, inclusi aspetti del ministero cristiano come la preghiera, la predicazione e l’insegnamento. Il ministero svolto da questi profeti e maestri includeva senza dubbio la predicazione (At 13:3).

servivano Geova Il verbo greco leitourgèo (“servire”) usato in questo versetto compare spesso in punti della Settanta in cui l’originale ebraico presenta il nome divino. Ad esempio, l’espressione greca che si trova qui in At 13:2 è usata nella Settanta come resa dell’espressione ebraica per “servono Geova” in 2Cr 13:10 e per “servite Geova” in 2Cr 35:3 (1Sa 2:11; 3:1; Ez 45:4; Gle 2:17).

Seleucia Città fortificata sul Mediterraneo che serviva come porto per Antiochia di Siria e sorgeva circa 20 km a SO di questa. Le due città erano collegate da una strada e dall’Oronte, fiume navigabile che passava per Antiochia e sfociava nel Mediterraneo poco più a S di Seleucia. La città fu fondata da uno dei generali di Alessandro Magno, Seleuco I (Nicatore), che le diede il suo stesso nome. Accompagnato da Barnaba, nel 47 circa Paolo salpò da Seleucia all’inizio del suo primo viaggio missionario. Seleucia sorgeva poco più a N dell’odierna Süveydiye, o Samandag, in Turchia. Depositi alluvionali dell’Oronte hanno trasformato l’antico porto di Seleucia in una palude. (Vedi App. B13.)

salparono per Cipro Si trattava di una traversata di oltre 100 miglia nautiche (ca. 200 km). In un giorno un’imbarcazione del I secolo riusciva a coprire una distanza di un’ottantina di miglia (ca. 150 km) se i venti erano favorevoli, mentre in condizioni avverse poteva volerci molto di più. Barnaba era nativo di Cipro. (Vedi App. B13.)

Marco Dal latino Marcus. Marco era il nome romano del “Giovanni” menzionato in At 12:12. Sua madre, Maria, viveva a Gerusalemme e fu una dei primi discepoli. Giovanni Marco era “cugino di Barnaba” (Col 4:10), di cui fu compagno di viaggio. Marco viaggiò anche con Paolo e altri missionari cristiani del I secolo (At 12:25; 13:5, 13; 2Tm 4:11). Anche se nessun punto del Vangelo specifica chi lo mise per iscritto, scrittori del II e del III secolo attribuiscono questo Vangelo a Marco.

Salamina Salamina, situata sulla costa orientale di Cipro, era la città adatta da cui iniziare il giro di predicazione sull’isola, anche se la capitale romana era Pafo, sulla costa occidentale. Salamina era più vicina al punto di partenza di quel viaggio missionario, nei pressi di Antiochia di Siria, e rappresentava il centro della cultura, dell’istruzione e del commercio. Ospitava una consistente comunità ebraica e aveva più di una sinagoga. Essendo nativo di Cipro, Barnaba fu senza dubbio un’ottima guida per il gruppo. Non si conosce l’itinerario esatto del giro di predicazione sull’isola, ma quegli uomini potrebbero aver percorso a piedi almeno 150 km. (Vedi App. B13.)

Giovanni Ovvero Giovanni Marco, discepolo di Gesù, “cugino di Barnaba” (Col 4:10) e scrittore del Vangelo di Marco. (Vedi approfondimento a Mr titolo.) È chiamato Giovanni anche in At 13:13, ma gli altri tre versetti di Atti che lo menzionano aggiungono “soprannominato Marco”, il suo nome romano (At 12:12, 25; 15:37). Giovanni è l’equivalente italiano del nome ebraico Ieoanan (o Ioanan), che significa “Geova ha mostrato favore”, “Geova è stato benigno”. In altri punti delle Scritture Greche Cristiane questo discepolo è chiamato Marco (Col 4:10; 2Tm 4:11; Flm 24; 1Pt 5:13).

proconsole Titolo del governatore di una provincia posta sotto la giurisdizione del senato romano. Altre province romane, come la Giudea, erano province imperiali e dipendevano direttamente dall’imperatore, il quale nominava un governatore. Cipro era diventata una provincia senatoria nel 22 a.E.V. ed era quindi governata da un proconsole. È stata rinvenuta una moneta proveniente da Cipro che ha sul diritto l’effigie e il titolo (in latino) dell’imperatore romano Claudio e sul rovescio la dicitura (in greco) “Sotto Cominio Proclo, proconsole dei ciprioti”. (Vedi Glossario.)

