Vangelo secondo Giovanni 18:1-40

18  Dette queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli e si diresse verso un giardino* che si trovava oltre la Valle del Chìdron.+ Vi entrò insieme ai discepoli.+  Anche Giuda, il suo traditore,+ conosceva il posto, dato che Gesù vi si era spesso ritrovato con i suoi discepoli.  Prese perciò un drappello di soldati e delle guardie agli ordini dei capi sacerdoti e dei farisei e andò là con torce, lampade e armi.+  Allora Gesù, sapendo tutto ciò che stava per accadergli, si fece avanti e chiese loro: “Chi cercate?”  “Gesù il Nazareno”,+ risposero. “Sono io”, disse lui. Lì con loro c’era anche il traditore, Giuda.+  Non appena Gesù ebbe detto loro: “Sono io”, quelli indietreggiarono e caddero a terra.+  Così chiese loro di nuovo: “Chi cercate?” Risposero: “Gesù il Nazareno”.  E Gesù disse a sua volta: “Vi ho detto che sono io. Perciò, se è me che cercate, lasciate andare questi uomini”.  Questo accadde perché si adempisse ciò che lui aveva detto: “Di quelli che mi hai dato non ne ho perduto nessuno”.+ 10  Quindi Simon Pietro, che aveva una spada, la sfoderò e colpì lo schiavo del sommo sacerdote staccandogli l’orecchio destro.+ Il nome dello schiavo era Malco. 11  Ma Gesù disse a Pietro: “Rimetti la spada nel fodero.+ Non dovrei bere il calice che il Padre mi ha dato?”+ 12  Dopodiché i soldati, l’ufficiale in comando e le guardie dei giudei presero* Gesù e lo legarono. 13  Per prima cosa lo portarono da Anna, dato che questi era suocero di Caiàfa,+ il quale quell’anno era sommo sacerdote.+ 14  Caiàfa era quello che aveva suggerito ai giudei che era nel loro interesse che un uomo morisse per il popolo.+ 15  Nel frattempo Simon Pietro e un altro discepolo seguivano Gesù.+ Quel discepolo, che era noto al sommo sacerdote, entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote, 16  mentre Pietro rimase fuori, alla porta.* Allora l’altro discepolo, quello noto al sommo sacerdote, uscì, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17  La giovane portinaia chiese quindi a Pietro: “Non sei anche tu un discepolo di quell’uomo?” Lui rispose: “No, non lo sono”.+ 18  Ora gli schiavi e le guardie se ne stavano intorno a un fuoco di carboni che avevano acceso perché faceva freddo, e si riscaldavano. Anche Pietro si mise insieme a loro a scaldarsi. 19  Intanto il capo sacerdote interrogò Gesù circa i suoi discepoli e il suo insegnamento. 20  Gesù gli rispose: “Ho parlato al mondo pubblicamente. Ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio,+ dove si radunano tutti i giudei, e non ho detto nulla in segreto. 21  Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno sentito ciò che ho detto. Ecco, loro sanno che cosa ho detto”. 22  A queste parole di Gesù, una delle guardie che stavano lì accanto gli diede uno schiaffo+ e disse: “È così che rispondi al capo sacerdote?” 23  Gesù gli rispose: “Se ho detto qualcosa di sbagliato, dimmi* di cosa si tratta. Se invece quello che ho detto è giusto, perché mi colpisci?” 24  Quindi Anna lo mandò legato da Caiàfa, il sommo sacerdote.+ 25  Mentre Simon Pietro stava a scaldarsi, gli chiesero: “Sei anche tu un suo discepolo, vero?” Lui negò e disse: “Non lo sono”.+ 26  Uno degli schiavi del sommo sacerdote, un parente dell’uomo a cui Pietro aveva staccato l’orecchio,+ chiese: “Non ti ho visto nel giardino* con lui?” 27  Ma Pietro negò di nuovo, e immediatamente un gallo cantò.+ 28  Dopodiché dalla casa di Caiàfa portarono Gesù al palazzo del governatore+ — era mattina presto — ma non entrarono nel palazzo per non contaminarsi+ e poter quindi mangiare la Pasqua. 29  Perciò Pilato venne fuori e chiese loro: “Di cosa accusate quest’uomo?” 30  Gli risposero: “Se quest’uomo non fosse un criminale,* non te lo avremmo consegnato”. 31  Pilato disse loro: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge”.+ I giudei replicarono: “Non ci è consentito uccidere nessuno”.+ 32  Ciò accadde perché si adempisse quello che Gesù aveva detto riguardo alla morte di cui doveva morire.+ 33  Pilato rientrò nel palazzo del governatore, fece chiamare Gesù e gli chiese: “Sei tu il re dei giudei?”+ 34  Gesù rispose: “Lo chiedi perché è questo che pensi di me, o perché te l’hanno detto altri?” 35  Pilato disse: “Sono forse giudeo? La tua stessa nazione e i capi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Cosa hai fatto?” 36  Gesù rispose:+ “Il mio Regno non fa parte di questo mondo.+ Se il mio Regno facesse parte di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei.+ Ma, di fatto, il mio Regno non è di qui”. 37  Perciò Pilato gli chiese: “Insomma, sei re?” Gesù rispose: “Tu stesso dici che io sono re.+ Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza riguardo alla verità.+ Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce”.+ 38  Pilato replicò: “Che cos’è la verità?” Detto questo, tornò fuori dai giudei e disse loro: “Io non trovo nessuna colpa in lui.+ 39  Tra voi comunque c’è l’usanza che io vi liberi un uomo durante la Pasqua.+ Volete perciò che liberi il re dei giudei?” 40  Di nuovo gridarono. “Non lui, ma Barabba!”, dicevano. Questo Barabba era un delinquente.+

