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Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (edizione per lo studio)

Vangelo secondo Giovanni 19:1-42

19  Allora Pilato prese Gesù e lo flagellò.+  I soldati intrecciarono una corona di spine e gliela posero sulla testa, e addosso gli misero un mantello color porpora.+  E avvicinandosi a lui gli dicevano: “Salve, re dei giudei!”, e lo schiaffeggiavano.+  Pilato uscì di nuovo e disse alla folla: “Ecco, ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo nessuna colpa in lui”.+  Dopodiché Gesù uscì, con la corona di spine e il mantello color porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”  Tuttavia, quando lo videro, i capi sacerdoti e le guardie gridarono: “Al palo! Al palo!”+ Pilato disse loro: “Prendetelo e mettetelo voi al palo, perché io non trovo nessuna colpa in lui”.+  I giudei gli risposero: “Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge deve morire+ perché si è definito figlio di Dio”.+  Quando sentì questo, Pilato ebbe ancora più paura  e, rientrato nel palazzo del governatore, chiese a Gesù: “Di dove sei?” Ma Gesù non gli rispose.+ 10  Quindi Pilato gli disse: “Ti rifiuti di parlarmi? Non sai che ho l’autorità sia di rilasciarti che di metterti al palo?” 11  Gesù gli rispose: “Se non ti fosse stata concessa dall’alto, non avresti nessuna autorità su di me.+ Perciò l’uomo che mi ha consegnato a te è colpevole di un peccato più grande”. 12  Per questa ragione Pilato cercava un modo per liberarlo, ma i giudei gridavano: “Se liberi quest’uomo, non sei amico di Cesare! Chiunque si definisce re parla contro* Cesare”.+ 13  Pilato allora, a queste parole, condusse Gesù fuori e si mise a sedere su una tribuna, in un luogo chiamato Lastrico (in ebraico Gabbatà). 14  Quello era il giorno della Preparazione+ della Pasqua, ed era circa la sesta ora. Pilato disse ai giudei: “Ecco il vostro re!” 15  Ma quelli gridarono: “Toglilo di mezzo! Toglilo di mezzo! Mettilo al palo!” Pilato disse loro: “Devo mettere a morte il vostro re?” I capi sacerdoti risposero: “Non abbiamo altro re che Cesare”. 16  Allora lo consegnò loro perché fosse messo al palo.+ Quindi presero Gesù. 17  Portando da sé il palo di tortura,* Gesù andò verso il cosiddetto Luogo del Teschio,+ che in ebraico si chiama Gòlgota.+ 18  Là lo misero al palo,+ e con lui altri due uomini, uno da un lato e uno dall’altro. Gesù era nel mezzo.+ 19  Pilato poi fece un’iscrizione e la mise sul palo di tortura. Diceva: “Gesù il Nazareno, il re dei giudei”.+ 20  Molti giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo in cui Gesù fu messo al palo era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21  Ma i capi sacerdoti dei giudei dissero a Pilato: “Non scrivere: ‘Il re dei giudei’, ma che lui ha detto: ‘Io sono re dei giudei’”. 22  Pilato rispose: “Quello che ho scritto ho scritto”. 23  Dopo aver messo al palo Gesù, i soldati presero le sue vesti e le divisero in quattro parti, una per ciascun soldato. Presero anche la tunica, ma questa non aveva cuciture, essendo stata tessuta da cima a fondo in un unico pezzo; 24  perciò si dissero l’un l’altro: “Non strappiamola, ma tiriamo a sorte per decidere a chi andrà”.+ Questo accadde perché si adempisse il passo della Scrittura: “Si divisero i miei abiti, e tirarono a sorte le mie vesti”.+ I soldati fecero davvero queste cose. 25  Ora, vicino al palo di tortura* di Gesù stavano sua madre, la sorella di sua madre,+ Maria la moglie di Clopa e Maria Maddalena.+ 26  Perciò quando vide sua madre e lì accanto il discepolo a cui voleva particolarmente bene,+ Gesù disse a sua madre: “Donna, ecco tuo figlio!” 27  Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” E da quel momento il discepolo la accolse in casa sua. 28  A questo punto Gesù, sapendo che ormai ogni cosa era stata compiuta, per adempiere il passo della Scrittura disse: “Ho sete”.+ 29  Lì c’era una giara piena di vino aspro, perciò misero una spugna inzuppata di vino aspro su dell’issopo e gliela avvicinarono alla bocca.+ 30  Dopo aver preso il vino aspro, Gesù disse: “È compiuto!”+ E, chinata la testa, spirò.+ 31  Dato che era il giorno della Preparazione,+ i giudei volevano evitare che i corpi rimanessero sui pali di tortura*+ il Sabato (e quel Sabato era un grande Sabato),+ perciò chiesero a Pilato di far rompere le gambe ai condannati e far rimuovere i corpi. 32  I soldati allora vennero e ruppero le gambe al primo uomo e all’altro uomo che era al palo accanto a Gesù. 33  Arrivati da Gesù, però, videro che era già morto, così non gli ruppero le gambe. 34  Ma uno dei soldati gli trafisse il fianco con la lancia,+ e subito fuoriuscirono sangue e acqua. 35  La persona che ha visto questo ne ha dato testimonianza e la sua testimonianza è vera, e lui sa di dire la verità, perché anche voi crediate.+ 36  Infatti, queste cose avvennero affinché si adempisse il passo della Scrittura: “Nessun osso gli sarà rotto”.+ 37  Un altro passo ancora dice: “Guarderanno colui che hanno trafitto”.+ 38  Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù ma in segreto per paura dei giudei,+ chiese a Pilato di poter prendere il corpo, e Pilato gli diede il permesso. Perciò andò e prese il corpo di Gesù.+ 39  Giunse anche Nicodèmo,+ quello che la prima volta era andato da Gesù di notte, e portò una mistura di mirra e aloe del peso di circa 100 libbre.+ 40  Quindi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino con gli aromi,+ secondo l’usanza funebre dei giudei.+ 41  Ora, lì dove Gesù fu messo a morte* c’era un giardino,* e nel giardino c’era una tomba* nuova,+ in cui non era ancora stato deposto nessuno. 42  Siccome era il giorno della Preparazione+ dei giudei e quella tomba era vicina, fu lì che deposero Gesù.