Saulo Significa “chiesto [a Dio]”. Saulo, noto anche con il nome romano Paolo, era “della tribù di Beniamino, ebreo nato da ebrei” (Flp 3:5). Aveva la cittadinanza romana fin dalla nascita (At 22:28), quindi potrebbe essere logico concludere che siano stati i suoi genitori ebrei a dargli il nome romano Paolo (Paulus), che significa “piccolo”. È probabile che sin dall’infanzia avesse entrambi i nomi. I suoi genitori potrebbero averlo chiamato Saulo per vari motivi. Per tradizione Saulo, o Saul, era un nome importante tra i beniaminiti perché il primo re che regnò su tutto Israele, un beniaminita, si chiamava Saul (1Sa 9:2; 10:1; At 13:21). Oppure i suoi genitori potrebbero aver scelto questo nome a motivo del significato. Un’altra possibilità è che il padre si chiamasse Saulo, e secondo la tradizione al figlio maschio veniva dato il nome del padre. (Confronta Lu 1:59.) Indipendentemente da quale fosse il motivo per cui ricevette questo nome ebraico, Saulo lo avrà usato quando si trovava con altri ebrei, e soprattutto nel periodo in cui studiò per diventare fariseo e visse come tale (At 22:3). Per più di un decennio dopo la sua conversione al cristianesimo continuò a essere chiamato principalmente con il suo nome ebraico (At 11:25, 30; 12:25; 13:1, 2, 9).

Saulo, chiamato anche Paolo Da questo momento in poi Saulo viene chiamato Paolo. L’apostolo era ebreo, ma aveva fin dalla nascita la cittadinanza romana (At 22:27, 28; Flp 3:5). Quindi è probabile che sin da piccolo avesse sia il nome ebraico Saulo sia il nome romano Paolo. Non era insolito che gli ebrei di quel tempo, soprattutto quelli che non vivevano in Israele, avessero due nomi (At 12:12; 13:1). Anche alcuni parenti di Paolo avevano nomi romani o greci (Ro 16:7, 21). Essendo “apostolo delle nazioni”, Paolo ricevette l’incarico di dichiarare la buona notizia ai non ebrei (Ro 11:13). A quanto pare decise di usare il suo nome romano; avrà forse pensato che fosse più adatto (At 9:15; Gal 2:7, 8). Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che avesse scelto il nome romano in onore di Sergio Paolo, il che sembra improbabile dato che continuò a farsi chiamare Paolo anche dopo aver lasciato Cipro. Altri hanno ipotizzato che Paolo avesse evitato il suo nome ebraico perché in greco si pronunciava in modo simile a un termine greco che si riferiva a una persona (o un animale) che si pavoneggia mentre cammina. (Vedi approfondimento a At 7:58.)

Paolo Nel testo originale delle Scritture Greche Cristiane il nome Pàulos (dal latino Paulus), che significa “piccolo”, ricorre 157 volte in riferimento all’apostolo e una volta in riferimento al proconsole di Cipro Sergio Paolo (At 13:7).

vie di Geova Quello che Paolo disse allo stregone ebreo Bar-Gesù (riportato nei vv. 10-11) include varie espressioni che affondano le loro radici nelle Scritture Ebraiche. Un esempio è l’espressione greca qui resa “distorcere le [...] vie”, che nella Settanta compare in Pr 10:9 (“rende tortuose le [...] vie”). Un altro esempio è costituito dalle parole dell’espressione “le giuste vie di Geova”, che compaiono anche nella resa della Settanta di Os 14:9, versetto in cui nell’originale ebraico è presente il nome divino (“le vie di Geova sono rette”).

