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Testimoni di Geova

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La Torre di Guardia  |  febbraio 2015

 IMITIAMO LA LORO FEDE | GIUSEPPE

“Le interpretazioni non appartengono a Dio?”

“Le interpretazioni non appartengono a Dio?”

GIUSEPPE cammina lungo l’angusto e oscuro passaggio, grondante di sudore per le fatiche e il caldo soffocante. Fuori il sole d’Egitto arroventa la prigione, che sembra una fornace. A volte ha l’impressione di conoscere ogni mattone, ogni crepa sui muri. Ormai questo è tutto il suo mondo. Certo, lì dentro è molto stimato, ma è pur sempre un prigioniero.

Quante volte deve avere ripensato al tempo in cui badava alle greggi di suo padre sulle rocciose alture di Ebron! Era un ragazzo di circa 17 anni quando suo padre Giacobbe gli aveva affidato un compito che lo aveva portato a decine di chilometri da casa. Una libertà come quella ora è solo un lontano ricordo. I fratelli di Giuseppe, invidiosi, gli si erano rivoltati contro e, animati da un profondo odio, lo avevano venduto come schiavo. Era stato portato in Egitto, dove inizialmente aveva servito nella casa di Potifar, un funzionario egiziano. Lì aveva goduto della sua fiducia finché una falsa accusa di stupro da parte della moglie di Potifar lo aveva fatto finire in prigione (Genesi, capitoli 37 e 39). *

Ora Giuseppe ha 28 anni, una decina dei quali vissuti tra schiavitù e prigionia. La sua vita non è stata proprio quello che sperava. Sarebbe mai tornato libero? Avrebbe mai rivisto il suo caro e anziano padre, o Beniamino, il tanto amato fratello minore? Per quanto tempo sarebbe rimasto confinato in quella tetra prigione?

Vi siete mai sentiti come Giuseppe? La vita a volte si rivela ben diversa da quanto avevamo sperato in gioventù. Può sembrare che certe situazioni penose si trascinino all’infinito e può essere difficile capire come venirne fuori o come perseverare nonostante tutto. Vediamo cosa può insegnarci la fede di Giuseppe.

“GEOVA CONTINUÒ AD ESSERE CON GIUSEPPE”

Giuseppe sapeva che il suo Dio, Geova, non si sarebbe mai dimenticato di lui, e questa consapevolezza lo aiutò senz’altro a perseverare. Anche ora che Giuseppe era in prigione in un paese straniero, Geova trovò il modo di benedirlo. Infatti leggiamo: “Geova continuò ad essere con Giuseppe e gli mostrava amorevole benignità, concedendogli di trovare favore agli occhi dell’ufficiale capo della casa di prigionia” (Genesi 39:21-23). Giuseppe continuò a lavorare con impegno, dando così a Dio motivi per benedirlo. Come dev’essere stato confortante sapere che Geova era sempre con lui!

Geova intendeva forse lasciarlo in quella prigione per sempre? Giuseppe poteva solo tirare a indovinare, e non c’è dubbio che continuò a parlarne con il suo Dio in preghiera. Come succede molto spesso, la risposta giunse in modo del tutto inaspettato. Un giorno ci fu un po’ di trambusto quando vennero rinchiusi nella prigione due uomini che lavoravano alla corte di Faraone. Uno era il capo dei panettieri e l’altro il capo dei coppieri del re (Genesi 40:1-3).

Il capo della guardia incaricò Giuseppe di occuparsi di quei due uomini che avevano ricoperto un ruolo  così importante. * Una notte ognuno di loro fece un sogno enigmatico e vivido. Il mattino seguente, quando li vide, Giuseppe capì che qualcosa non andava e chiese: “Per quale ragione oggi le vostre facce sono tristi?” (Genesi 40:3-7). Forse i suoi modi gentili fecero pensare a quegli uomini che potevano rivelargli senza pericolo quello che li affliggeva. Giuseppe non sapeva che quella conversazione avrebbe segnato una svolta nella sua vita. Comunque, se non avesse mostrato un po’ di considerazione per i due uomini forse non ci sarebbe stata nessuna conversazione. Quello che fece potrebbe indurre ognuno di noi a chiedersi: “Esprimo la mia fede in Dio mostrando interesse per i miei simili?”

Giuseppe trattò i suoi compagni di prigionia con gentilezza e rispetto

I due uomini spiegarono che erano turbati perché avevano fatto un sogno enigmatico e vivido, ma anche perché non c’era nessuno che lo interpretasse. Gli egizi attribuivano molta importanza ai sogni e facevano molto assegnamento su coloro che asserivano di poterli interpretare. I due uomini non sapevano che il loro sogno proveniva dal Dio di Giuseppe, Geova. Giuseppe però lo sapeva e assicurò loro: “Le interpretazioni non appartengono a Dio? Narratemelo, vi prego” (Genesi 40:8). Le parole di Giuseppe riecheggiano nella mente di tutti coloro che studiano sinceramente la Bibbia. Se solo tutte le persone religiose mostrassero la stessa umiltà! Dobbiamo essere pronti a mettere da parte l’orgoglio che caratterizza il modo di pensare dell’uomo e affidarci a Dio per trovare la corretta interpretazione della sua parola (1 Tessalonicesi 2:13; Giacomo 4:6).