Note in calce

O “si oppone”.
O “messo al palo”.
O “orto”.
O “tomba commemorativa”.

Approfondimenti

lo flagellò Di solito la flagellazione precedeva l’esecuzione al palo. Dopo aver ceduto alle insistenze dei giudei che avevano chiesto a gran voce che Gesù fosse messo al palo e che Barabba fosse liberato, Pilato prese Gesù e “lo flagellò” (Mt 20:19; 27:26). Lo strumento più terribile usato per sferzare era il flagellum. Consisteva di un’impugnatura a cui erano fissate diverse cordicelle o strisce di cuoio. Queste ultime erano probabilmente appesantite da pezzetti appuntiti di osso o di metallo per rendere i colpi più dolorosi.

Ecco l’uomo! Nonostante i maltrattamenti subiti e le ferite riportate, Gesù mostrò una calma e una dignità che anche Pilato riconobbe; queste sue parole sembrano infatti rivelare un misto di rispetto e compassione. L’espressione ecce homo con cui la Vulgata rende le parole di Pilato ha ispirato molti artisti. Chi aveva dimestichezza con le Scritture Ebraiche e sentì queste parole di Pilato potrebbe aver pensato alla descrizione profetica del Messia che si trova in Zac 6:12: “Ecco l’uomo il cui nome è Germoglio”.

Noi abbiamo una legge Rendendosi conto di non aver ottenuto alcun risultato attraverso l’accusa di reato politico, i giudei rivelano i loro veri motivi muovendo contro Gesù un’accusa di natura religiosa, quella di bestemmia. Qualche ora prima hanno presentato la stessa accusa davanti al Sinedrio, ma Pilato la sente per la prima volta.

nasca di nuovo Gesù rivelò a Nicodemo che, per vedere il Regno di Dio, un essere umano deve nascere una seconda volta. Dalle parole del versetto 4 emerge che Nicodemo pensò che Gesù stesse parlando di nascere letteralmente una seconda volta. Gesù, però, continuò spiegando che nascere di nuovo significa ‘nascere di spirito’ (Gv 3:5). Coloro che devono “diventare figli di Dio” non sono “generati né dal sangue né dalla volontà della carne né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio” (Gv 1:12, 13). Pietro usò un’espressione greca simile quando in 1Pt 1:3, 23 disse che i cristiani unti vengono fatti “nascere di nuovo”. Anche se la maggioranza delle Bibbie usa l’espressione “nascere di nuovo”, alcune traduzioni dicono “nascere dall’alto”, alternativa possibile dato che il termine greco ànothen di solito significa “dall’alto” (Gv 3:31; 19:11; Gc 1:17; 3:15, 17). Entrambe le rese sono in armonia con l’idea che, per entrare nel Regno, è necessario sperimentare una nuova nascita che ha origine “da Dio”, e quindi dall’alto (1Gv 3:9). Ma, data la risposta di Nicodemo, in questo contesto ad ànothen è stato anche attribuito il significato di “di nuovo”, “un’altra volta”.

dall’alto O “dal cielo”. Il termine greco ànothen è reso “dall’alto” qui e in Gc 1:17; 3:15, 17. Lo stesso termine compare anche in Gv 3:3, 7, dove può essere reso sia “di nuovo (un’altra volta)” sia “dall’alto”. (Vedi approfondimento a Gv 3:3.)