mano di Geova Nelle Scritture Ebraiche ricorre spesso un’espressione equivalente, che è una combinazione del termine ebraico per “mano” e del Tetragramma. (Alcuni esempi si trovano in Eso 9:3; Nu 11:23; Gdc 2:15; Ru 1:13; 1Sa 5:6, 9; 7:13; 12:15; 1Re 18:46; Esd 7:6; Gb 12:9; Isa 19:16; 40:2; Ez 1:3.) Nella Bibbia il termine “mano” è di frequente usato in senso metaforico per indicare “potenza”. Dato che la mano concretizza la potenza del braccio, “mano” può anche trasmettere l’idea di “potenza all’opera”. L’espressione greca qui resa “mano di Geova” si trova anche in Lu 1:66 e At 13:11. (Vedi approfondimenti a Lu 1:6, 66.)

mano di Geova Vedi approfondimento a At 11:21.

insegnamento di Geova L’espressione “insegnamento di Geova” è sinonimo di “parola di Dio”, espressione usata in At 13:5. Lì si legge che, quando arrivarono a Cipro, Paolo e i suoi compagni di viaggio “si misero a proclamare la parola di Dio nelle sinagoghe dei giudei”. Di conseguenza il proconsole Sergio Paolo desiderò “ascoltare la parola di Dio” (At 13:7). Dopo essere stato testimone di quello che Paolo disse e fece, Sergio Paolo rimase stupito da ciò che imparò riguardo a Geova Dio e dall’insegnamento che aveva origine da Lui.

Antiochia di Pisidia Città della provincia romana della Galazia. Si trovava al confine tra Frigia e Pisidia, e quindi in tempi diversi poté essere attribuita all’una o all’altra di queste regioni. Le rovine della città si trovano presso Yalvaç, nell’odierna Turchia. Ad Antiochia di Pisidia si fa riferimento qui e in At 14:19, 21. Chi viaggiava da Perga (città vicina alla costa del Mediterraneo) ad Antiochia di Pisidia si imbatteva in un percorso difficile; quest’ultima città si trovava a circa 1.100 m sul livello del mare (vedi App. B13), e gli insidiosi percorsi di montagna erano infestati da banditi. “Antiochia di Pisidia” non va confusa con Antiochia di Siria (At 6:5; 11:19; 13:1; 14:26; 15:22; 18:22). In Atti la maggioranza delle occorrenze del nome Antiochia si riferisce ad Antiochia di Siria, non ad Antiochia di Pisidia.

si alzò per leggere Gli studiosi affermano che questa è la più antica descrizione che si conosca di una funzione sinagogale. Secondo la tradizione giudaica, di solito la funzione iniziava con delle preghiere personali man mano che i fedeli entravano nell’edificio, e poi si recitavano le parole contenute in De 6:4-9 e 11:13-21. Seguivano delle preghiere pubbliche, dopodiché veniva letto ad alta voce un brano del Pentateuco secondo un programma prestabilito. At 15:21 dice che nel I secolo questa lettura veniva fatta “ogni Sabato”. La parte successiva della funzione, che sembra quella menzionata qui in Lu 4:16, era la lettura di un brano dei profeti con relativa spiegazione e applicazione. Solitamente il lettore stava in piedi, ed è possibile che avesse una qualche libertà nella scelta del brano profetico da leggere. (Vedi approfondimento a At 13:15.)

lettura pubblica della Legge e dei Profeti Nel I secolo questa lettura pubblica veniva fatta “ogni Sabato” (At 15:21). Un aspetto dell’adorazione sinagogale era lo Shemà, la professione di fede degli ebrei (De 6:4-9; 11:13-21). Era così chiamato dalla parola iniziale del primo versetto recitato: “Ascolta [Shemàʽ], o Israele: Geova è il nostro Dio; c’è un solo Geova” (De 6:4). La parte più importante della funzione religiosa era la lettura della Torà, o Pentateuco. In molte sinagoghe la lettura della Legge era programmata in modo che venisse completata nel corso di un anno; in altre il programma durava tre anni. Venivano anche lette e spiegate porzioni dei Profeti. Alla fine della lettura pubblica veniva pronunciato un discorso. Fu dopo la lettura pubblica nella sinagoga di Antiochia di Pisidia che Paolo venne invitato a dire parole d’incoraggiamento ai presenti. (Vedi approfondimento a Lu 4:16.)

