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Testimoni di Geova

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La Torre di Guardia (edizione per lo studio)  |  aprile 2017

 BIOGRAFIA

Sono sempre stato determinato a essere un soldato di Cristo

Sono sempre stato determinato a essere un soldato di Cristo

Mentre le pallottole sfrecciavano intorno a me, alzai lentamente un fazzoletto bianco. I soldati che stavano sparando mi intimarono di uscire dal mio nascondiglio. Mi avvicinai a loro con cautela, non sapendo se mi avrebbero ucciso o no. Come ero finito in quella situazione?

SONO nato nel 1926 a Karítsa, un paesino della Grecia. I miei genitori erano dei gran lavoratori ed ebbero otto figli, di cui io sono il settimo.

L’anno precedente i miei genitori avevano conosciuto John Papparizos, uno zelante e loquace Studente Biblico, come si chiamavano allora i Testimoni di Geova. Erano rimasti colpiti dai suoi ragionamenti logici basati sulle Scritture e così avevano cominciato a frequentare le adunanze nel nostro paesino. Mia madre aveva una fede incrollabile e, nonostante fosse analfabeta, coglieva ogni occasione appropriata per parlare di Geova Dio ad altri. Purtroppo, mio padre si concentrò sui difetti dei fratelli e a poco a poco smise di frequentare le adunanze.

Pur rispettando la Bibbia, da ragazzi io, i miei fratelli e le mie sorelle ci lasciammo distrarre dai divertimenti. Poi nel 1939, mentre la seconda guerra mondiale travolgeva l’Europa, fummo scossi da ciò che accadde a Nicolas Psarras, un nostro cugino che viveva vicino a noi. Da poco diventato Testimone, fu chiamato a far parte dell’esercito greco. Nicolas, che aveva 20 anni, disse coraggiosamente alle autorità militari: “Non posso combattere perché sono un soldato di Cristo”. Fu processato da un tribunale militare e condannato a 10 anni di prigione. Fu un vero shock!

Fortunatamente, all’inizio del 1941 l’esercito alleato entrò in Grecia per un breve periodo e Nicolas fu rilasciato. Appena ritornò a Karítsa, uno dei miei fratelli, Ilias, lo tempestò di domande sulla Bibbia. Ascoltai anch’io con molta attenzione. In seguito io, Ilias e la nostra sorella più piccola, Efmorfia, iniziammo  a studiare la Bibbia e a frequentare regolarmente le adunanze. L’anno successivo dedicammo la nostra vita a Geova e ci battezzammo. In seguito, altri quattro dei nostri fratelli e sorelle diventarono fedeli Testimoni.

Nel 1942 nella congregazione di Karítsa c’erano nove fratelli e sorelle di età compresa tra i 15 e i 25 anni. Sapevamo che avremmo affrontato difficili prove e così, per rafforzarci, studiavamo la Bibbia, cantavamo cantici e pregavamo insieme ogni volta che potevamo. Come risultato, la nostra fede divenne più forte.

Demetrius a Karítsa, insieme ad alcuni amici

LA GUERRA CIVILE

Mentre la seconda guerra mondiale giungeva al termine, i comunisti greci si ribellarono al governo, e questo diede il via a una feroce guerra civile. I guerriglieri andavano in giro per le campagne, costringendo gli abitanti a unirsi alle loro file. Quando attaccarono il nostro paesino, i ribelli rapirono me e altri due giovani Testimoni: Antonio Tsoukaris e Ilias. Dichiarammo che come cristiani eravamo neutrali, ma ci presero comunque e ci costrinsero a marciare per circa 12 ore fino al Monte Olimpo.

Poco dopo un ufficiale comunista ci ordinò di unirci a una squadra d’assalto. Quando spiegammo che come veri cristiani non avremmo imbracciato le armi contro il prossimo, l’ufficiale si infuriò e ci portò da un generale. Dopo aver ascoltato le nostre motivazioni, il generale ci disse: “Allora prendete un mulo e trasportate i feriti dal campo di battaglia all’ospedale”.