l’uomo È probabile che Gesù non si riferisse a Giuda Iscariota o a qualcun altro in particolare, ma a tutti coloro che si stavano rendendo complici del suo omicidio. Tra i colpevoli di quel peccato c’erano Giuda, “i capi sacerdoti e l’intero Sinedrio”, e perfino “la folla” che si era fatta convincere a chiedere la liberazione di Barabba (Mt 26:59-65; 27:1, 2, 20-22; Gv 18:30, 35).

amico di Cesare Questo titolo onorifico era spesso conferito ai governatori delle province dell’impero romano. In questo contesto i capi giudei lo usarono evidentemente in senso generico, lasciando intendere che Pilato si stava esponendo all’accusa di condonare un caso di alto tradimento. Il Cesare di quei tempi era Tiberio, un imperatore noto per il fatto che condannava a morte chiunque considerasse sleale, persino alti ufficiali. Ad esempio Lucio Elio Seiano, che era comandante della guardia pretoriana ed era stato ufficialmente nominato “amico di Cesare”, poteva essere considerato la persona più importante dopo Tiberio. Fintantoché rimase al potere, l’influente Seiano protesse e appoggiò Pilato, un suo favorito. Comunque, nel 31 E.V. Seiano perse il favore di Tiberio, che lo accusò di sedizione e ordinò che lui e molti dei suoi sostenitori fossero messi a morte. Questo si era verificato poco tempo prima che Gesù comparisse davanti a Pilato. Pilato avrebbe dunque rischiato la vita se i sadducei si fossero lamentati con l’imperatore, soprattutto perché l’accusa mossa contro Pilato sarebbe stata quella di non essere “amico di Cesare”. Pilato aveva già suscitato le ire dei giudei, quindi non voleva rischiare ulteriori attriti, tanto meno un’accusa di lesa maestà. A quanto pare, quindi, Pilato si lasciò influenzare dal timore di un imperatore sospettoso quando condannò a morte Gesù, uomo che lui sapeva essere innocente.

ebraico Nelle Scritture Greche Cristiane, gli scrittori biblici ispirati usarono il termine “ebraico” per indicare la lingua parlata dai giudei (Gv 19:13, 17, 20; At 21:40; 22:2; Ri 9:11; 16:16), come pure la lingua in cui Gesù, una volta risuscitato e glorificato, si rivolse a Saulo di Tarso (At 26:14, 15). In At 6:1 si fa una distinzione fra “giudei di lingua ebraica” e “giudei di lingua greca”. Anche se alcuni studiosi ritengono che in questi riferimenti il termine “ebraico” andrebbe reso “aramaico”, ci sono validi motivi per credere che il termine si riferisca effettivamente alla lingua ebraica. In At 21:40; 22:2 il medico Luca dice che Paolo parlò agli abitanti di Gerusalemme “in ebraico”; in quella circostanza Paolo si stava rivolgendo a persone la cui vita era incentrata sullo studio della Legge mosaica in lingua ebraica. Inoltre, fra i tanti frammenti e manoscritti che costituiscono i Rotoli del Mar Morto, la prevalenza di testi biblici e non biblici in ebraico mostra che questa lingua era usata quotidianamente. E la presenza, seppur minore, di frammenti in aramaico dimostra che venivano utilizzate entrambe le lingue. Sembra quindi molto improbabile che con il termine “ebraico” gli scrittori biblici si riferissero all’aramaico o al siriaco. (Confronta At 26:14.) In precedenza le Scritture Ebraiche avevano distinto l’“aramaico” dalla “lingua dei giudei” (2Re 18:26), e Giuseppe Flavio, storico del I secolo, in riferimento a questo stesso passo biblico parla dell’“aramaico” e dell’“ebraico” come di due lingue diverse (Antichità giudaiche, X, 8 [i, 2]). È vero che l’aramaico e l’ebraico presentano termini abbastanza simili e che forse altri termini ebraici sono prestiti dall’aramaico, ma sembra che non ci sia alcuna ragione per cui gli scrittori delle Scritture Greche Cristiane dovessero dire “ebraico” se intendevano “aramaico”.

tribuna Vedi Glossario, “tribunale”.

Lastrico Questo luogo era chiamato in ebraico Gabbatà, vocabolo di derivazione incerta che forse significa “colle”, “altura” o “spazio aperto”. Il nome greco Lithòstroton (“Lastrico”) poteva indicare un semplice selciato o un pavimento decorato; alcuni studiosi ritengono fosse una superficie rivestita di mosaici. Questo luogo poteva essere uno spiazzo situato davanti al palazzo di Erode il Grande, ma secondo alcuni studiosi si trovava altrove. L’esatta ubicazione è incerta.

ebraico Vedi approfondimento a Gv 5:2.