Note in calce

O “orto”.
O “arrestarono”.
O “ingresso”.
O “rendi testimonianza”.
O “orto”.
O “malfattore”.

Approfondimenti

Valle del Chidron O “torrente invernale Chidron”. La Valle del Chidron, che nelle Scritture Greche Cristiane è menzionata solamente qui, separa Gerusalemme dal Monte degli Ulivi e costeggia il lato orientale della città lungo un asse che va da N a S. Di solito era asciutta anche d’inverno, tranne che in occasione di piogge particolarmente abbondanti. Il termine greco chèimarros, qui reso “valle”, letteralmente significa “torrente invernale”, cioè un corso d’acqua che scorre in maniera copiosa a causa delle abbondanti piogge della stagione invernale. È usato più di 80 volte nella Settanta per rendere la parola ebraica nàchal, che ricorre nelle Scritture Ebraiche quando viene menzionata la Valle del Chidron (2Sa 15:23; 1Re 2:37). Il termine ebraico e quello greco per “valle” possono riferirsi sia a torrenti che ad altri corsi d’acqua (De 10:7; Gb 6:15; Isa 66:12; Ez 47:5). Più di frequente però si riferiscono alla valle scavata da un torrente invernale e attraverso la quale un corso d’acqua scorre nel periodo delle piogge invernali (Nu 34:5; Gsè 13:9; 17:9; 1Sa 17:40; 1Re 15:13; 2Cr 33:14; Ne 2:15; Ca 6:11). Entrambe le parole sono spesso tradotte “uadi”. (Vedi Glossario, “uadi”.)

un drappello di soldati Il termine greco qui usato (spèira) indica che si trattava di soldati romani. Dei quattro evangelisti, solo Giovanni menziona che dei soldati romani erano presenti all’arresto di Gesù (Gv 18:12).