Il primo a parlare fu il coppiere. Disse a Giuseppe di aver sognato una vite con tre tralci su cui c’erano dei grappoli d’uva. L’uva era maturata e il coppiere ne aveva spremuto il succo nel calice di Faraone. Grazie a Geova, Giuseppe seppe immediatamente cosa significasse quel sogno. Disse al coppiere che i tre tralci significavano tre giorni dopo i quali Faraone avrebbe restituito al coppiere la posizione di prima. Mentre il viso del coppiere si rasserenava, Giuseppe aggiunse una richiesta: “Ti prego, devi usare verso di me amorevole benignità e menzionarmi a Faraone”. Giuseppe spiegò che era stato rapito dal suo paese e che si trovava in prigione senza motivo (Genesi 40:9-15).

Rinfrancato dalla buona notizia ricevuta dal coppiere, il panettiere chiese a Giuseppe cosa significasse il proprio sogno: aveva visto sulla sua testa tre cesti di pane e degli uccelli mangiavano da uno di essi. Giuseppe ricevette anche la soluzione di questo enigma. Ma non fu una buona notizia per il panettiere. Giuseppe disse: “Questa ne è l’interpretazione: I tre cesti sono tre giorni. Fra tre giorni Faraone ti alzerà  la testa di dosso e certamente ti appenderà a un palo; e i volatili ti mangeranno certamente la carne di dosso” (Genesi 40:16-19). Come tutti i fedeli servitori di Dio, Giuseppe rivelò coraggiosamente i messaggi divini, sia la buona notizia che la notizia di un giudizio imminente (Isaia 61:2).

Tre giorni dopo, le parole di Giuseppe si avverarono. Faraone diede una festa per il suo compleanno — usanza non seguita dal popolo di Dio nei tempi biblici — e pronunciò la sentenza relativa ai suoi due servitori. Proprio come aveva predetto Giuseppe, il panettiere fu giustiziato, mentre il coppiere venne reintegrato nella posizione di un tempo. Purtroppo, però, quell’uomo non mostrò considerazione per Giuseppe e si dimenticò completamente di lui (Genesi 40:20-23).

“NON OCCORRE CHE IO SIA CONSIDERATO!”

Passarono due anni interi (Genesi 41:1). Come dev’essersi sentito frustrato Giuseppe! Dopo che Geova gli aveva dato la spiegazione degli sconcertanti sogni del coppiere e del panettiere, forse aveva ricominciato a sperare. Può darsi che da quel momento in poi Giuseppe si svegliasse ogni giorno con la speranza di essere liberato, solo per scoprire ancora una volta che il monotono tran tran della vita in prigione si trascinava immutato. È possibile che per Giuseppe quei due anni siano stati i più difficili. Eppure non smise mai di confidare in Geova, il suo Dio. Anziché disperarsi, era deciso a perseverare, e uscì da quel periodo di prova più forte che mai (Giacomo 1:4).

Nei tempi critici in cui viviamo, chi può dire di non aver bisogno di più perseveranza? Per affrontare le continue prove della vita abbiamo bisogno di quel tipo di determinazione, pazienza e pace interiore che solo Dio può darci. Come nel caso di Giuseppe, Geova può aiutarci a combattere la disperazione e a tener viva la speranza (Romani 12:12; 15:13).

Anche se il coppiere si era dimenticato di Giuseppe, Geova non se ne dimenticò mai. Una notte fece avere a Faraone due sogni indimenticabili. Nel primo il re vide salire dal Nilo sette vacche di bell’aspetto e grasse, seguite da altre sette vacche brutte e magre che divoravano le grasse. Più tardi Faraone sognò uno stelo di grano da cui spuntavano sette spighe piene. Ma poi crescevano altre sette spighe, sottili e bruciate dal vento, che inghiottivano quelle piene. Quando la mattina si svegliò, Faraone era molto agitato per quei sogni e mandò a chiamare tutti i saggi e i sacerdoti che praticavano la magia perché li interpretassero. Ma nessuno ci riuscì (Genesi 41:1-8). Significa questo che non sapevano cosa dire o che se ne uscirono con le idee più disparate? Non lo sappiamo. Comunque sia, Faraone era deluso e cercava disperatamente la soluzione dell’enigma.

Alla fine il coppiere si ricordò di Giuseppe. Gli rimordeva la coscienza e parlò a Faraone dello straordinario giovane che si trovava in prigione e che due anni prima aveva interpretato correttamente il suo sogno e quello del panettiere. Faraone mandò subito a chiamare Giuseppe (Genesi 41:9-13).