quel Sabato era un grande Sabato Il 15 nisan, il giorno dopo la Pasqua, era sempre un Sabato, indipendentemente dal giorno della settimana in cui cadeva (Le 23:5-7). Quando però questo Sabato speciale coincideva con un vero Sabato (il settimo giorno della settimana ebraica, che andava dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato), allora era considerato “un grande Sabato”. Gesù era morto di venerdì, perciò il giorno successivo era “un grande Sabato”. Tra il 29 e il 35 ci fu un solo anno in cui il 14 nisan cadde di venerdì: il 33. Pertanto questo conferma che Gesù morì il 14 nisan del 33.

giorno della Preparazione Così veniva chiamato il giorno che precedeva il Sabato settimanale, durante il quale gli ebrei si preparavano per il Sabato. Il Vangelo di Giovanni aggiunge la specifica della Pasqua. In questo contesto ci si riferisce alla mattina del 14 nisan, giorno del processo e della morte di Gesù. Il giorno di Pasqua era iniziato la sera prima; come mostrano gli altri Vangeli, Gesù e gli apostoli avevano consumato la cena pasquale quella sera (Mt 26:18-20; Mr 14:14-17; Lu 22:15). Cristo osservò alla perfezione i precetti della Legge, incluso quello di celebrare la Pasqua il 14 nisan (Eso 12:6; Le 23:5). Nel 33 questo giorno poteva essere considerato la Preparazione della Pasqua nel senso che era la preparazione per la Festa dei Pani Azzimi, festa che iniziava il giorno successivo e durava sette giorni. Dato che queste feste erano consecutive, a volte il termine “Pasqua” abbracciava l’intero periodo festivo (Lu 22:1). Inoltre il giorno dopo il 14 nisan era sempre considerato un Sabato, a prescindere dal giorno della settimana in cui cadeva (Le 23:5-7). Nel 33 il 15 nisan cadde proprio di Sabato, così che quel giorno fu “un grande Sabato”, un Sabato doppio. (Vedi approfondimento a Gv 19:31.)

circa la sesta ora Cioè mezzogiorno circa.

ebraico Nelle Scritture Greche Cristiane, gli scrittori biblici ispirati usarono il termine “ebraico” per indicare la lingua parlata dai giudei (Gv 19:13, 17, 20; At 21:40; 22:2; Ri 9:11; 16:16), come pure la lingua in cui Gesù, una volta risuscitato e glorificato, si rivolse a Saulo di Tarso (At 26:14, 15). In At 6:1 si fa una distinzione fra “giudei di lingua ebraica” e “giudei di lingua greca”. Anche se alcuni studiosi ritengono che in questi riferimenti il termine “ebraico” andrebbe reso “aramaico”, ci sono validi motivi per credere che il termine si riferisca effettivamente alla lingua ebraica. In At 21:40; 22:2 il medico Luca dice che Paolo parlò agli abitanti di Gerusalemme “in ebraico”; in quella circostanza Paolo si stava rivolgendo a persone la cui vita era incentrata sullo studio della Legge mosaica in lingua ebraica. Inoltre, fra i tanti frammenti e manoscritti che costituiscono i Rotoli del Mar Morto, la prevalenza di testi biblici e non biblici in ebraico mostra che questa lingua era usata quotidianamente. E la presenza, seppur minore, di frammenti in aramaico dimostra che venivano utilizzate entrambe le lingue. Sembra quindi molto improbabile che con il termine “ebraico” gli scrittori biblici si riferissero all’aramaico o al siriaco. (Confronta At 26:14.) In precedenza le Scritture Ebraiche avevano distinto l’“aramaico” dalla “lingua dei giudei” (2Re 18:26), e Giuseppe Flavio, storico del I secolo, in riferimento a questo stesso passo biblico parla dell’“aramaico” e dell’“ebraico” come di due lingue diverse (Antichità giudaiche, X, 8 [i, 2]). È vero che l’aramaico e l’ebraico presentano termini abbastanza simili e che forse altri termini ebraici sono prestiti dall’aramaico, ma sembra che non ci sia alcuna ragione per cui gli scrittori delle Scritture Greche Cristiane dovessero dire “ebraico” se intendevano “aramaico”.

Portando da sé il palo di tortura Secondo il racconto di Giovanni, Gesù trasportò da solo il palo di tortura. Comunque, negli altri Vangeli (Mt 27:32; Mr 15:21; Lu 23:26) si legge che Simone di Cirene fu costretto a prestare servizio portando il palo al luogo dell’esecuzione. Il racconto di Giovanni a volte è condensato e spesso non ripete ciò che è già menzionato negli altri Vangeli. Per questo nel libro di Giovanni non si trova il dettaglio secondo cui Simone fu costretto a portare il palo.

Luogo del Teschio L’espressione Kranìou Tòpon è la resa greca del nome ebraico Golgota. (Vedi l’approfondimento Golgota in questo versetto. Per una trattazione dell’uso che le Scritture Greche Cristiane fanno del termine ebraico, vedi approfondimento a Gv 5:2.) In Lu 23:33 alcune Bibbie in italiano riportano il termine “Calvario”, che deriva dal termine latino per “teschio” (calvaria) usato nella Vulgata.