nell’arco di circa 450 anni Paolo parla della storia d’Israele partendo da un avvenimento significativo, ovvero quando Dio “scelse i [loro] antenati” (At 13:17). A quanto pare aveva in mente la nascita di Isacco, il discendente promesso (Gen 17:19; 21:1-3; 22:17, 18). La nascita di Isacco aveva risolto in modo definitivo la questione di chi Dio avrebbe ritenuto essere la “discendenza” promessa, questione fino ad allora incerta per il fatto che Sarai (Sara) era sterile (Gen 11:30). Proseguendo, Paolo descrive gli atti di Dio a favore della sua nazione eletta arrivando a quando diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. Quindi il periodo di “circa 450 anni” evidentemente andò dalla nascita di Isacco nel 1918 a.E.V. fino al 1467 a.E.V. Tale periodo comprende il 1513 a.E.V., anno dell’esodo d’Israele dall’Egitto, e si protrae per altri 46 anni. Questo è calzante, dato che gli israeliti vagarono 40 anni nel deserto e impiegarono 6 anni per conquistare il paese di Canaan (Nu 9:1; 13:1, 2, 6; De 2:7; Gsè 14:6, 7, 10).

discendenza O “discendenti”. Lett. “seme”. (Vedi App. A2.)

palo O “albero”. Il termine greco xỳlon (lett. “legno”) qui è sinonimo del greco stauròs (reso “palo di tortura”) e indica lo strumento utilizzato per mettere a morte Gesù, quello a cui fu inchiodato. Nelle Scritture Greche Cristiane, Luca, Paolo e Pietro usarono cinque volte il termine xỳlon in questa accezione (At 5:30; 10:39; 13:29; Gal 3:13; 1Pt 2:24). Nella Settanta xỳlon si trova in De 21:22, 23 come traducente del sostantivo ebraico ʽets (“albero”, “legno”, “pezzo di legno”) nell’espressione “e tu l’hai appeso a un palo”. Quando cita questo versetto in Gal 3:13, Paolo usa xỳlon nella frase: “Maledetto ogni uomo appeso al palo”. Nella Settanta questa parola greca si trova anche in Esd 6:11 (2 Esdra 6:​11, LXX) e traduce il termine aramaico ʼaʽ, che corrisponde all’ebraico ʽets. In questo versetto si legge: “Se qualcuno viola questo decreto [del re persiano], venga tolta una trave dalla sua casa e lui vi sia appeso”. Il fatto che gli scrittori biblici abbiano usato xỳlon come sinonimo di stauròs è un’ulteriore prova che Gesù fu messo al palo su un legno diritto senza un braccio trasversale, dato che in questo particolare contesto xỳlon è usato con tale significato.

palo O “albero”. (Vedi approfondimento a At 5:30.)

tomba O “tomba commemorativa”. (Vedi Glossario, “tomba commemorativa”.)

tutta la volontà di Dio O “l’intero proposito [o “consiglio”] di Dio”. Qui si fa riferimento a ogni cosa che Dio si è proposto di fare per mezzo del suo Regno, incluso tutto quello che ha deciso essere essenziale per la salvezza (At 20:25). Il termine greco boulè può anche essere reso “guida”, “esortazione” (Lu 7:30, nt.) e “proposito” (Eb 6:17).

servì Dio O “eseguì la volontà [o “proposito”] di Dio”. (Vedi approfondimento a At 20:27.)

che temevano Dio O “che adoravano Dio”. Il verbo greco sèbomai può pure essere reso con “riverire”, “venerare”. Anche la Pescitta siriaca lo rende “che temevano Dio”. In questo versetto alcune traduzioni in ebraico delle Scritture Greche Cristiane usano il nome divino, e l’intera espressione lì presente può essere resa “che temevano Geova”.

che adoravano Dio Il verbo greco qui reso “che adoravano Dio” (sèbomai) significa “adorare”, “riverire”, “venerare”. Potrebbe anche essere tradotto “timorati di Dio”, “devoti”. (Vedi approfondimento a At 13:50.) La Pescitta siriaca lo rende “che temevano Dio”. In questo versetto una traduzione in ebraico delle Scritture Greche Cristiane usa il nome divino, e l’intera espressione lì presente può essere resa “che temevano Geova”.