colpì lo schiavo del sommo sacerdote Questo episodio è presente in tutti e quattro i Vangeli, che nel riportarlo sono tra loro complementari (Mt 26:51; Mr 14:47; Lu 22:50). Solo Luca, “l’amato medico” (Col 4:14), menziona che Gesù “toccò l’orecchio dello schiavo e lo guarì” (Lu 22:51). E Giovanni è l’unico a specificare che fu Simon Pietro a sguainare la spada e che Malco era il nome dello schiavo a cui fu staccato l’orecchio. Evidentemente era Giovanni il discepolo “noto al sommo sacerdote” e a quelli della sua casa (Gv 18:15, 16); quindi è naturale che nel suo Vangelo menzioni per nome l’uomo ferito. Il fatto che Giovanni conoscesse quelli della casa del sommo sacerdote è confermato dal v. 26, dove Giovanni spiega che lo schiavo che accusò Pietro di essere un discepolo di Gesù era “un parente dell’uomo a cui Pietro aveva staccato l’orecchio”.

bere il calice Nella Bibbia la parola “calice” spesso è usata metaforicamente per indicare la volontà di Dio per una persona, ovvero la porzione o la parte da lui riservata a quella persona (Sl 11:6; 16:5; 23:5). Qui “bere il calice” vuol dire sottomettersi alla volontà di Dio. Nel caso di Gesù “il calice” incluse sia le sofferenze e la morte a seguito della falsa accusa di bestemmia sia la sua risurrezione alla vita immortale in cielo.

si allontani da me questo calice Nella Bibbia la parola “calice” spesso è usata metaforicamente per indicare la volontà di Dio per una persona, ovvero la porzione o la parte da lui riservata a quella persona. (Vedi approfondimento a Mt 20:22.) Senza dubbio Gesù soffriva all’idea che la sua condanna a morte per bestemmia e sedizione potesse recare disonore a Dio, e questo lo spinse a pregare che quel “calice” si allontanasse da lui.

bere il calice Nella Bibbia la parola “calice” spesso è usata metaforicamente per indicare la volontà di Dio per una persona, ovvero la porzione o la parte da lui riservata a quella persona (Sl 11:6; 16:5; 23:5). Qui “bere il calice” vuol dire sottomettersi alla volontà di Dio. Nel caso di Gesù “il calice” incluse sia le sofferenze e la morte a seguito della falsa accusa di bestemmia sia la sua risurrezione alla vita immortale in cielo. (Vedi approfondimenti a Mt 20:22; 26:39.)

giudei Nel Vangelo di Giovanni questo termine trasmette significati diversi a seconda del contesto. Può riferirsi in generale agli ebrei o agli abitanti della Giudea, oppure a chi viveva a Gerusalemme o nei dintorni. Può anche riferirsi in modo più specifico ai giudei che si attenevano con fanatismo a tradizioni umane legate alla Legge mosaica, spesso contrarie allo spirito della Legge stessa (Mt 15:3-6). Fra questi “giudei” spiccavano le autorità giudaiche o i capi religiosi, che erano ostili a Gesù. In questo versetto e in alcune delle altre occorrenze di questo termine nel capitolo 7 di Giovanni, il contesto indica che ci si sta riferendo alle autorità giudaiche o ai capi religiosi (Gv 7:13, 15, 35a; vedi Glossario).

ufficiale in comando Il termine greco chilìarchos (chiliarca) letteralmente significa “comandante di 1.000 [soldati]”. Si riferisce al tribuno militare, un comandante romano. In ogni legione c’erano sei tribuni. La legione però non era divisa in sei contingenti distinti; piuttosto, ciascun tribuno comandava l’intera legione per un sesto del tempo. Questo ufficiale aveva grande autorità; poteva anche nominare i centurioni e assegnare loro gli incarichi da svolgere. Il termine greco si può riferire anche a qualsiasi alto ufficiale dell’esercito. Quando Gesù fu arrestato, insieme ai soldati romani c’era un ufficiale in comando.

giudei Evidentemente le autorità giudaiche o i capi religiosi. (Vedi approfondimento a Gv 7:1.)

capo sacerdote Anna e [...] Caiafa Luca indica che Giovanni Battista iniziò il suo ministero ai giorni in cui il sacerdozio ebraico era sotto l’influenza di due uomini molto potenti. Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36. Nel 29 il sommo sacerdote era Caiafa, ma Anna poteva comunque essere chiamato “capo sacerdote” a motivo della sua posizione di rilievo (At 4:6; Gv 18:13, 24).