Golgota Da un termine ebraico che significa “teschio”. (Confronta Gdc 9:53; 2Re 9:35; 1Cr 10:10; in questi versetti la parola ebraica gulgòleth è resa “cranio”, “teschio”.) Ai giorni di Gesù questo luogo si trovava fuori dalle mura di Gerusalemme. Benché l’esatta ubicazione sia incerta, secondo alcuni è ragionevole pensare che si trovasse nelle vicinanze del punto in cui oggi sorge la Chiesa del Santo Sepolcro. (Vedi App. B12.) La Bibbia non dice che il Golgota fosse su un colle, pur menzionando il fatto che alcuni osservavano l’esecuzione da lontano (Mr 15:40; Lu 23:49).

palo di tortura O “palo per l’esecuzione”. (Vedi Glossario, “palo”; “palo di tortura”.)

ebraico Nelle Scritture Greche Cristiane, gli scrittori biblici ispirati usarono il termine “ebraico” per indicare la lingua parlata dai giudei (Gv 19:13, 17, 20; At 21:40; 22:2; Ri 9:11; 16:16), come pure la lingua in cui Gesù, una volta risuscitato e glorificato, si rivolse a Saulo di Tarso (At 26:14, 15). In At 6:1 si fa una distinzione fra “giudei di lingua ebraica” e “giudei di lingua greca”. Anche se alcuni studiosi ritengono che in questi riferimenti il termine “ebraico” andrebbe reso “aramaico”, ci sono validi motivi per credere che il termine si riferisca effettivamente alla lingua ebraica. In At 21:40; 22:2 il medico Luca dice che Paolo parlò agli abitanti di Gerusalemme “in ebraico”; in quella circostanza Paolo si stava rivolgendo a persone la cui vita era incentrata sullo studio della Legge mosaica in lingua ebraica. Inoltre, fra i tanti frammenti e manoscritti che costituiscono i Rotoli del Mar Morto, la prevalenza di testi biblici e non biblici in ebraico mostra che questa lingua era usata quotidianamente. E la presenza, seppur minore, di frammenti in aramaico dimostra che venivano utilizzate entrambe le lingue. Sembra quindi molto improbabile che con il termine “ebraico” gli scrittori biblici si riferissero all’aramaico o al siriaco. (Confronta At 26:14.) In precedenza le Scritture Ebraiche avevano distinto l’“aramaico” dalla “lingua dei giudei” (2Re 18:26), e Giuseppe Flavio, storico del I secolo, in riferimento a questo stesso passo biblico parla dell’“aramaico” e dell’“ebraico” come di due lingue diverse (Antichità giudaiche, X, 8 [i, 2]). È vero che l’aramaico e l’ebraico presentano termini abbastanza simili e che forse altri termini ebraici sono prestiti dall’aramaico, ma sembra che non ci sia alcuna ragione per cui gli scrittori delle Scritture Greche Cristiane dovessero dire “ebraico” se intendevano “aramaico”.

Clopa Nella Bibbia questo nome è menzionato soltanto qui. Molti studiosi ritengono che Clopa corrisponda all’Alfeo menzionato in Mt 10:3; Mr 3:18; Lu 6:15; At 1:13. Come dimostrano altri esempi biblici, non era insolito che la stessa persona avesse due nomi usati scambievolmente. (Confronta Mt 9:9; 10:2, 3; Mr 2:14.)

quello a cui Gesù voleva particolarmente bene O “quello che Gesù amava”. Questa è la prima di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (Mt 4:21; Mr 1:19; Lu 5:10). Uno dei motivi che lo suggeriscono è che l’apostolo Giovanni non è mai chiamato per nome in questo Vangelo; l’unica menzione diretta che se ne fa è in Gv 21:2, dove si fa riferimento ai “figli di Zebedeo”. Un’altra indicazione si trova in Gv 21:20-24, dove si legge che “il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene” era lo scrittore di questo Vangelo. Inoltre, dell’apostolo in questione Gesù disse a Pietro: “Se è mia volontà che lui rimanga finché non verrò, a te che importa?” Queste parole suggeriscono l’idea che la persona a cui si fa riferimento sarebbe vissuta molto più a lungo di Pietro e degli altri apostoli, il che si può ben dire dell’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimenti a Gv titolo; Gv 1:6; 21:20.)

il discepolo a cui voleva particolarmente bene O “il discepolo che amava”. Questa è la seconda di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 13:23; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimento a Gv 13:23.)