immeritata bontà di Dio Visto che in passato aveva opposto resistenza a Gesù e ai suoi discepoli (At 9:3-5), Paolo aveva ogni motivo per sottolineare l’immeritata bontà di Geova. (Vedi Glossario, “immeritata bontà”.) Paolo comprese che era solo grazie all’immeritata bontà di Dio che poteva svolgere il suo ministero (1Co 15:10; 1Tm 1:13, 14). Quando si incontrò con gli anziani di Efeso, accennò a questa qualità due volte (At 20:24, 32). Nelle sue 14 lettere, Paolo menzionò l’“immeritata bontà” ben 90 volte, molto più di qualunque altro scrittore della Bibbia. Ad esempio, fece riferimento all’immeritata bontà di Dio o di Gesù nell’introduzione di tutte le sue lettere, tranne quella agli Ebrei, e nella conclusione di ogni lettera.

parola di Geova Questa espressione affonda le sue radici nelle Scritture Ebraiche. Lì la combinazione del termine ebraico per “parola” e del nome divino ricorre in circa 200 versetti. (Alcuni esempi si trovano in 2Sa 12:9; 24:11, nt.; 2Re 7:1; 20:4, nt.; Isa 1:10, nt.; 2:3; 28:14; 38:4, nt.; Ger 1:2, nt.; 2:1, nt.; Ez 1:3, nt.; 6:1, nt; Mic 1:1, nt.; Zac 9:1.) Nel passo di Zac 9:1 presente in un’antica copia della Settanta, il termine greco lògos è seguito dal nome divino scritto in caratteri paleoebraici (). Il rotolo di pergamena che contiene questo passo — rinvenuto nel deserto della Giudea vicino al Mar Morto, presso Nahal Hever, in Israele — è datato tra il 50 a.E.V. e il 50 E.V. Nell’App. A5 si trovano le ragioni per cui la Traduzione del Nuovo Mondo usa l’espressione “parola di Geova” nel testo di At 8:25 nonostante molti manoscritti greci riportino “parola del Signore”.

parola di Geova Vedi approfondimento a At 8:​25.

per rimuovere il velo dagli occhi delle nazioni O “per una rivelazione alle nazioni”. Il sostantivo greco apokàlypsis, tradotto “rimuovere il velo”, implica uno “svelamento” o “scoprimento”; spesso è usato in riferimento a rivelazioni di natura spirituale o inerenti alla volontà e ai propositi di Dio (Ro 16:25; Ef 3:3; Ri 1:1). L’anziano Simeone qui parla del piccolo Gesù chiamandolo luce, e specifica che a beneficiare di luce spirituale non sarebbero stati solo gli ebrei e i proseliti ma anche le nazioni dei non ebrei. Le sue parole profetiche sono in armonia con profezie delle Scritture Ebraiche come quelle riportate in Isa 42:6 e 49:6.

fino alla più distante parte della terra O “fino ai confini [o “estremità”] del mondo”. La stessa espressione greca si trova in At 13:47. Lì viene citata la profezia di Isa 49:6, dove anche la Settanta greca usa gli stessi termini. L’affermazione di Gesù in At 1:8 potrebbe essere un richiamo a quella profezia, in base alla quale il servitore di Geova sarebbe stato “luce delle nazioni” affinché la salvezza raggiungesse “i confini della terra”. Questo è in armonia con una precedente affermazione di Gesù secondo la quale i suoi discepoli avrebbero compiuto “opere più grandi” delle sue. (Vedi approfondimento a Gv 14:12.) L’affermazione presente in At 1:8 si addice anche alla descrizione che Gesù aveva fatto della portata mondiale dell’opera di predicazione dei cristiani. (Vedi approfondimenti a Mt 24:14; 26:13; 28:19.)

