Atti degli Apostoli 1:1-26

1  Nel primo racconto, o Teòfilo, ho narrato tutte le cose che Gesù fece e insegnò dagli inizi+  fino al giorno della sua ascensione,+ avvenuta dopo che ebbe dato istruzioni per mezzo dello spirito santo agli apostoli che aveva scelto.+  A questi, dopo aver sofferto, si mostrò vivo con molte prove convincenti.+ Apparve loro nel corso di 40 giorni e parlò del Regno di Dio.+  Mentre si trovava insieme a loro, comandò: “Non vi allontanate da Gerusalemme,+ ma continuate ad aspettare ciò che il Padre ha promesso+ e di cui io vi ho parlato.  Giovanni, infatti, battezzò con acqua, ma fra non molti giorni voi sarete battezzati con spirito santo”.+  Quando si furono riuniti, gli chiesero: “Signore, è questo il tempo in cui ristabilirai il regno per Israele?”+  Lui rispose: “Non sta a voi conoscere i tempi o i periodi* che il Padre ha posto sotto la propria autorità,+  ma riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi,+ e mi sarete testimoni+ a Gerusalemme,+ in tutta la Giudea e la Samarìa,+ e fino alla più distante parte della terra”.+  Detto questo, mentre loro guardavano, fu portato in alto e una nube lo nascose alla loro vista.+ 10  Stavano ancora fissando il cielo mentre lui se ne andava, quando all’improvviso apparvero accanto a loro due uomini in vesti bianche*+ 11  che dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato portato in cielo, verrà nella stessa maniera in cui l’avete visto andare in cielo”. 12  Allora tornarono a Gerusalemme+ lasciando il monte chiamato Monte degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme e dista solo il cammino di un Sabato. 13  Una volta arrivati, salirono nella stanza al piano di sopra dove alloggiavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfèo, Simone lo zelante e Giuda figlio di Giacomo.+ 14  Di comune accordo tutti questi perseveravano nella preghiera, insieme ad alcune donne,+ a Maria madre di Gesù e ai fratelli di lui.+ 15  In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (nell’insieme il numero dei presenti era di circa 120) e disse: 16  “Uomini, fratelli, era necessario che si adempisse quello che nelle Scritture lo spirito santo, per bocca di Davide, aveva detto profeticamente riguardo a Giuda,+ il quale diventò la guida di quelli che arrestarono Gesù.+ 17  Giuda era uno di noi+ e aveva ricevuto una parte in questo ministero. 18  (Quest’uomo acquistò quindi un campo con il salario della sua ingiustizia.+ Precipitando a capofitto,* si squarciò* e le sue viscere si sparsero.+ 19  La notizia si diffuse fra tutti gli abitanti di Gerusalemme, così che quel campo fu chiamato nella loro lingua Akeldamà, che significa “campo di sangue”.) 20  Nel libro dei Salmi è infatti scritto: ‘La sua dimora diventi desolata, e non vi abiti più nessuno’,+ e: ‘Prenda qualcun altro il suo incarico di sorveglianza’.+ 21  Perciò è necessario che uno degli uomini che ci hanno accompagnato per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha svolto la sua attività tra noi 22  (a cominciare dal suo battesimo a opera di Giovanni+ fino al giorno in cui di mezzo a noi è stato portato in cielo)+ diventi con noi testimone della sua risurrezione”.+ 23  Ne proposero due: Giuseppe chiamato Barsàbba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. 24  E pregarono dicendo: “Geova, tu che conosci il cuore di tutti,+ indica quale di questi due uomini hai scelto 25  perché prenda il posto in questo ministero e apostolato che Giuda abbandonò per andarsene per la sua strada”.*+ 26  Così gettarono le sorti su di loro,+ e la sorte cadde su Mattia, che fu aggiunto al gruppo degli 11 apostoli.

Note in calce

O “stagioni”.
O “splendenti”.
O forse “gonfiandosi”.
O “si squarciò nel mezzo”.
Lett. “al suo posto”.

Approfondimenti

Nel primo racconto Con questa espressione Luca si riferisce al suo resoconto della vita di Gesù. Nel suo Vangelo si è concentrato su “tutte le cose che Gesù fece e insegnò dagli inizi”. Nel libro degli Atti riprende da dove ha interrotto e narra quello che i discepoli di Gesù dissero e fecero. I due libri sono simili per stile e lessico, ed entrambi sono indirizzati a Teofilo. Se Teofilo fosse o meno un discepolo di Cristo non viene detto espressamente. (Vedi approfondimento a Lu 1:3.) Luca inizia il libro degli Atti riassumendo molti degli avvenimenti menzionati alla fine del suo Vangelo, chiara indicazione che questo secondo libro è una prosecuzione del primo. In questa sintesi, però, usa parole un po’ diverse e fornisce ulteriori dettagli. (Confronta Lu 24:49 con At 1:1-12.)

chiavi del Regno dei cieli Nella Bibbia quelli che ricevevano delle chiavi, in senso letterale o metaforico, venivano investiti di un certo grado di autorità (1Cr 9:26, 27; Isa 22:20-22). Il termine “chiave” è diventato quindi simbolo di autorità o di un incarico di responsabilità. Pietro usò le “chiavi” che gli furono affidate per estendere a ebrei (At 2:22-41), samaritani (At 8:14-17) e non ebrei, o gentili (At 10:34-38), la possibilità di ricevere lo spirito di Dio con la prospettiva di entrare nel Regno celeste.