quello a cui Gesù voleva particolarmente bene O “quello che Gesù amava”. Questa è la prima di cinque occorrenze in cui si menziona un discepolo a cui Gesù “voleva particolarmente bene” (Gv 19:26; 20:2; 21:7, 20). In genere si ritiene che questo discepolo sia l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo (Mt 4:21; Mr 1:19; Lu 5:10). Uno dei motivi che lo suggeriscono è che l’apostolo Giovanni non è mai chiamato per nome in questo Vangelo; l’unica menzione diretta che se ne fa è in Gv 21:2, dove si fa riferimento ai “figli di Zebedeo”. Un’altra indicazione si trova in Gv 21:20-24, dove si legge che “il discepolo a cui Gesù voleva particolarmente bene” era lo scrittore di questo Vangelo. Inoltre, dell’apostolo in questione Gesù disse a Pietro: “Se è mia volontà che lui rimanga finché non verrò, a te che importa?” Queste parole suggeriscono l’idea che la persona a cui si fa riferimento sarebbe vissuta molto più a lungo di Pietro e degli altri apostoli, il che si può ben dire dell’apostolo Giovanni. (Vedi approfondimenti a Gv titolo; Gv 1:6; 21:20.)

disse al discepolo: “Ecco tua madre!” L’amore e la premura spinsero Gesù ad affidare sua madre Maria (evidentemente ormai vedova) all’amato apostolo Giovanni. (Vedi approfondimento a Gv 13:23.) Senza dubbio Gesù si preoccupava non solo delle necessità fisiche e materiali di Maria, ma specialmente del suo benessere spirituale. E l’apostolo Giovanni aveva dimostrato la propria fede, mentre non è chiaro se i fratelli carnali di Gesù fossero già credenti (Mt 12:46-50; Gv 7:5).

spirò O “rese lo spirito”, “smise di respirare”. Il termine greco tradotto “spirito” (pnèuma) qui può essere inteso nel senso di “respiro” o “forza vitale”. Questo è confermato dal fatto che nei brani paralleli di Mr 15:37 e Lu 23:46 viene usato il verbo greco ekpnèo (che letteralmente significa “espirare”, ma che potrebbe essere reso anche “esalare l’ultimo respiro”). Secondo alcuni, l’espressione originale resa “spirò”, che alla lettera significa “consegnò lo spirito”, indica che Gesù smise volontariamente di lottare per restare in vita, dato che tutto era compiuto. Volontariamente “[versò] la sua vita alla morte” (Isa 53:12; Gv 10:11).

giorno della Preparazione Giorno che precedeva il Sabato settimanale, durante il quale gli ebrei si preparavano cucinando per l’indomani e ultimando qualsiasi lavoro che non poteva essere rimandato dopo il Sabato. In questo caso, il giorno della Preparazione cadde il 14 nisan (Mr 15:42; vedi Glossario, “Preparazione”). Secondo la Legge mosaica, i corpi “non [dovevano] restare sul palo per tutta la notte”, ma dovevano essere seppelliti “quello stesso giorno” (De 21:22, 23; confronta Gsè 8:29; 10:26, 27).

quel Sabato era un grande Sabato Il 15 nisan, il giorno dopo la Pasqua, era sempre un Sabato, indipendentemente dal giorno della settimana in cui cadeva (Le 23:5-7). Quando però questo Sabato speciale coincideva con un vero Sabato (il settimo giorno della settimana ebraica, che andava dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato), allora era considerato “un grande Sabato”. Gesù era morto di venerdì, perciò il giorno successivo era “un grande Sabato”. Tra il 29 e il 35 ci fu un solo anno in cui il 14 nisan cadde di venerdì: il 33. Pertanto questo conferma che Gesù morì il 14 nisan del 33.

rompere le gambe In latino questa pratica era chiamata crurifragium. Era un brutale supplizio che probabilmente in questo caso aveva l’obiettivo di affrettare la morte degli uomini al palo. Chi era appeso al palo faceva fatica a respirare; con le gambe rotte non sarebbe stato in grado di sollevarsi per ridurre la pressione a cui erano sottoposti i polmoni e sarebbe quindi morto soffocato.