Per prima cosa lo portarono da Anna Solo Giovanni dice espressamente che Gesù fu portato da Anna. Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 E.V. da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36, periodo che incluse quell’anno, cioè il 33, l’anno memorabile in cui Gesù fu messo a morte. (Vedi approfondimento a Lu 3:2.)

quello a cui Gesù voleva particolarmente bene O “quello che Gesù amava”. Questa è la prima di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (Mt 4:21; Mr 1:19; Lu 5:10). Uno dei motivi che lo suggeriscono è che l’apostolo Giovanni non è mai chiamato per nome in questo Vangelo; l’unica menzione diretta che se ne fa è in Gv 21:2, dove si fa riferimento ai “figli di Zebedeo”. Un’altra indicazione si trova in Gv 21:20-24, dove si legge che “il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene” era lo scrittore di questo Vangelo. Inoltre, dell’apostolo in questione Gesù disse a Pietro: “Se è mia volontà che lui rimanga finché non verrò, a te che importa?” Queste parole suggeriscono l’idea che la persona a cui si fa riferimento sarebbe vissuta molto più a lungo di Pietro e degli altri apostoli, il che si può ben dire dell’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimenti a Gv titolo; Gv 1:6; 21:20.)

il discepolo a cui voleva particolarmente bene O “il discepolo che amava”. Questa è la seconda di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 13:23; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimento a Gv 13:23.)

dall’altro discepolo, quello a cui Gesù voleva particolarmente bene Questa è la terza di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 13:23; 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimenti a Gv 13:23; 18:15.) Mentre nelle altre quattro occorrenze l’espressione “volere particolarmente bene” traduce il verbo greco agapào, qui in Gv 20:2 traduce un sinonimo, il verbo greco filèo, in questa traduzione spesso reso “voler bene” (Mt 10:37; Gv 11:3, 36; 16:27; 21:15-17; 1Co 16:22; Tit 3:15; Ri 3:19; vedi approfondimenti a Gv 5:20; 16:27; 21:15).

il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene O “il discepolo che Gesù amava”. Questa è la quarta di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 13:23; 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (Mt 4:21; Mr 1:19; Lu 5:10; Gv 21:2; per i motivi che suggeriscono questa conclusione, vedi approfondimenti a Gv 13:23; 21:20).

il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene O “il discepolo che Gesù amava”. Questa è l’ultima di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 13:23; 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (Mt 4:21; Mr 1:19; Lu 5:10; Gv 21:2). Il contesto indica che “il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene” era anche “il discepolo che [aveva reso] testimonianza riguardo a tali fatti e li [aveva] messi per iscritto”, ovvero lo scrittore del Vangelo di Giovanni (Gv 21:20-24; vedi approfondimenti a Gv titolo; Gv 1:6; 13:23).

un altro discepolo Evidentemente l’apostolo Giovanni. Questa conclusione è in armonia con lo stile caratteristico di Giovanni, che nel suo Vangelo non menziona sé stesso per nome. (Vedi approfondimenti a Gv 13:23; 19:26; 20:2; 21:7; 21:20.) Inoltre, Giovanni e Pietro sono menzionati insieme nel brano di Gv 20:2-8, relativo ad avvenimenti che ebbero luogo dopo la risurrezione. La Bibbia non spiega come faceva Giovanni, un discepolo della Galilea, a essere noto al sommo sacerdote, ma il fatto che conoscesse quelli della casa del sommo sacerdote gli permise di entrare nel cortile senza essere fermato dalla portinaia e poi di farvi entrare anche Pietro (Gv 18:16).

carboni Il carbone di legna è un combustibile nero, friabile e poroso, di solito residuo di legna bruciata parzialmente. Nell’antichità veniva prodotto coprendo di terra una catasta di legna e facendola bruciare lentamente per diversi giorni con una quantità d’aria sufficiente solo alla combustione dei gas; si otteneva così un tipo di carbone relativamente puro. Era un procedimento che richiedeva molto tempo e attenzione, ma il carbone era il combustibile migliore quando occorreva un calore intenso e continuo, senza fumo. Il carbone, in un fuoco aperto o in un braciere, veniva usato per scaldarsi (Isa 47:14; Ger 36:22). Per il suo calore costante, senza fiamma o fumo, era ideale anche per cucinare (Gv 21:9).