Atti degli Apostoli L’intestazione greca Pràxeis Apostòlon si trova in alcuni manoscritti risalenti al II secolo, anche se non ci sono prove che il libro in origine avesse un titolo. Questo libro è una continuazione del Vangelo scritto da Luca. (Vedi approfondimento a At 1:1.) Tratta soprattutto l’attività di Pietro e Paolo, non quella di tutti gli apostoli. Contiene un resoconto affidabile e completo dello spettacolare inizio e del rapido sviluppo della congregazione cristiana, prima fra gli ebrei, poi fra i samaritani e in seguito fra i non ebrei. (Vedi approfondimento a Mt 16:19.) Presenta anche il contesto storico delle lettere ispirate contenute nelle Scritture Greche Cristiane.

illustre Il termine greco reso “illustre” (kràtistos) è usato come titolo onorifico con carattere ufficiale in riferimento ad alti funzionari (At 23:26; 24:3; 26:25). Per questo motivo alcuni studiosi ritengono che il termine potrebbe indicare che Teofilo ricopriva una carica di rilievo prima di diventare cristiano. Altri pensano che qui il termine sia stato usato semplicemente come appellativo amichevole o di cortesia oppure come attestato di grande stima. Affermano che Teofilo era evidentemente cristiano, dato che gli erano già “state insegnate a voce” informazioni riguardo a Gesù Cristo e al suo ministero (Lu 1:4); il resoconto scritto da Luca sarebbe servito a confermargli l’accuratezza di ciò che aveva precedentemente appreso per sentito dire. Comunque, ci sono altre possibilità: alcuni ritengono che Teofilo fosse un simpatizzante che solo in seguito si convertì, mentre altri pensano che il suo nome, che significa “amato da Dio” o “amico di Dio”, fosse un riferimento simbolico a ogni singolo cristiano. Quando si rivolge a Teofilo nell’incipit del libro degli Atti, Luca non usa il termine “illustre” (At 1:1).

illustre Il termine greco reso “illustre” (kràtistos) è usato come titolo onorifico con carattere ufficiale in riferimento ad alti funzionari (At 23:26; 24:3; 26:25). Per questo motivo alcuni studiosi ritengono che il termine potrebbe indicare che Teofilo ricopriva una carica di rilievo prima di diventare cristiano. Altri pensano che qui il termine sia stato usato semplicemente come appellativo amichevole o di cortesia oppure come attestato di grande stima. Affermano che Teofilo era evidentemente cristiano, dato che gli erano già “state insegnate a voce” informazioni riguardo a Gesù Cristo e al suo ministero (Lu 1:4); il resoconto scritto da Luca sarebbe servito a confermargli l’accuratezza di ciò che aveva precedentemente appreso per sentito dire. Comunque, ci sono altre possibilità: alcuni ritengono che Teofilo fosse un simpatizzante che solo in seguito si convertì, mentre altri pensano che il suo nome, che significa “amato da Dio” o “amico di Dio”, fosse un riferimento simbolico a ogni singolo cristiano. Quando si rivolge a Teofilo nell’incipit del libro degli Atti, Luca non usa il termine “illustre” (At 1:1).

Nel primo racconto Con questa espressione Luca si riferisce al suo resoconto della vita di Gesù. Nel suo Vangelo si è concentrato su “tutte le cose che Gesù fece e insegnò dagli inizi”. Nel libro degli Atti riprende da dove ha interrotto e narra quello che i discepoli di Gesù dissero e fecero. I due libri sono simili per stile e lessico, ed entrambi sono indirizzati a Teofilo. Se Teofilo fosse o meno un discepolo di Cristo non viene detto espressamente. (Vedi approfondimento a Lu 1:3.) Luca inizia il libro degli Atti riassumendo molti degli avvenimenti menzionati alla fine del suo Vangelo, chiara indicazione che questo secondo libro è una prosecuzione del primo. In questa sintesi, però, usa parole un po’ diverse e fornisce ulteriori dettagli. (Confronta Lu 24:49 con At 1:1-12.)

Teofilo Sia il Vangelo di Luca sia il libro degli Atti degli Apostoli sono indirizzati a quest’uomo. In Lu 1:3 il suo nome è preceduto dal titolo “illustre”. (Per ulteriori informazioni sull’uso di questa espressione e su Teofilo, vedi approfondimento a Lu 1:3.)

Regno di Dio Il tema dominante dell’intera Bibbia, il Regno di Geova, è una costante del libro degli Atti (At 8:12; 14:22; 19:8; 20:25; 28:31). Il libro sottolinea che gli apostoli resero “completa testimonianza” in merito a quel Regno e compirono pienamente il loro ministero (At 2:40; 5:42; 8:25; 10:42; 20:21, 24; 23:11; 26:22; 28:23).

Il tempo stabilito è arrivato In questo contesto il “tempo stabilito” (in greco kairòs) si riferisce al tempo, predetto nelle Scritture, in cui Gesù avrebbe cominciato il suo ministero terreno, offrendo alle persone la possibilità di riporre fede nella buona notizia. Lo stesso termine greco è usato in riferimento al “tempo” di ispezione che ebbe inizio con il ministero di Gesù (Lu 12:56; 19:44) e all’“ora” della sua morte (Mt 26:18).

tempi fissati delle nazioni O “tempi dei gentili”. Il termine greco kairòs (che qui è al plurale ed è reso “tempi fissati”) potrebbe riferirsi a un momento, a una stagione o a un preciso periodo di tempo contrassegnato da determinate caratteristiche (Mt 13:30; 21:34; Mr 11:13). Questo termine è usato per indicare il “tempo stabilito” per l’inizio del ministero di Gesù (Mr 1:15) e l’“ora” della sua morte (Mt 26:18). È anche usato in riferimento a periodi di tempo futuri nell’ambito di ciò che Dio ha disposto o della sua tabella di marcia, soprattutto in relazione alla presenza di Cristo e al suo Regno (At 1:7; 3:19; 1Ts 5:1). In considerazione del modo in cui kairòs è usato nella Bibbia, si può evidentemente ritenere che l’espressione “tempi fissati delle nazioni” non si riferisca a un periodo vago o indeterminato, ma a un periodo di tempo ben definito, con un inizio e una fine. Il termine greco èthnos (che qui compare al plurale ed è tradotto “nazioni” o “gentili”) era spesso usato dagli scrittori biblici per indicare in modo specifico le nazioni dei non ebrei.

