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Testimoni di Geova

Italiano

La Torre di Guardia (edizione per lo studio)  |  dicembre 2014

Domande dai lettori

Domande dai lettori

Cosa intendeva dire Geremia riferendosi a Rachele che piangeva i suoi figli?

In Geremia 31:15 leggiamo: “Geova ha detto questo: ‘In Rama si ode una voce, lamento e amaro pianto; Rachele piange i suoi figli. Ha rifiutato d’esser confortata per i suoi figli, perché non sono più’”.

I due figli di Rachele non morirono prima di lei. Di conseguenza, le parole di Geremia, scritte 1.000 anni dopo la morte di Rachele, potrebbero sembrare inesatte.

Il primo figlio di Rachele fu Giuseppe (Gen. 30:22-24). In seguito Rachele morì dando alla luce il suo secondo figlio, Beniamino. Pertanto è legittimo chiedersi come mai in Geremia 31:15 leggiamo che Rachele piangeva perché i suoi figli ‘non erano più’.

È degno di nota che il primo figlio, Giuseppe, a suo tempo divenne padre di Manasse ed Efraim (Gen. 41:50-52; 48:13-20). In seguito quella di Efraim divenne la tribù più importante e influente dell’intero regno settentrionale di Israele e finì per rappresentare tutte le dieci tribù. D’altro canto, la tribù formata dai discendenti di Beniamino, secondo figlio di Rachele, divenne parte del regno meridionale insieme a Giuda. In un certo senso, quindi, Rachele poteva rappresentare tutte le madri di Israele, sia quelle del regno settentrionale che quelle del regno meridionale.

Quando fu scritto il libro di Geremia, il regno settentrionale delle dieci tribù era già caduto nelle mani degli assiri e molti suoi abitanti erano stati deportati. Tuttavia, alcuni discendenti di Efraim probabilmente fuggirono nel territorio di Giuda. Nel 607 a.E.V. i babilonesi conquistarono il regno meridionale di Giuda, formato da due tribù. A quanto pare, a seguito di quella conquista molti prigionieri furono radunati a Rama, circa 8 chilometri a nord di Gerusalemme (Ger. 40:1). Forse alcuni furono uccisi lì, nel territorio di Beniamino, dove era sepolta Rachele (1 Sam. 10:2). Pertanto, dire che Rachele piangeva i suoi figli potrebbe lasciare intendere che, in senso simbolico, facesse cordoglio sui beniaminiti in generale o su quelli di Rama in particolare. Un’altra possibilità è che le parole di Geremia si riferiscano a tutte le madri che in Israele piangevano per via della morte o della deportazione del popolo di Dio.

In ogni caso, ciò che Geremia scrisse riguardo a Rachele che piangeva i suoi figli era un riferimento profetico a quello che accadde secoli dopo quando la vita del piccolo Gesù fu in pericolo. Il re Erode diede ordine di uccidere tutti i figli maschi sotto i due anni che vivevano a Betleem, a sud di Gerusalemme. Così quei figli ‘non erano più’ in quanto morirono. Immaginate le grida di dolore provenienti da quelle madri a cui erano stati uccisi i figli! Era come se quelle grida si potessero sentire fino a Rama, a nord di Gerusalemme (Matt. 2:16-18).

Di conseguenza, sia ai tempi di Geremia che a quelli di Gesù, il riferimento a Rachele che piangeva i suoi figli ben rappresentava il dolore delle madri ebree causato dall’uccisione dei loro figli. Questi bambini che morirono e andarono nel “paese del nemico”, ossia la morte, possono essere liberati dalla stretta di quel nemico al momento della risurrezione (Ger. 31:16; 1 Cor. 15:26).