Per prima cosa lo portarono da Anna Solo Giovanni dice espressamente che Gesù fu portato da Anna. Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 E.V. da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36, periodo che incluse quell’anno, cioè il 33, l’anno memorabile in cui Gesù fu messo a morte. (Vedi approfondimento a Lu 3:2.)

capo sacerdote Anna Anna era stato nominato sommo sacerdote verso il 6 o 7 E.V. da Quirinio, governatore romano della Siria, e aveva prestato servizio fino al 15. Anche dopo essere stato deposto dai romani e aver perso il titolo ufficiale, Anna evidentemente continuò ad avere grande potere e influenza come sommo sacerdote emerito ed esponente della gerarchia ebraica. Cinque dei suoi figli ricoprirono l’incarico di sommo sacerdote, e suo genero Caiafa lo ricoprì all’incirca dal 18 al 36. (Vedi approfondimento a Lu 3:2.) Anna è “il capo sacerdote” menzionato in Gv 18:19. (Vedi Gv 18:13.) La stessa parola greca (archierèus) poteva essere usata in riferimento sia al sommo sacerdote in carica sia a un importante esponente del sacerdozio, incluso un sommo sacerdote deposto. (Vedi Glossario, “capo sacerdote”.)

il capo sacerdote Cioè Anna. (Vedi approfondimenti a Gv 18:13; At 4:6.)

da Caiafa, il sommo sacerdote Per la possibile ubicazione della casa di Caiafa, vedi App. B12.

un gallo cantò Tutti e quattro i Vangeli menzionano questo fatto, ma solo Marco aggiunge il dettaglio che il gallo cantò una seconda volta (Mt 26:34, 74, 75; Mr 14:30; Lu 22:34, 60, 61; Gv 13:38; 18:27). La Mishnàh indica che ai tempi di Gesù a Gerusalemme c’era chi allevava galli, il che avvalora la narrazione biblica. Probabilmente il gallo cantò prima dell’alba. (Vedi approfondimento a Mr 13:35.)

un gallo cantò Vedi approfondimento a Mr 14:72.

palazzo del governatore O “pretorio”. Il termine greco praitòrion (dal latino praetorium) designa la residenza ufficiale dei governatori romani. A Gerusalemme il pretorio era probabilmente il palazzo fatto costruire da Erode il Grande, che si trovava all’estremità nord-occidentale della città alta, cioè della parte meridionale di Gerusalemme. (Per l’ubicazione del palazzo, vedi App. B12.) Pilato si tratteneva a Gerusalemme solo in occasioni particolari, come le feste, visto il potenziale rischio di disordini. La sua residenza ufficiale era a Cesarea.

palazzo del governatore Vedi approfondimento a Mt 27:27.

mattina presto Cioè la mattina del 14 nisan, giorno del processo e della morte di Gesù. La Pasqua era iniziata la sera prima; come mostrano gli altri Vangeli, Gesù e gli apostoli avevano consumato la cena pasquale quella sera (Mt 26:18-20; Mr 14:14-17; Lu 22:15). Perciò in questo versetto l’espressione mangiare la Pasqua deve riferirsi al pasto del 15 nisan, primo giorno della Festa dei Pani Azzimi. Ai giorni di Gesù il termine “Pasqua” a volte veniva usato per indicare sia la Pasqua (14 nisan) sia la Festa dei Pani Azzimi (15-21 nisan) che iniziava subito dopo (Lu 22:1).

Sei tu il re dei giudei? Nei territori dell’impero romano nessuno poteva regnare senza il consenso di Cesare. Fu a quanto pare per questo motivo che Pilato, nell’interrogare Gesù, si concentrò sulla questione del potere regale di Gesù stesso.