i tempi o i periodi In questo versetto si fa accenno a due fattori temporali. Il termine greco chrònos (che qui compare al plurale ed è reso tempi) potrebbe riferirsi a un periodo di tempo imprecisato, lungo o corto che sia. Il termine greco kairòs (in altri casi reso “tempo stabilito”, “tempo fissato”; qui compare al plurale ed è reso periodi) viene spesso usato in riferimento a periodi di tempo futuri nell’ambito di ciò che Dio ha disposto o della sua tabella di marcia, soprattutto in relazione alla presenza di Cristo e al suo Regno (At 3:19; 1Ts 5:1; vedi approfondimenti a Mr 1:15; Lu 21:24).

sotto la propria autorità Questa espressione indica che Geova, il grande Padrone del tempo, si è riservato il diritto di stabilire “i tempi o i periodi” per l’adempimento dei suoi propositi. Prima di morire, Gesù stesso disse che a quel tempo neanche il Figlio conosceva ‘il giorno e l’ora’ in cui sarebbe venuta la fine, ma “solo il Padre” (Mt 24:36; Mr 13:32).

lo spirito lo spinse ad andare O “la forza attiva lo spinse ad andare”. Qui il termine greco pnèuma si riferisce allo spirito di Dio, una forza motivante che spinge una persona a comportarsi in armonia con la volontà divina (Lu 4:1; vedi Glossario, “spirito”).

come testimone O “per una testimonianza”. Il termine greco qui reso “testimone” (martyrìa) compare nel Vangelo di Giovanni più del doppio delle volte rispetto agli altri tre Vangeli messi insieme. Il verbo affine (martyrèo), in questo versetto tradotto rendere testimonianza, ricorre 39 volte nel Vangelo di Giovanni a fronte delle 2 occorrenze presenti negli altri Vangeli (Mt 23:31; Lu 4:22). Il verbo greco è usato così di frequente in relazione a Giovanni Battista che alcuni ritengono possa essere chiamato “Giovanni il Testimone” (Gv 1:8, 15, 32, 34; 3:26; 5:33; vedi approfondimento a Gv 1:19). Nel Vangelo di Giovanni questo verbo è anche utilizzato di frequente in relazione al ministero di Gesù. Di Gesù viene spesso detto che ‘testimoniò’ (Gv 8:14, 17, 18). Particolarmente degne di nota sono le parole che Gesù rivolse a Ponzio Pilato: “Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza riguardo alla verità” (Gv 18:37). Nella Rivelazione ricevuta da Giovanni, Gesù è definito “il Testimone fedele” e “il testimone fedele e verace” (Ri 1:5; 3:14).

rendere testimonianza Per come vengono usati nelle Scritture Greche Cristiane, i termini greci solitamente tradotti “rendere testimonianza” (martyrèo), “testimonianza” (martyrìa) e “testimone” (màrtys) hanno un significato ampio. Di base sono usati con il senso di testimoniare fatti a cui si è assistito o di cui si ha conoscenza diretta, ma potrebbero includere anche l’idea di dichiarare, comprovare, parlare bene di qualcuno o qualcosa. Oltre a testimoniare e a proclamare verità di cui era convinto, Gesù visse in modo tale da sostenere la verità delle profezie e delle promesse di suo Padre (2Co 1:20). Il proposito di Dio relativo al Regno e al Re messianico era stato predetto nei dettagli. L’intera vita umana di Gesù, che culminò nella sua morte in sacrificio, adempì tutte le profezie che lo riguardavano, fra cui le ombre, o modelli, contenute nel patto della Legge (Col 2:16, 17; Eb 10:1). Perciò si può ben dire che Gesù, con quello che disse e fece, rese “testimonianza riguardo alla verità”.

opere più grandi di queste Gesù non stava parlando di opere miracolose, e non stava dicendo che i miracoli compiuti dai suoi discepoli sarebbero stati più grandi dei suoi. Stava piuttosto riconoscendo umilmente che la portata della loro opera di predicazione e insegnamento sarebbe stata maggiore: i suoi discepoli avrebbero coperto un territorio più vasto, raggiunto più persone e predicato per un periodo di tempo più lungo. Dalle parole di Gesù si evince chiaramente che lui si aspettava che i suoi discepoli avrebbero portato avanti la sua opera.

in tutta la terra abitata [...] a tutte le nazioni Entrambe le espressioni sottolineano la portata che avrebbe avuto l’opera di predicazione. Qui il termine greco per “terra abitata” (oikoumène) è usato in senso ampio e si riferisce alla terra in quanto dimora degli esseri umani (Lu 4:5; At 17:31; Ro 10:18; Ri 12:9; 16:14). Nel I secolo questo termine era usato anche in riferimento al vasto impero romano, all’interno del quale gli ebrei erano dispersi (Lu 2:1; At 24:5). Il termine greco per “nazione” (èthnos) si riferisce in senso generale a un gruppo di persone che hanno per lo più origine e lingua comuni. Un gruppo nazionale o etnico occupa spesso una determinata regione geografica.