Geova ce l’ha [...] comandato con queste parole Le successive parole di questo versetto sono una citazione di Isa 49:6, dove il contesto dell’originale ebraico indica chiaramente che è Geova a parlare (Isa 49:5; confronta Isa 42:6). L’adempimento di questa profezia implica l’opera che il Servitore di Geova, Gesù Cristo, e i suoi discepoli avrebbero svolto (Isa 42:1; vedi approfondimento a Lu 2:32).

fino ai confini della terra O “fino alla più distante parte della terra”. Qui viene citata la profezia di Isa 49:6, dove la Settanta usa la stessa espressione greca. Isaia aveva predetto che il servitore di Geova sarebbe stato “luce delle nazioni” e che la salvezza a opera di Dio avrebbe raggiunto “i confini della terra”. Ad Antiochia di Pisidia Paolo e Barnaba indicarono che quelle parole profetiche costituivano un comando da parte di Geova, secondo il quale i discepoli di Cristo avrebbero dovuto servire da luce per le nazioni. L’espressione greca qui resa “fino ai confini della terra” è usata anche in At 1:8 (vedi approfondimento) allo scopo di indicare fin dove i discepoli di Gesù gli sarebbero stati testimoni.

parola di Geova Questa espressione affonda le sue radici nelle Scritture Ebraiche. Lì la combinazione del termine ebraico per “parola” e del nome divino ricorre in circa 200 versetti. (Alcuni esempi si trovano in 2Sa 12:9; 24:11, nt.; 2Re 7:1; 20:4, nt.; Isa 1:10, nt.; 2:3; 28:14; 38:4, nt.; Ger 1:2, nt.; 2:1, nt.; Ez 1:3, nt.; 6:1, nt; Mic 1:1, nt.; Zac 9:1.) Nel passo di Zac 9:1 presente in un’antica copia della Settanta, il termine greco lògos è seguito dal nome divino scritto in caratteri paleoebraici (). Il rotolo di pergamena che contiene questo passo — rinvenuto nel deserto della Giudea vicino al Mar Morto, presso Nahal Hever, in Israele — è datato tra il 50 a.E.V. e il 50 E.V. Nell’App. A5 si trovano le ragioni per cui la Traduzione del Nuovo Mondo usa l’espressione “parola di Geova” nel testo di At 8:25 nonostante molti manoscritti greci riportino “parola del Signore”.

parola di Geova Vedi approfondimento a At 8:​25.

avevano la giusta disposizione per ricevere Questa espressione è riferita ad alcuni non ebrei di Antiochia di Pisidia che diventarono credenti dopo aver ascoltato Paolo e Barnaba predicare. La parola greca qui resa “avevano la giusta disposizione per ricevere” (verbo tàsso) ha una vasta gamma di significati, tra cui “disporre”, “determinare”, “stabilire”, “fissare”. Il contesto aiuta a comprendere il significato che dovrebbe trasmettere. In At 13:46 si fa riferimento ad alcuni ebrei di Antiochia di Pisidia messi in contrapposizione con i non ebrei, di cui poi si fa menzione qui nel v. 48. Il Sabato precedente Paolo aveva reso completa testimonianza a entrambi i gruppi pronunciando un motivante discorso (At 13:16-41). Secondo Paolo e Barnaba, gli ebrei avevano ostinatamente respinto “la parola di Dio” e avevano dimostrato con il loro atteggiamento e le loro azioni che non si ritenevano “degni della vita eterna” (At 13:46). I non ebrei di quella città, invece, ebbero un atteggiamento molto diverso. La narrazione riporta che si rallegrarono e glorificarono la parola di Geova. Quindi in questo contesto il verbo greco tàsso trasmette l’idea che questi non ebrei di Antiochia “si misero nella condizione di ricevere” la vita perché mostrarono un atteggiamento, un’inclinazione o disposizione, grazie a cui avrebbero potuto ottenere la vita eterna. Per questo il verbo greco è appropriatamente reso “avevano la giusta disposizione per ricevere”. Nella loro resa di At 13:48, molte traduzioni bibliche usano invece espressioni come “erano destinati a”, “erano preordinati a”, il che potrebbe dare l’impressione che quelle persone fossero state predestinate da Dio a ricevere la vita. Comunque, né l’immediato contesto né il resto della Bibbia sostengono l’idea che quei non ebrei di Antiochia fossero predestinati a ricevere la vita eterna, proprio come gli ebrei che vivevano là non erano predestinati a non riceverla. Paolo cercò di persuadere gli ebrei ad accettare la buona notizia, ma loro scelsero coscientemente di rifiutare il messaggio; non erano stati predestinati a farlo. Gesù aveva spiegato che ci sarebbe stato chi avrebbe mostrato con le azioni di non essere “adatto per il Regno di Dio” (Lu 9:62). Ma aveva parlato anche di chi, con il proprio atteggiamento, si sarebbe mostrato “meritevole” della buona notizia, e quei non ebrei di Antiochia furono persone di questo tipo (Mt 10:11, 13).