Sei tu il re dei giudei? Vedi approfondimento a Mt 27:11.

Il mio Regno non fa parte di questo mondo Gesù non diede una risposta diretta alla domanda di Pilato: “Cosa hai fatto?” (Gv 18:35). Si concentrò invece sulla sua prima domanda: “Sei tu il re dei giudei?” (Gv 18:33). Nella sua breve risposta Gesù menzionò tre volte il Regno di cui sarebbe diventato Re. Dicendo: “Il mio Regno non fa parte di questo mondo”, Gesù chiarì che il Regno non è di origine umana. Questo è in armonia con i riferimenti che in precedenza aveva fatto al “Regno dei cieli” e al “Regno di Dio” (Mt 3:2; Mr 1:15). Gesù aveva detto che anche i suoi discepoli non facevano “parte del mondo”, cioè l’ingiusta società umana che è lontana da Dio e non include i suoi servitori (Gv 17:14, 16). Con le parole che aveva rivolto a Pietro la sera prima, aveva fatto capire che i suoi discepoli non avrebbero dovuto combattere per difenderlo come invece avrebbero fatto i sostenitori di un re umano (Mt 26:51, 52; Gv 18:11).

Tu stesso l’hai detto Espressione idiomatica comune fra gli ebrei usata per sostenere la veracità di una dichiarazione. In questo caso, era come se Giuda avesse chiesto: “Per caso sono io, Rabbi?”, e Gesù avesse risposto: “Tu hai detto così, e quello che dici è vero”. Questa risposta evidentemente sottolineava che con le sue stesse parole Giuda stava ammettendo di essere responsabile del tradimento di Gesù. Come si nota confrontando questo passo con Gv 13:21-30, Giuda deve essere uscito dalla stanza in un momento successivo a questo dialogo, prima che Gesù istituisse l’osservanza della Cena del Signore. Qui in Matteo la successiva menzione di Giuda viene fatta in Mt 26:47, quando è insieme alla folla nel giardino di Getsemani.

Tu stesso l’hai detto Gesù non stava cercando di eludere la richiesta di Caiafa; riconosceva infatti l’autorità del sommo sacerdote di porlo sotto giuramento perché dichiarasse i fatti (Mt 26:63). Le parole di Gesù ricalcano un’espressione idiomatica ebraica usata per sostenere la veracità di una dichiarazione. Questo è confermato dal racconto parallelo di Marco, dove si legge che Gesù rispose: “Lo sono” (Mr 14:62; vedi approfondimenti a Mt 26:25; 27:11).

Tu stesso dici che io sono re Con questa risposta Gesù conferma di essere re (Mt 27:11; confronta approfondimenti a Mt 26:25, 64). Ma la regalità di Gesù non ha niente a che vedere con quello che ha in mente Pilato, perché il Regno di Gesù “non fa parte di questo mondo” e quindi non costituisce una minaccia per Roma (Gv 18:33-36).

rendere testimonianza Per come vengono usati nelle Scritture Greche Cristiane, i termini greci solitamente tradotti “rendere testimonianza” (martyrèo), “testimonianza” (martyrìa) e “testimone” (màrtys) hanno un significato ampio. Di base sono usati con il senso di testimoniare fatti a cui si è assistito o di cui si ha conoscenza diretta, ma potrebbero includere anche l’idea di dichiarare, comprovare, parlare bene di qualcuno o qualcosa. Oltre a testimoniare e a proclamare verità di cui era convinto, Gesù visse in modo tale da sostenere la verità delle profezie e delle promesse di suo Padre (2Co 1:20). Il proposito di Dio relativo al Regno e al Re messianico era stato predetto nei dettagli. L’intera vita umana di Gesù, che culminò nella sua morte in sacrificio, adempì tutte le profezie che lo riguardavano, fra cui le ombre, o modelli, contenute nel patto della Legge (Col 2:16, 17; Eb 10:1). Perciò si può ben dire che Gesù, con quello che disse e fece, rese “testimonianza riguardo alla verità”.