sarà predicata [...] in tutto il mondo Come aveva fatto nella profezia riportata in Mt 24:14, qui Gesù predisse che la buona notizia sarebbe stata predicata in tutto il mondo e che questa avrebbe incluso il gesto di devozione compiuto dalla donna. Dio ispirò tre evangelisti a menzionare quello che lei fece (Mr 14:8, 9; Gv 12:7; vedi approfondimento a Mt 24:14).

persone di tutte le nazioni Una traduzione letterale dell’intera espressione originale è “tutte le nazioni”, ma il contesto indica che qui il termine “nazioni” si riferisce ai loro abitanti. Il versetto prosegue dicendo battezzandole: il pronome -le, inglobato nel verbo, in greco è un pronome maschile, perciò non può riferirsi al termine “nazioni” che è neutro. Il comando di rivolgersi a “persone di tutte le nazioni” era qualcosa di nuovo. Secondo le Scritture, prima del ministero di Gesù, coloro che non erano ebrei, i gentili, erano invitati ad andare in Israele se volevano unirsi al popolo nel servire Geova (1Re 8:41-43). Ma ora, con questo nuovo comando dato da Gesù, sono i suoi discepoli a dover estendere la predicazione a chi non è ebreo naturale; Gesù sottolinea così la portata mondiale dell’opera di fare discepoli svolta dai cristiani (Mt 10:1, 5-7; Ri 7:9; vedi approfondimento a Mt 24:14).

spirito santo O “santa forza attiva”. Nel libro degli Atti l’espressione “spirito santo” ricorre 41 volte, e ci sono almeno altre 15 occorrenze del termine “spirito” (in greco pnèuma) che si riferiscono allo spirito santo di Dio. (Per alcuni esempi, vedi At 2:4, 17, 18; 5:9; 11:28; 21:4; vedi anche Glossario, “spirito”.) Questo libro biblico indica più e più volte che senza l’aiuto della forza attiva di Dio i discepoli di Gesù non potrebbero portare avanti l’opera di predicazione e insegnamento svolta a livello internazionale. (Confronta approfondimento a Mr 1:12.)

mi sarete testimoni Essendo ebrei devoti, i primi discepoli di Gesù erano già testimoni di Geova e attestavano che Geova è il solo vero Dio (Isa 43:10-12; 44:8). Ma ora dovevano essere testimoni sia di Geova sia di Gesù. Dovevano far conoscere un aspetto nuovo del proposito di Geova: il ruolo essenziale che Gesù ha nel santificare il nome di Geova mediante il Suo Regno messianico. Se si esclude il Vangelo di Giovanni, Atti è il libro biblico che usa più volte le parole greche solitamente tradotte “testimone” (màrtys), “rendere testimonianza” (martyrèo), “rendere completa testimonianza” (diamartỳromai), e termini affini. (Vedi approfondimento a Gv 1:7.) Il concetto di essere testimoni e di rendere completa testimonianza in merito ai propositi di Dio — inclusi il suo Regno e il ruolo essenziale di Gesù — fa da filo conduttore del libro degli Atti (At 2:32, 40; 3:15; 4:33; 5:32; 8:25; 10:39; 13:31; 18:5; 20:21, 24; 22:20; 23:11; 26:16; 28:23). Alcuni cristiani del I secolo resero testimonianza, o fornirono conferme, in relazione a fatti storici riguardanti la vita, la morte e la risurrezione di Gesù a cui avevano assistito in prima persona (At 1:21, 22; 10:40, 41). Coloro che in seguito riposero fede in Gesù resero testimonianza proclamando la portata che avevano la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione (At 22:15; vedi approfondimento a Gv 18:37).

fino alla più distante parte della terra O “fino ai confini [o “estremità”] del mondo”. La stessa espressione greca si trova in At 13:47. Lì viene citata la profezia di Isa 49:6, dove anche la Settanta greca usa gli stessi termini. L’affermazione di Gesù in At 1:8 potrebbe essere un richiamo a quella profezia, in base alla quale il servitore di Geova sarebbe stato “luce delle nazioni” affinché la salvezza raggiungesse “i confini della terra”. Questo è in armonia con una precedente affermazione di Gesù secondo la quale i suoi discepoli avrebbero compiuto “opere più grandi” delle sue. (Vedi approfondimento a Gv 14:12.) L’affermazione presente in At 1:8 si addice anche alla descrizione che Gesù aveva fatto della portata mondiale dell’opera di predicazione dei cristiani. (Vedi approfondimenti a Mt 24:14; 26:13; 28:19.)

uomini in vesti bianche Qui ci si riferisce a degli angeli. (Confronta Lu 24:4, 23.) Nel testo greco del libro degli Atti ci sono 21 occorrenze del termine àggelos (“angelo”), la prima delle quali si trova in At 5:19.

in un modo evidente a tutti Il termine greco qui usato è presente una sola volta nelle Scritture Greche Cristiane e deriva da un verbo che significa “guardare attentamente”, “osservare”. Secondo alcuni studiosi, nel linguaggio medico il termine era usato in riferimento all’osservazione dei sintomi di una malattia. Per come è usato qui, sembra trasmettere l’idea che la venuta del Regno di Dio non sarebbe stata palese a chiunque.

cielo Il termine greco ouranòs, che ricorre tre volte in questo versetto, può riferirsi sia al cielo letterale sia ai cieli spirituali.