“Ma cosa succederebbe se venissimo catturati da soldati dell’esercito regolare?”, rispondemmo noi. “Non ci considererebbero comunque dei combattenti?” “Allora portate il pane al fronte”, ribatté lui. “E se un ufficiale ci vedesse con il mulo e ci ordinasse di portare delle armi al fronte?”, obiettammo. Il generale ci pensò su parecchio e alla fine esclamò: “Non ditemi che non potete pascolare le pecore! Rimanete qui e badate alle greggi!”

Così, mentre intorno a noi infuriava la guerra civile, noi tre pascolavamo pecore, un lavoro che a nostro avviso non andava contro la nostra coscienza. Un anno più tardi Ilias, essendo il primogenito, ebbe il permesso di tornare a casa a prendersi cura di nostra madre, che era rimasta vedova. Antonio si ammalò e fu liberato. Io invece rimasi prigioniero.

Nel frattempo, l’esercito greco stava sempre più alle costole dei comunisti. Il gruppo che mi teneva prigioniero scappò attraverso le montagne verso la vicina Albania. Nei pressi del confine ci trovammo improvvisamente circondati da soldati dell’esercito greco. I ribelli furono presi dal panico e fuggirono. Io mi nascosi dietro a un albero caduto, e fu allora che mi trovai nella situazione descritta all’inizio.

Quando dissi ai soldati che ero stato fatto prigioniero dai comunisti, decisero di portarmi in un accampamento militare vicino a Véroia, l’antica Berea, per accertarsi dei fatti. Lì mi fu ordinato di scavare  trincee per i soldati. Quando mi rifiutai di farlo, il comandante mi mandò in esilio nella temuta colonia penale situata sull’isola di Makrónisos.

L’ISOLA DEL TERRORE

Makrónisos è un’isola desolata, arida e bruciata dal sole che si trova lungo la costa dell’Attica, a circa 50 chilometri da Atene. Nonostante questo isolotto roccioso sia lungo appena 13 chilometri e largo al massimo due chilometri e mezzo, tra il 1947 e il 1958 ospitò più di 100.000 prigionieri. Tra questi c’erano attivisti di ideologia comunista, presunti comunisti, ex combattenti della resistenza e molti fedeli testimoni di Geova.

Quando arrivai, all’inizio del 1949, i prigionieri erano divisi in vari campi. Fui mandato in un campo con misure di sicurezza non troppo strette, insieme a centinaia di altri uomini. Dormivo con circa 40 persone in una tenda da soli 10 posti. Bevevamo acqua sporca e mangiavamo perlopiù lenticchie e melanzane. La polvere e il vento incessanti rendevano la vita estremamente difficile. Almeno però non dovevamo trascinare continuamente avanti e indietro delle pietre, una sadica forma di tortura che metteva a dura prova il fisico e la mente di molti sventurati prigionieri.

Sull’isola di Makrónisos, insieme ad altri Testimoni imprigionati

Un giorno, mentre camminavo lungo la spiaggia, incontrai diversi Testimoni provenienti da altri campi. Che gioia provammo! Stando molto attenti a non farci scoprire, ci radunavamo quante più volte possibile. Inoltre, predicavamo in modo discreto ad altri prigionieri, alcuni dei quali in seguito divennero Testimoni. Quelle attività, insieme alle sentite preghiere, ci aiutarono a rimanere spiritualmente forti.

IN UNA FORNACE ARDENTE

Dopo 10 mesi di “rieducazione”, si decise che era arrivato il momento di farmi indossare un’uniforme. Quando mi rifiutai di farlo, fui trascinato davanti al comandante del campo. Gli consegnai una dichiarazione scritta e dissi: “Voglio solamente essere un soldato di Cristo”. Il comandante mi minacciò e mi consegnò al suo secondo, un arcivescovo greco-ortodosso agghindato con sontuose vesti liturgiche. Risposi coraggiosamente alle sue domande facendo riferimento alle Scritture, e lui tuonò furibondo: “Portatelo via! È un fanatico!”