verità Qui Gesù si riferiva non alla verità in generale ma alla verità relativa ai propositi di Dio. Un punto fondamentale del proposito divino è che Gesù, il “figlio di Davide”, serve in qualità di Sommo Sacerdote e Re del Regno di Dio (Mt 1:1). Gesù spiegò che la ragione principale per cui venne “nel mondo” (cioè fra gli esseri umani), visse sulla terra e svolse il suo ministero era dichiarare la verità riguardo a quel Regno. Gli angeli annunciarono un messaggio simile prima che Gesù nascesse e poi al tempo della sua nascita a Betlemme di Giudea, città natale di Davide (Lu 1:32, 33; 2:10-14).

Che cos’è la verità? Sembra che la domanda di Pilato vertesse sulla verità in generale, e non sulla “verità” di cui aveva appena parlato Gesù (Gv 18:37). Se fosse stata una domanda sincera, Gesù gli avrebbe senz’altro risposto. Quella di Pilato però era probabilmente una domanda retorica, fatta con cinico scetticismo; era come se Pilato volesse dire: “La verità?! E che cos’è? La verità non esiste!” E in effetti non aspettò neanche la risposta, ma si voltò e tornò fuori dai giudei.

Tra voi [...] c’è l’usanza che io vi liberi un uomo L’abitudine di liberare un prigioniero è menzionata anche in Mt 27:15 e Mr 15:6. Pare che avesse avuto origine tra gli ebrei, dal momento che Pilato disse: “Tra voi [...] c’è l’usanza”. Anche se l’usanza di liberare un prigioniero non trova basi né precedenti nelle Scritture Ebraiche, sembra che ai giorni di Gesù fosse consolidata tra gli ebrei. Questa usanza non doveva risultare sconosciuta ai romani, visto che ci sono testimonianze secondo cui i romani liberarono prigionieri per ingraziarsi le folle.

Galleria multimediale

Valle del Chidron
Valle del Chidron

La Valle del Chidron (Nahal Qidron) separa Gerusalemme dal Monte degli Ulivi e costeggia il lato orientale della città lungo un asse che va da N a S. La valle inizia poco più a N delle mura di Gerusalemme. Dapprima larga e piuttosto piatta, diventa sempre più stretta e profonda. Di fronte all’estremità meridionale dell’antica area del tempio è all’incirca larga 120 m e profonda 30, anche se ai tempi di Gesù evidentemente era più profonda. Prosegue attraverso il deserto della Giudea fino al Mar Morto. Questa è la valle che Gesù attraversò per andare nel giardino di Getsemani dopo aver istituito la Cena del Signore il 14 nisan del 33 (Gv 18:1).

1. Valle del Chidron

2. Monte del tempio

3. Monte degli Ulivi (la parte che si vede è coperta da tombe)

Il più antico frammento delle Scritture Greche Cristiane
Il più antico frammento delle Scritture Greche Cristiane

Nella foto si vedono fronte e retro del papiro Rylands 457 (P52), un’antichissima copia di una porzione del Vangelo di Giovanni. Il frammento fu acquistato in Egitto nel 1920 ed è conservato nella John Rylands Library dell’Università di Manchester, in Inghilterra. Su un lato riporta una porzione di Gv 18:31-33, mentre sull’altro una porzione di Gv 18:37, 38. La presenza di testo su entrambe le facciate del papiro è una chiara prova del fatto che era parte di un codice. Il frammento è lungo 9 cm e largo 6. Molti studiosi lo fanno risalire alla prima metà del II secolo, motivo per cui è da considerarsi il più antico manoscritto in greco ancora esistente delle Scritture Greche Cristiane. Questa copia deve essere stata realizzata solo qualche decennio dopo la stesura del Vangelo di Giovanni, che fu scritto intorno al 98. Il suo contenuto coincide quasi perfettamente con il testo presente nei manoscritti greci di epoca più tarda che costituiscono la base delle traduzioni moderne delle Scritture Greche Cristiane.