verrà nella stessa maniera Nelle Scritture il verbo greco reso “venire” (èrchomai) è usato spesso e in modi diversi. In alcuni contesti si riferisce alla venuta di Gesù che in qualità di Giudice emetterà ed eseguirà il giudizio durante la grande tribolazione (Mt 24:30; Mr 13:26; Lu 21:27). Comunque èrchomai è usato riguardo a Gesù anche in altri casi (Mt 16:28–17:2; 21:5, 9; 23:39; Lu 19:38). Quindi è il contesto a chiarire cosa indica qui il verbo “verrà”. Gli angeli dissero che Gesù sarebbe ‘venuto’, o ritornato, nella stessa “maniera” (in greco tròpos) in cui se ne era andato. Il termine tròpos non si riferisce alla forma, all’aspetto o al corpo, ma al modo, alla maniera, appunto. Come dimostra il contesto, il mondo in generale non vide in che maniera Gesù se ne andò. Solo gli apostoli si resero conto che Gesù aveva lasciato la terra per tornare da suo Padre in cielo. Gesù aveva indicato che il suo ritorno quale Re del “Regno di Dio” non sarebbe avvenuto in un modo chiaro a tutti; solo i suoi discepoli sarebbero stati consapevoli che aveva avuto luogo (Lu 17:20; vedi approfondimento). Quando in Ri 1:7 si dice che Gesù “viene”, si fa riferimento a qualcosa di diverso; in quell’occasione infatti “ogni occhio lo vedrà”. In conclusione, nel contesto di At 1:11 il verbo “verrà” si riferisce evidentemente all’invisibile venuta di Gesù quale Re intronizzato, all’inizio della sua presenza (Mt 24:3).

il cammino di un Sabato Cioè la distanza massima che un israelita era autorizzato a percorrere di Sabato. L’espressione qui è messa in relazione alla distanza tra il Monte degli Ulivi e la città di Gerusalemme. La Legge poneva un limite agli spostamenti di Sabato, ma non specificava la distanza che si poteva coprire (Eso 16:29). Con il tempo, fonti rabbiniche stabilirono che in quel giorno un ebreo poteva percorrere una distanza di circa 2.000 cubiti (ca. 890 m). Questa interpretazione si basava su Nu 35:5, che stabiliva di “misurare fuori dalla città 2.000 cubiti”, e su Gsè 3:3, 4, dove si comandava agli israeliti di mantenere una distanza di circa 2.000 cubiti dall’“Arca del Patto”. I rabbi giunsero alla conclusione che di Sabato a un israelita era permesso coprire almeno quella distanza per poter andare al tabernacolo ad adorare Dio (Nu 28:9, 10). Forse per aver calcolato la distanza da due diversi punti di partenza, Giuseppe Flavio una volta scrisse che la distanza tra Gerusalemme e il Monte degli Ulivi era di 5 stadi (925 m) e un’altra volta di 6 stadi (1.110 m). In entrambi i casi, la distanza è pressappoco quella che i rabbi avevano definito come “cammino di un Sabato”, ed è in armonia con quanto Luca aggiunge in questo versetto.

lo zelante Appellativo che distingueva l’apostolo Simone dall’apostolo Simon Pietro (Lu 6:14, 15). Il termine greco zelotès, usato qui e in Lu 6:15, significa “zelota”, “entusiasta”. In Mt 10:4 e Mr 3:18 è usato l’appellativo “il cananeo”. Si pensa che il termine qui tradotto “cananeo” sia di origine ebraica o aramaica e significhi anch’esso “zelota”, “entusiasta”. È possibile che Simone un tempo fosse stato uno zelota, un appartenente al movimento giudaico che si opponeva ai romani, ma può anche darsi che questo appellativo gli fosse stato dato per lo zelo e l’entusiasmo che mostrava.

fratelli Nella Bibbia il termine greco adelfòs può fare riferimento a un legame di tipo spirituale, ma qui è usato in riferimento ai fratellastri di Gesù, i figli più giovani di Giuseppe e Maria. Alcuni che credono che Maria sia rimasta vergine dopo la nascita di Gesù sostengono che qui adelfòs si riferisce ai cugini. Ma le Scritture Greche Cristiane usano un termine specifico per “cugino”, anepsiòs (Col 4:10). Inoltre in Lu 21:16 compaiono sia il termine adelfòs (reso “fratelli”) che il termine syggenès (reso “parenti”). Questi esempi dimostrano che nelle Scritture Greche Cristiane i termini che descrivono rapporti di parentela sono usati con precisione, non in modo vago o indiscriminato.

fratelli di lui Cioè i fratellastri di Gesù. Nei quattro Vangeli, negli Atti degli Apostoli e in due epistole paoline sono menzionati “i fratelli del Signore”, “il fratello del Signore”, “i suoi fratelli” e “le sue sorelle”; vengono riportati i nomi di quattro di questi “fratelli”: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (1Co 9:5; Gal 1:19; Mt 12:46; 13:55, 56; Mr 3:31; Lu 8:19; Gv 2:12). Tutti questi erano venuti alla luce dopo la nascita miracolosa di Gesù. La maggioranza dei biblisti riconosce che Gesù aveva almeno quattro fratelli e due sorelle, tutti figli biologici di Giuseppe e Maria. (Vedi approfondimento a Mt 13:55.)

fratelli Nella Bibbia il termine greco adelfòs può fare riferimento a un legame di tipo spirituale, ma qui è usato in riferimento ai fratellastri di Gesù, i figli più giovani di Giuseppe e Maria. Alcuni che credono che Maria sia rimasta vergine dopo la nascita di Gesù sostengono che qui adelfòs si riferisce ai cugini. Ma le Scritture Greche Cristiane usano un termine specifico per “cugino”, anepsiòs (Col 4:10). Inoltre in Lu 21:16 compaiono sia il termine adelfòs (reso “fratelli”) che il termine syggenès (reso “parenti”). Questi esempi dimostrano che nelle Scritture Greche Cristiane i termini che descrivono rapporti di parentela sono usati con precisione, non in modo vago o indiscriminato.