La mattina seguente alcuni soldati mi ordinarono un’altra volta di indossare l’uniforme. Dissi ancora di no, e così mi presero a pugni e a bastonate. Poi mi portarono in infermeria per vedere se avevo qualche osso rotto, e quindi mi trascinarono fino alla mia tenda. Questo “rituale” quotidiano andò avanti per due mesi.

I soldati erano frustrati perché non ero disposto a scendere a compromessi. Provarono quindi un’altra tattica: mi legarono le mani dietro la schiena e percossero brutalmente le piante dei miei piedi con delle funi. In quel momento di intensa sofferenza, mi vennero in mente le parole di Gesù: “Felici voi, quando vi biasimeranno e vi perseguiteranno [...]. Rallegratevi e saltate per la gioia, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli; poiché in questo modo perseguitarono i profeti prima di voi” (Matt. 5:11, 12). Infine, dopo quella che mi sembrò un’eternità, persi i sensi.

Mi svegliai in una gelida cella. Non avevo né pane né acqua né una coperta. Eppure ero calmo e tranquillo. Proprio come promette la Bibbia, “la pace di Dio” stava ‘custodendo il mio cuore e le mie facoltà mentali’ (Filip. 4:7). Il giorno dopo un soldato gentilmente mi diede pane, acqua e un cappotto. Poi un altro soldato mi offrì le sue razioni. In queste e in molte altre situazioni percepii la tenera cura di Geova nei miei confronti.

Le autorità mi consideravano un ribelle irrecuperabile e quindi decisero di portarmi di fronte a una corte marziale ad Atene. Mi fu inflitta una pena di tre anni da scontare nel penitenziario di Gyáros, un’isola circa 50 chilometri a est di Makrónisos.

“POSSIAMO FIDARCI DI VOI”

Il penitenziario di Gyáros era un’enorme fortezza di mattoni rossi, e ospitava più di 5.000 prigionieri politici. Io e altri sei testimoni di Geova, invece, eravamo imprigionati a motivo della nostra posizione neutrale. Anche se era severamente proibito, ci trovavamo di nascosto per studiare la Bibbia. Con una certa regolarità ricevevamo addirittura copie della  Torre di Guardia introdotte clandestinamente, che poi copiavamo a mano per poterle studiare.

Un giorno, mentre stavamo studiando di nascosto, una guardia ci scoprì e confiscò le nostre pubblicazioni. Fummo condotti nell’ufficio del vicedirettore del carcere, praticamente certi che il nostro periodo detentivo sarebbe stato prolungato. Il vicedirettore, invece, disse: “Sappiamo chi siete e rispettiamo la vostra posizione. Sappiamo che possiamo fidarci di voi. Tornate pure al lavoro”. Ad alcuni di noi vennero addirittura affidati dei lavori più leggeri. Quanto eravamo grati! Perfino dietro le sbarre di una prigione, la nostra integrità poteva dare lode a Geova.

La nostra fermezza diede altri buoni frutti. Dopo aver osservato attentamente il nostro comportamento, un prigioniero, che era un insegnante di matematica, ci fece alcune domande sulla nostra fede. Quando io e gli altri Testimoni fummo rilasciati all’inizio del 1951, anche lui uscì di prigione. In seguito si battezzò e divenne un evangelizzatore a tempo pieno.

SONO ANCORA UN SOLDATO DI CRISTO

Insieme a mia moglie Janette

Dopo il mio rilascio ritornai dalla mia famiglia a Karítsa. Qualche tempo dopo, insieme a molti altri greci, emigrai a Melbourne, in Australia. Qui incontrai una brava sorella di nome Janette, e la sposai. Insieme abbiamo insegnato la verità ai nostri quattro figli, un maschio e tre femmine.

Oggi, a più di 90 anni, servo ancora come anziano. A causa di vecchie ferite a volte mi fanno male i piedi e altre parti del corpo, specialmente dopo aver partecipato al ministero. Nonostante ciò, sono più determinato che mai a essere un “soldato di Cristo” (2 Tim. 2:3).