l’Agnello di Dio Dopo che Gesù era stato battezzato ed era stato tentato dal Diavolo, Giovanni Battista vedendolo lo definì “l’Agnello di Dio”. Questa espressione ricorre solo qui e in Gv 1:36. (Vedi App. A7.) Il paragone tra Gesù e un agnello è calzante. Nella Bibbia si parla spesso di pecore offerte in segno di ammissione del peccato e per avvicinarsi a Dio. Questo uso prefigurava il sacrificio che Gesù avrebbe fatto offrendo la sua vita umana perfetta in favore dell’umanità. È possibile che l’espressione “Agnello di Dio” richiamasse alla mente numerosi passi delle Scritture ispirate. Tenendo conto della familiarità che Giovanni Battista aveva con le Scritture Ebraiche, le sue parole potevano alludere a una o più di queste immagini: il montone che Abraamo offrì al posto di suo figlio Isacco (Gen 22:13), l’agnello pasquale che fu scannato in Egitto per la salvezza degli israeliti in schiavitù (Eso 12:1-13) o l’agnello che veniva offerto ogni mattina e ogni sera sull’altare di Dio a Gerusalemme (Eso 29:38-42). O forse Giovanni aveva in mente anche la profezia di Isaia dove colui che Geova chiama “il mio servitore” è descritto mentre viene “portato come una pecora al macello” (Isa 52:13; 53:5, 7, 11). Scrivendo ai corinti, l’apostolo Paolo si riferì a Gesù chiamandolo “il nostro agnello pasquale” (1Co 5:7). L’apostolo Pietro disse che il sangue di Cristo era “prezioso, come quello di un agnello senza alcun difetto e immacolato” (1Pt 1:19). E nel libro di Rivelazione il glorificato Gesù viene chiamato metaforicamente l’“Agnello” oltre 25 volte. (Per alcuni esempi vedi Ri 5:8; 6:1; 7:9; 12:11; 13:8; 14:1; 15:3; 17:14; 19:7; 21:9; 22:1.)

rompere le gambe In latino questa pratica era chiamata crurifragium. Era un brutale supplizio che probabilmente in questo caso aveva l’obiettivo di affrettare la morte degli uomini al palo. Chi era appeso al palo faceva fatica a respirare; con le gambe rotte non sarebbe stato in grado di sollevarsi per ridurre la pressione a cui erano sottoposti i polmoni e sarebbe quindi morto soffocato.

Nessun osso gli sarà rotto Questa è una citazione di Sl 34:20. Quando istituì la Pasqua, Geova diede questo comando riguardo all’agnello (o capretto) che sarebbe stato scannato quella notte: “Non dovete romperne alcun osso” (Eso 12:46; Nu 9:12). Paolo chiamò Gesù “il nostro agnello pasquale” e infatti, in armonia con quel comando di Geova e con la profezia di Sl 34:20, a Gesù non fu rotto nemmeno un osso (1Co 5:7; vedi approfondimento a Gv 1:29). Questo avvenne secondo quanto predetto, anche se evidentemente per i soldati romani era consuetudine rompere le gambe di quelli che erano appesi al palo, probabilmente con l’obiettivo di affrettarne la morte. (Vedi approfondimento a Gv 19:31.) I soldati ruppero le gambe dei due criminali accanto a Gesù, ma, vedendo che era già morto, a lui non le ruppero. Uno di loro, però, “gli trafisse il fianco con la lancia” (Gv 19:33, 34).

giudei Nel Vangelo di Giovanni questo termine trasmette significati diversi a seconda del contesto. Può riferirsi in generale agli ebrei o agli abitanti della Giudea, oppure a chi viveva a Gerusalemme o nei dintorni. Può anche riferirsi in modo più specifico ai giudei che si attenevano con fanatismo a tradizioni umane legate alla Legge mosaica, spesso contrarie allo spirito della Legge stessa (Mt 15:3-6). Fra questi “giudei” spiccavano le autorità giudaiche o i capi religiosi, che erano ostili a Gesù. In questo versetto e in alcune delle altre occorrenze di questo termine nel capitolo 7 di Giovanni, il contesto indica che ci si sta riferendo alle autorità giudaiche o ai capi religiosi (Gv 7:13, 15, 35a).

giudei Evidentemente le autorità giudaiche o i capi religiosi. (Vedi approfondimento a Gv 7:1.)

Nicodemo Fariseo e capo dei giudei, ovvero membro del Sinedrio. (Vedi Glossario, “Sinedrio”.) Il nome Nicodemo, che significa “vincitore del popolo”, era molto comune fra i greci e venne adottato anche da alcuni ebrei. Nicodemo è menzionato solo nel Vangelo di Giovanni (Gv 3:4, 9; 7:50; 19:39); in Gv 3:10 Gesù lo chiama “maestro in Israele”. (Vedi approfondimento a Gv 19:39.)

Nicodemo Giovanni è l’unico a menzionare il fatto che Nicodemo si unì a Giuseppe di Arimatea nel preparare per la sepoltura il corpo di Gesù. (Vedi approfondimento a Gv 3:1.)

una mistura In alcuni manoscritti è presente la lezione “un rotolo”. Comunque quella qui adottata (“una mistura”) è ben attestata in manoscritti antichi e autorevoli.

mirra Vedi Glossario.