fratelli di lui Cioè i fratellastri di Gesù. Nei quattro Vangeli, negli Atti degli Apostoli e in due epistole paoline sono menzionati “i fratelli del Signore”, “il fratello del Signore”, “i suoi fratelli” e “le sue sorelle”; vengono riportati i nomi di quattro di questi “fratelli”: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (1Co 9:5; Gal 1:19; Mt 12:46; 13:55, 56; Mr 3:31; Lu 8:19; Gv 2:12). Tutti questi erano venuti alla luce dopo la nascita miracolosa di Gesù. La maggioranza dei biblisti riconosce che Gesù aveva almeno quattro fratelli e due sorelle, tutti figli biologici di Giuseppe e Maria. (Vedi approfondimento a Mt 13:55.)

fratelli A volte la Bibbia specifica se i credenti cristiani erano “fratelli” o “sorelle” (1Co 7:14, 15). Altre volte, come in questo contesto, usa il termine “fratelli” in riferimento sia agli uomini che alle donne (At 1:13, 14). In genere “fratelli” era l’appellativo rivolto a gruppi misti e non solo a uomini (Ro 1:13; 1Ts 1:4). Nella maggioranza delle lettere cristiane ispirate è utilizzato in questo modo. Nel versetto precedente (At 1:14) il plurale del termine greco adelfòs è usato in relazione ai fratellastri di Gesù, figli che Giuseppe e Maria ebbero dopo di lui. (Vedi approfondimenti a Mt 13:55; At 1:14.)

numero dei presenti Lett. “folla di nomi”. In questo contesto il termine greco ònoma (“nome”) ha il significato di “persona”. È usato con la stessa accezione in Ri 3:4, nt.

Uomini, fratelli Rispetto al versetto precedente, qui il termine “fratelli” è usato insieme al termine greco per “uomini”, “maschi” (anèr). In questa occasione, in cui si doveva decidere chi avrebbe preso il posto di Giuda Iscariota come apostolo, la combinazione delle due parole potrebbe indicare che ci si stava rivolgendo solo ai componenti di sesso maschile della congregazione.

Precipitando a capofitto, si squarciò A proposito della morte di Giuda, Matteo dice che Giuda “andò a impiccarsi”, specificando così il modo in cui si suicidò (Mt 27:5). Luca, invece, qui descrive l’esito. Un paragone tra i due racconti suggerisce che Giuda si impiccò vicino a un dirupo. A un certo punto la corda o il ramo si ruppe, così che lui precipitò e si sfracellò sulle rocce sottostanti. La topografia dei dintorni di Gerusalemme, solitamente scoscesi e rocciosi, rende plausibile una simile conclusione.

sorveglianti Il termine greco per “sorvegliante”, epìskopos, è affine al verbo episkopèo, che può essere reso “stare attenti” (Eb 12:15), e al sostantivo episkopè, che può essere reso “ispezione” (Lu 19:44, Kingdom Interlinear; 1Pt 2:12), “essere sorvegliante” (1Tm 3:1) o “incarico di sorveglianza” (At 1:20). Quindi epìskopos si riferisce a chi sorveglia i componenti della congregazione facendo visite, ispezionando e provvedendo guida. Un’idea fondamentale insita nel termine greco è quella di sorveglianza protettiva. Nella congregazione cristiana i sorveglianti hanno la responsabilità di curare la condizione spirituale dei loro fratelli. Qui Paolo chiama “sorveglianti” gli “anziani” della congregazione di Efeso (At 20:17). E nella sua lettera a Tito usa il termine “sorvegliante” quando descrive i requisiti degli “anziani” della congregazione cristiana (Tit 1:5, 7). Presbỳteros ed epìskopos si riferiscono quindi allo stesso ruolo: presbỳteros addita la maturità di colui che è nominato tale, mentre epìskopos i doveri attinenti all’incarico. Questo brano relativo all’incontro tra Paolo e gli anziani di Efeso mostra chiaramente che in quella congregazione c’era più di un anziano. Il numero di sorveglianti per ogni singola congregazione non era predeterminato: dipendeva da quanti uomini in una data congregazione erano spiritualmente maturi e quindi idonei come “anziani”. Inoltre, quando scrisse ai cristiani di Filippi, Paolo menzionò i “sorveglianti” locali (Flp 1:1), il che indica che a sorvegliare l’andamento di quella congregazione c’era un corpo composto da più persone. (Vedi approfondimento a At 1:20.)

il suo incarico di sorveglianza Il termine greco usato qui, episkopè, è affine al sostantivo greco reso “sorvegliante”, epìskopos, e al verbo episkopèo, che può essere reso “stare attenti” (Eb 12:15). Pietro citò Sl 109:8 per sostenere il suo suggerimento di colmare il posto lasciato vacante da Giuda, l’apostolo infedele. Lì il testo ebraico riporta il termine pequddàh, che può essere reso con espressioni come “incarico di sorveglianza”, “supervisione”, “sorvegliante” (Nu 4:16; Isa 60:17, nt.). In Sl 109:8 (108:8, LXX), la Settanta rende questa parola ebraica con la stessa parola greca che Luca usa qui in At 1:20. Da questa affermazione ispirata di Pietro si comprende chiaramente che gli apostoli ricoprivano un incarico di sorveglianza. Erano stati nominati direttamente da Gesù (Mr 3:14). Quindi la congregazione cristiana aveva 12 sorveglianti quando alla Pentecoste del 33 fu formata e in quello stesso giorno crebbe da 120 a circa 3.000 componenti (At 1:15; 2:41). In seguito altri furono nominati sorveglianti perché dessero una mano ad aver cura della congregazione in continua crescita. L’incarico degli apostoli rimase comunque speciale, perché a quanto pare Geova aveva stabilito che i 12 apostoli costituissero le future “12 pietre di fondamento” della Nuova Gerusalemme (Ri 21:14; vedi approfondimento a At 20:28).

ha svolto la sua attività tra noi Lett. “è entrato e uscito da noi”, locuzione che riflette un’espressione idiomatica semitica che si riferisce allo svolgere le attività della vita insieme ad altre persone. L’espressione potrebbe anche essere resa “ha vissuto fra noi”. (Confronta De 28:6, 19; Sl 121:8, nt.)