parola di Geova Questa espressione affonda le sue radici nelle Scritture Ebraiche. Lì la combinazione del termine ebraico per “parola” e del nome divino ricorre in circa 200 versetti. (Alcuni esempi si trovano in 2Sa 12:9; 24:11, nt.; 2Re 7:1; 20:4, nt.; Isa 1:10, nt.; 2:3; 28:14; 38:4, nt.; Ger 1:2, nt.; 2:1, nt.; Ez 1:3, nt.; 6:1, nt; Mic 1:1, nt.; Zac 9:1.) Nel passo di Zac 9:1 presente in un’antica copia della Settanta, il termine greco lògos è seguito dal nome divino scritto in caratteri paleoebraici (). Il rotolo di pergamena che contiene questo passo — rinvenuto nel deserto della Giudea vicino al Mar Morto, presso Nahal Hever, in Israele — è datato tra il 50 a.E.V. e il 50 E.V. Nell’App. A5 si trovano le ragioni per cui la Traduzione del Nuovo Mondo usa l’espressione “parola di Geova” nel testo di At 8:25 nonostante molti manoscritti greci riportino “parola del Signore”.

parola di Geova Vedi approfondimento a At 8:​25.

che temevano Dio O “che adoravano Dio”. Il verbo greco sèbomai può pure essere reso con “riverire”, “venerare”. Anche la Pescitta siriaca lo rende “che temevano Dio”. In questo versetto alcune traduzioni in ebraico delle Scritture Greche Cristiane usano il nome divino, e l’intera espressione lì presente può essere resa “che temevano Geova”.

si scosse le vesti Il gesto compiuto da Paolo indicava che non era più responsabile di quello che sarebbe accaduto agli ebrei di Corinto che avevano rifiutato il messaggio di salvezza relativo al Cristo. Paolo aveva fatto la sua parte e non doveva più rendere conto delle loro vite. (Vedi l’approfondimento Il vostro sangue ricada sulla vostra testa in questo versetto.) Non è la prima volta che nelle Scritture si fa menzione di questo tipo di gesto. Quando Neemia parlò agli ebrei che erano tornati a Gerusalemme, scosse le pieghe della sua veste a indicare che chi non avesse mantenuto la propria promessa sarebbe stato rigettato da Dio (Ne 5:13). Paolo compì un gesto simile ad Antiochia di Pisidia: ‘scosse la polvere dai suoi piedi’ contro coloro che si opponevano a lui in quella città. (Vedi approfondimenti a At 13:51; Lu 9:5.)

Questi scossero la polvere dai loro piedi contro di loro In questo caso Paolo e Barnaba applicarono il comando di Gesù riportato in Mt 10:14; Mr 6:11; Lu 9:5. Gli ebrei devoti che attraversavano territori stranieri, prima di rientrare nella loro terra, avevano l’abitudine di scuotere i loro sandali per rimuovere la polvere che ritenevano impura. Ma evidentemente Gesù aveva in mente qualcosa di diverso quando diede queste istruzioni ai suoi discepoli. Il gesto qui descritto stava a indicare che i discepoli si toglievano di dosso ogni responsabilità per le conseguenze che quelle persone avrebbero subìto a seguito del giudizio di Dio. A Corinto Paolo fece qualcosa di simile quando si scosse le vesti; per spiegare il senso di quel gesto disse: “Il vostro sangue ricada sulla vostra testa. Io ne sono puro”. (Vedi approfondimento a At 18:6.)