aloe Nome di un tipo di pianta da cui si estrae una sostanza aromatica usata come profumo in epoca biblica (Sl 45:8; Pr 7:17; Ca 4:14). L’aloe portato da Nicodemo corrisponde probabilmente alla sostanza ricavata dal legno di aloe che è menzionata nelle Scritture Ebraiche. L’aloe era impiegato nella preparazione dei cadaveri per la sepoltura. Ridotto in polvere e mischiato alla mirra, era usato evidentemente per coprire il cattivo odore dei corpi in decomposizione. Quasi tutti i commentatori pensano che l’aloe menzionato nella Bibbia sia l’Aquilaria agallocha (il cui legno è a volte chiamato legno aquilario o legno aquila), che ora si trova principalmente in India e nelle regioni limitrofe. È un albero che può superare i 30 m d’altezza. La parte interna del tronco e dei rami è impregnata di resina e olio profumato, da cui si estrae il prezioso profumo. A quanto pare il legno è più aromatico quando comincia a decomporsi, perciò a volte viene seppellito nel terreno per affrettarne il processo di decomposizione. Ridotto in polvere fine, veniva venduto come “aloe”. Alcuni studiosi ritengono che in questo versetto il termine “aloe” si riferisca alla pianta della famiglia delle Liliacee il cui attuale nome botanico è Aloe vera. Questa pianta è usata non tanto per il suo profumo quanto per fini terapeutici.

libbre La libbra greca (in greco lìtra) equivaleva di solito a quella romana (in latino libra), pari a poco più di 327 g. La mistura qui menzionata pesava dunque circa 33 kg. (Vedi App. B14.)

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Chiodo conficcato in un tallone
Chiodo conficcato in un tallone

Questa è la foto di una riproduzione dell’osso di un calcagno umano trafitto da un chiodo di ferro lungo 11,5 cm. Il reperto originale fu rinvenuto nel 1968 durante degli scavi a N di Gerusalemme e risale all’epoca romana. Sarebbe la prova archeologica che i chiodi erano probabilmente utilizzati per assicurare al palo chi veniva giustiziato. Questo chiodo potrebbe essere simile a quelli usati dai soldati romani per mettere Gesù Cristo al palo. Il reperto si trovava in un ossuario, urna in cui si riponevano le ossa del defunto dopo la decomposizione. Questo indica che chi veniva messo al palo poteva comunque ricevere una sepoltura.

L’issopo menzionato nella Bibbia
L’issopo menzionato nella Bibbia

Il termine ebraico (ʼezòhv) e quello greco (hỳssopos) resi “issopo” in molte traduzioni bibliche includono varie specie di piante. Quella nella foto è maggiorana (Origanum syriacum o Origanum maru), la pianta a cui, secondo molti studiosi, si riferisce il termine ebraico. Questa pianta della stessa famiglia della menta è comune in Medio Oriente. In condizioni favorevoli raggiunge un’altezza di 50-90 cm. Nella Bibbia l’issopo è spesso associato all’idea di purezza (Eso 12:21, 22; Le 14:2-7; Nu 19:6, 9, 18; Sl 51:7). Nelle Scritture Greche Cristiane, “issopo” ricorre solo due volte. In Eb 9:19, dove è descritta la convalida, o inaugurazione, del vecchio patto, “issopo” si riferisce evidentemente alla pianta menzionata nelle Scritture Ebraiche. In Gv 19:29 si legge che una spugna inzuppata di vino aspro fu portata alla bocca di Gesù “su dell’issopo”. Gli studiosi non sono concordi su quale sia la pianta a cui si riferisce la parola greca hỳssopos. Secondo alcuni, dato che dalla maggiorana non sarebbe stato possibile ricavare un bastone che potesse arrivare alla bocca di Gesù, il termine qui indica una pianta dal fusto più lungo, forse la durra, una varietà di saggina (Sorghum vulgare). Altri pensano che anche in questo caso l’issopo potesse essere maggiorana e avanzano l’ipotesi che un ciuffo di maggiorana fosse stato fissato alla “canna” menzionata da Matteo e Marco (Mt 27:48; Mr 15:36).

Lance romane
Lance romane

Generalmente i soldati romani erano equipaggiati di lunghe armi realizzate per trafiggere o per essere lanciate. Il pilum (1) era progettato per trafiggere l’obiettivo contro cui veniva scagliato. Dato il suo notevole peso, aveva un raggio d’azione limitato, ma era in grado di perforare un’armatura o uno scudo. Ci sono prove del fatto che i legionari romani portassero spesso il pilum. Lance più semplici (2) erano composte da un’asta di legno con una punta di ferro forgiato. A volte i soldati della fanteria ausiliaria portavano una o più lance di questo genere. Non si sa quale tipo di lancia sia stato utilizzato per trafiggere il fianco di Gesù.

Tomba
Tomba

Gli ebrei avevano la consuetudine di seppellire i defunti in grotte o tombe ricavate nella roccia. Queste tombe si trovavano di solito fuori dalla città, a eccezione delle tombe dei re. Le tombe ebraiche ritrovate si distinguono per la loro semplicità; questo era evidentemente dovuto al fatto che la religione degli ebrei non ammetteva il culto dei morti e non lasciava in alcun modo spazio all’idea di un’esistenza cosciente in un mondo spirituale dopo la morte.