Mattia Il nome greco Maththìas è probabilmente una forma abbreviata di Mattathìas, che deriva dal nome ebraico reso “Mattitia” (1Cr 15:18), cioè “dono di Geova”. Secondo le parole di Pietro (At 1:21, 22), Mattia era stato discepolo di Cristo Gesù per tutti i tre anni e mezzo del suo ministero. Fu a stretto contatto con gli apostoli, e molto probabilmente era uno dei 70 discepoli inviati da Gesù a predicare (Lu 10:1). Dopo essere stato scelto, Mattia “fu aggiunto al gruppo degli 11 apostoli” (At 1:26); nel libro degli Atti i successivi riferimenti agli “apostoli” o ai “Dodici” includono anche lui (At 2:37, 43; 4:33, 36; 5:12, 29; 6:2, 6; 8:1, 14).

Geova Qui i manoscritti greci attualmente disponibili usano il termine “Signore” (in greco Kỳrios). Comunque ci sono buone ragioni per ritenere che in origine in questo versetto ci fosse il nome divino, che solo in seguito fu sostituito dal titolo Signore. Per questo nel testo del versetto è stato usato il nome Geova.

che conosci il cuore di tutti Spesso nelle Scritture Ebraiche a Geova Dio viene attribuita la capacità di leggere il cuore (De 8:2; 1Sa 16:7; 1Re 8:39; 1Cr 28:9; Sl 44:21; Ger 11:20; 17:10). In questo contesto, quindi, per quei giudei di lingua ebraica sarebbe stato naturale usare il nome divino nel rivolgersi a Dio in preghiera. La parola greca resa “che conosci il cuore” (kardiognòstes, lett. “conoscitore di cuori”) ricorre solo qui e in At 15:8, dove si trova l’espressione “Dio, che conosce i cuori”.

si spartirono le sue vesti Il racconto contenuto in Gv 19:23, 24 aggiunge dettagli che non si trovano in Matteo, Marco e Luca. Da un confronto tra i quattro Vangeli si può giungere a questa conclusione: a quanto pare i soldati romani tirarono a sorte sia la tunica di Gesù che le vesti che indossava sopra; divisero le vesti “in quattro parti, una per ciascun soldato”, ma la tunica non vollero strapparla, perciò tirarono a sorte per stabilire a chi dovesse andare; il fatto che i vestiti del Messia venissero tirati a sorte adempì la profezia riportata in Sl 22:18. Evidentemente era consuetudine che chi eseguiva la condanna si prendesse gli abiti delle vittime; i criminali, quindi, prima di essere giustiziati venivano privati dei loro abiti e dei loro beni. Tutto questo rendeva il supplizio ancora più umiliante.

gettarono le sorti Quando dovevano prendere decisioni su questioni di vario tipo, i servitori di Geova dei tempi precristiani gettavano le sorti per comprendere la sua volontà (Le 16:8; Nu 33:54; 1Cr 25:8; Pr 16:33; 18:18; vedi Glossario, “sorti”). Nelle Scritture Greche Cristiane, questo è l’unico punto in cui si dice che i discepoli di Gesù siano ricorsi alle sorti. Le sorti furono gettate per aiutare i discepoli a decidere quale dei due uomini proposti avrebbe dovuto prendere il posto di Giuda Iscariota. I discepoli sapevano di avere bisogno della guida di Geova. Ciascuno dei 12 apostoli era stato nominato direttamente da Gesù, e lui li aveva nominati solo dopo aver trascorso un’intera notte a pregare il Padre (Lu 6:12, 13). È vero che “la sorte cadde su Mattia”, ma è degno di nota che prima i discepoli avevano analizzato vari passi scritturali e avevano pregato Geova chiedendogli in modo specifico di indicare loro la persona che lui aveva scelto (At 1:20, 23, 24). Comunque la Bibbia non fa menzione del fatto che, dopo la Pentecoste del 33, si gettassero le sorti per scegliere i sorveglianti e i loro assistenti o per decidere questioni importanti. Questo metodo non fu necessario una volta che lo spirito santo iniziò a operare sulla congregazione cristiana (At 6:2-6; 13:2; 20:28; 2Tm 3:16, 17). I sorveglianti venivano nominati non perché erano stati scelti gettando le sorti ma perché manifestavano il frutto dello spirito santo nella loro vita (1Tm 3:1-13; Tit 1:5-9). Anche in altre culture era comune gettare le sorti (Est 3:7; Gle 3:3; Abd 11). Ad esempio, i soldati romani tirarono a sorte le vesti di Gesù, come predetto in Sl 22:18. A quanto pare non lo fecero per adempiere una profezia biblica ma per ottenere un vantaggio personale (Gv 19:24; vedi approfondimento a Mt 27:35).

fu aggiunto al gruppo Cioè fu considerato alla stessa stregua degli 11 apostoli. Quando arrivò la Pentecoste, c’erano quindi 12 apostoli che potevano fungere da fondamenta dell’Israele spirituale. Mattia sarà stato uno dei “Dodici” che in seguito contribuirono a risolvere il problema relativo ai discepoli di lingua greca (At 6:1, 2).