Galleria multimediale

Atti degli Apostoli | Primo viaggio missionario di Paolo (At 13:1–14:28) ca. 47-48 E.V.
Atti degli Apostoli | Primo viaggio missionario di Paolo (At 13:1–14:28) ca. 47-48 E.V.

Gli avvenimenti sono elencati in ordine cronologico

1. Barnaba e Saulo vengono inviati come missionari da Antiochia di Siria (At 13:1-3; vedi App. B13 per consultare una cartina che illustra tutti i viaggi missionari).

2. Barnaba e Saulo salpano da Seleucia alla volta di Salamina, a Cipro; proclamano la parola di Dio nelle sinagoghe locali (At 13:4-6).

3. La prima volta documentata in cui Saulo viene chiamato Paolo è a Pafo (At 13:6, 9).

4. Sergio Paolo, proconsole di Cipro, diventa credente (At 13:7, 12).

5. Paolo e i suoi compagni arrivano a Perga, in Panfilia; Giovanni Marco ritorna a Gerusalemme (At 13:13).

6. Paolo e Barnaba predicano nella sinagoga di Antiochia di Pisidia (At 13:14-16).

7. Molti si riuniscono ad Antiochia per ascoltare Paolo e Barnaba, ma i giudei scatenano una persecuzione contro i due (At 13:44, 45, 50).

8. Paolo e Barnaba parlano nella sinagoga di Iconio; molti giudei e greci diventano credenti (At 14:1).

9. A Iconio alcuni giudei si oppongono ai fratelli, e gli abitanti della città sono divisi; i giudei cercano di lapidare Paolo e Barnaba (At 14:2-5).

10. Paolo e Barnaba arrivano a Listra, una città della Licaonia; vengono scambiati per dèi (At 14:6-11).

11. A Listra i giudei provenienti da Antiochia e Iconio si oppongono ferocemente a Paolo; Paolo sopravvive alla lapidazione (At 14:19, 20a).

12. Paolo e Barnaba dichiarano la buona notizia a Derbe; parecchi diventano discepoli (At 14:20b, 21a).

13. Paolo e Barnaba ritornano a Listra, Iconio e Antiochia per rafforzare le nuove congregazioni; nominano anziani in ognuna di esse (At 14:21b-23).

14. Paolo e Barnaba partono per tornare a Perga e annunciano la parola; scendono ad Attalia (At 14:24, 25).

15. Paolo e Barnaba salpano da Attalia alla volta di Antiochia di Siria (At 14:26, 27).

Antiochia di Siria
Antiochia di Siria

Nella foto si vede la città di Antakya, nell’odierna Turchia. Questo è il luogo dove sorgeva l’antica città di Antiochia, capitale della provincia romana della Siria. Si ritiene che nel I secolo Antiochia di Siria fosse per grandezza la terza città nel mondo romano, dopo Roma e Alessandria. Alcuni stimano che avesse una popolazione di 250.000 abitanti o più. Dopo l’assassinio di Stefano da parte di una turba a Gerusalemme e lo scoppio della persecuzione contro i seguaci di Gesù, alcuni discepoli di Gesù andarono ad Antiochia. Questi predicarono la buona notizia ottenendo ottimi risultati tra coloro che parlavano greco (At 11:19-21). Paolo in seguito fece di Antiochia il punto di partenza dei suoi viaggi missionari. “Fu ad Antiochia che per la prima volta i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani” (At 11:26). Antiochia di Siria non va confusa con l’Antiochia che si trovava in Pisidia (nella Turchia centrale) e che viene menzionata in At 13:14; 14:19, 21; 2Tm 3:11.

Moneta cipriota recante il titolo “proconsole”
Moneta cipriota recante il titolo “proconsole”

La moneta della foto, rinvenuta a Cipro, è stata coniata durante il regno dell’imperatore romano Claudio, che era al potere quando Paolo e Barnaba visitarono Cipro verso il 47. Questa moneta ha sul diritto l’effigie e il titolo di Claudio e sul rovescio reca il termine (in greco) “proconsole” per designare il governatore di quell’isola. La dicitura presente sulla moneta avvalora quanto scritto da Luca, che identifica Sergio Paolo come “il proconsole” di Cipro (At 13:4, 7).