Immaginiamo come dev’essersi sentito Giuseppe quando arrivarono i messaggeri di Faraone per portarlo a corte. Il giovane si cambiò in fretta d’abito e si sbarbò, rasandosi probabilmente anche la testa, perché quella era l’usanza degli egizi. Senz’altro pregò Geova con fervore, chiedendogli di sostenerlo in questo incontro. Si trovò ben presto davanti a Faraone nel lussuoso palazzo reale. Leggiamo: “Quindi Faraone disse a Giuseppe: ‘Ho sognato un sogno, ma non c’è chi lo interpreti. Ora io stesso ho udito dire di te che puoi udire un sogno e interpretarlo’”. La risposta di Giuseppe indicò ancora una volta la sua umiltà e la sua fede in Dio: “Non occorre che io sia considerato! Dio annuncerà benessere a Faraone” (Genesi 41:14-16).

Giuseppe disse umilmente a Faraone: “Non occorre che io sia considerato!”

Geova ama chi è umile e fedele, quindi non c’è da meravigliarsi se diede a Giuseppe la risposta che i saggi e i sacerdoti non erano riusciti a trovare. Giuseppe spiegò che i due sogni di Faraone avevano lo stesso significato. Ripetendo il messaggio, Geova voleva dire che la cosa era “fermamente stabilita”, cioè che si sarebbe adempiuta immancabilmente. Le vacche grasse e le spighe di grano piene rappresentavano sette anni di abbondanza in Egitto, mentre le vacche magre e le spighe di grano sottili raffiguravano sette anni di carestia che avrebbero seguito gli anni di abbondanza. Con questa carestia, l’abbondanza si sarebbe esaurita (Genesi 41:25-32).

 Faraone aveva capito che l’interpretazione data da Giuseppe era corretta. Ma cosa si poteva fare? Giuseppe suggerì un piano d’azione. Faraone doveva trovare un uomo “discreto e saggio” che durante i sette anni di abbondanza soprintendesse alla raccolta delle eccedenze di grano nei depositi del paese; quelle eccedenze sarebbero state poi distribuite per supplire al bisogno che si sarebbe creato durante la carestia (Genesi 41:33-36). L’esperienza e le capacità di Giuseppe lo rendevano più che qualificato per quell’incarico; lui però non fece pubblicità a se stesso. Per un uomo umile come lui, era impensabile tenere un comportamento così presuntuoso; e la sua fede non lo rese necessario. Se abbiamo vera fede in Geova, non abbiamo nessun bisogno di essere ambiziosi o di fare pubblicità a noi stessi. Possiamo lasciare serenamente le cose nelle sue capaci mani.

“SI PUÒ TROVARE UN ALTRO UOMO COME QUESTO?”

Faraone e tutti i suoi servitori compresero la saggezza del piano di Giuseppe. Il re riconobbe anche che era stato il Dio di Giuseppe a fargli pronunciare quelle sagge parole. Infatti disse ai servitori che erano lì nella corte del palazzo reale: “Si può trovare un altro uomo come questo in cui è lo spirito di Dio?” E a Giuseppe disse: “Giacché Dio ti ha fatto sapere tutto questo, non c’è nessuno discreto e saggio come te. Tu sarai personalmente sopra la mia casa, e tutto il mio popolo ti ubbidirà senza riserve. Solo in quanto al trono io sarò più grande di te” (Genesi 41:38-41).

Faraone mantenne la parola. Fece subito indossare a Giuseppe vesti di lino fine. Gli diede una collana d’oro, un anello con sigillo, un carro reale e lo autorizzò a percorrere in lungo e in largo il paese per mettere in atto il suo piano (Genesi 41:42-44). Nell’arco di una giornata, quindi, Giuseppe era passato da una prigione a una reggia. Quando si era svegliato era un modesto prigioniero, ma quando si era addormentato era un governante secondo solo a Faraone. Non c’è alcun dubbio, la fede di Giuseppe in Geova Dio era stata ben riposta. Geova aveva visto tutte le ingiustizie che il suo servitore aveva subìto nel corso degli anni e intervenne per porvi rimedio proprio al momento giusto e nel modo giusto. Intendeva non solo correggere i torti fatti a Giuseppe, ma anche preservare la futura nazione di Israele. Vedremo come questo avvenne in un prossimo articolo di questa serie.

Se vi trovate in una situazione difficile, magari per un’ingiustizia che pare trascinarsi da anni, non disperate. Ricordate Giuseppe. Egli manifestò sempre benignità, umiltà, perseveranza e fede: fu per questo che alla fine Geova lo ricompensò.

^ par. 4 Vedi gli articoli della serie “Imitiamo la loro fede” pubblicati nella Torre di Guardia del 1° agosto e del 1° novembre 2014.

^ par. 10 Gli antichi egizi avevano oltre 90 tipi di pane e dolci. Per questo il capo dei panettieri era un uomo importante. E il capo dei coppieri dirigeva un gruppo di servitori il cui compito era accertarsi che il vino e forse anche la birra di Faraone fossero di ottima qualità, e che nessuno tentasse di avvelenare il monarca, rischio del tutto reale dato che alla corte intrighi e assassini erano all’ordine del giorno. Non di rado il coppiere diventava un fidato consigliere del re.