Galleria multimediale

Introduzione video al libro degli Atti
Introduzione video al libro degli Atti
Atti degli Apostoli | Alcuni degli avvenimenti principali
Atti degli Apostoli | Alcuni degli avvenimenti principali

Gli avvenimenti sono elencati in ordine cronologico

1. Sul Monte degli Ulivi, vicino a Betania, Gesù dice ai suoi discepoli di rendere testimonianza riguardo a lui “fino alla più distante parte della terra” (At 1:8).

2. Alla Pentecoste lo spirito santo viene versato sui discepoli, che cominciano a dare testimonianza in lingue diverse (At 2:1-6).

3. Un uomo zoppo viene guarito presso la porta del tempio chiamata Bella (At 3:1-8).

4. Gli apostoli compaiono davanti al Sinedrio e dicono che devono “ubbidire a Dio quale governante anziché agli uomini” (At 5:27-29).

5. Stefano viene lapidato a morte fuori da Gerusalemme (At 7:54-60).

6. Quando i discepoli vengono dispersi, Filippo va a Samaria e inizia a predicare lì; Pietro e Giovanni vengono mandati a Samaria così che quelli che sono stati battezzati possano ricevere lo spirito santo (At 8:4, 5, 14, 17).

7. Filippo predica a un eunuco etiope lungo la strada che da Gerusalemme va a Gaza e lo battezza (At 8:26-31, 36-38; vedi cartina “Le attività di Filippo l’evangelizzatore”).

8. Gesù appare a Saulo lungo la strada per Damasco (At 9:1-6).

9. Gesù dirige Anania sulla strada chiamata Diritta perché aiuti Saulo; Saulo viene battezzato (At 9:10, 11, 17, 18).

10. Dopo la morte di Gazzella, avvenuta a Ioppe, i discepoli supplicano Pietro, che si trova nella vicina Lidda, di raggiungerli; giunto lì, Pietro la risuscita (At 9:36-41).

11. Durante la permanenza a Ioppe, Pietro vede in visione animali purificati (At 9:43; 10:9-16).

12. Pietro va a Cesarea; lì predica a Cornelio e ad altri gentili incirconcisi; loro credono, ricevono lo spirito santo e vengono battezzati (At 10:23, 24, 34-48).

13. Ad Antiochia di Siria i discepoli vengono chiamati per la prima volta cristiani (At 11:26).

14. Erode uccide Giacomo e imprigiona Pietro; Pietro viene liberato da un angelo (At 12:2-4, 6-10).

15. Paolo inizia il primo viaggio missionario con Barnaba e Giovanni Marco (At 12:25; 13:4, 5; vedi cartina “Primo viaggio missionario di Paolo”).

16. Quando ad Antiochia nasce una disputa riguardo alla circoncisione, Paolo e Barnaba presentano la questione agli apostoli e agli anziani a Gerusalemme; dopo quell’incontro ritornano ad Antiochia (At 15:1-4, 6, 22-31).

17. Paolo inizia il secondo viaggio missionario. Vedi cartina “Secondo viaggio missionario di Paolo”.

18. Paolo inizia il terzo viaggio missionario. Vedi cartina “Terzo viaggio missionario di Paolo”.

19. Quando Paolo si trova a Gerusalemme, scoppia un tumulto nel tempio; Paolo viene arrestato e, sulle scale della Fortezza Antonia, parla alla folla (At 21:27-40).

20. Si scopre un complotto per uccidere Paolo; Paolo viene scortato dai soldati ad Antipatride e poi trasferito a Cesarea (At 23:12-17, 23, 24, 31-35).

21. Paolo viene processato davanti a Festo; si appella a Cesare (At 25:8-12).

22. Inizia il viaggio di Paolo alla volta di Roma. Vedi cartina “Viaggio di Paolo verso Roma”.

Betfage, Monte degli Ulivi e Gerusalemme
Betfage, Monte degli Ulivi e Gerusalemme

Questo breve video presenta un percorso di avvicinamento a Gerusalemme da est, dal moderno villaggio di Et-Tur (che nella Bibbia si ritiene corrisponda a Betfage), verso uno dei punti più alti del Monte degli Ulivi. Betania si trovava a est di Betfage, sul pendio orientale del Monte degli Ulivi. Quando andavano a Gerusalemme, Gesù e i suoi discepoli avevano l’abitudine di passare la notte a Betania, dove oggi si trova il villaggio di El-Azariyeh, nome arabo che significa “il luogo di Lazzaro”. Gesù si fermava sicuramente a casa di Marta, Maria e Lazzaro (Mt 21:17; Mr 11:11; Lu 21:37; Gv 11:1). Nel tragitto da casa loro a Gerusalemme forse seguiva un percorso simile a quello mostrato nel video. Il 9 nisan del 33 Gesù salì in groppa al puledro di un’asina, verosimilmente a Betfage, e proseguì lungo la via per Gerusalemme passando per il Monte degli Ulivi.

1. Strada da Betania a Betfage

2. Betfage

3. Monte degli Ulivi

4. Valle del Chidron

5. Monte del Tempio

Stanza al piano di sopra
Stanza al piano di sopra

Alcune case in Israele avevano un piano superiore. A questo ambiente si accedeva o dall’interno tramite una scala a pioli o degli scalini di legno, oppure dall’esterno tramite una scala a pioli o una scala di pietra. Fu in una grande stanza al piano di sopra, probabilmente simile a quella raffigurata qui, che Gesù celebrò l’ultima Pasqua con i suoi discepoli e istituì la commemorazione della Cena del Signore (Lu 22:12, 19, 20). Il giorno di Pentecoste del 33, i circa 120 discepoli su cui fu versato lo spirito di Dio erano radunati a quanto pare nella stanza al piano di sopra di una casa di Gerusalemme (At 1:15; 2:1-4).