Lettera a Filemone 1:1-25

1  Paolo, prigioniero+ a motivo di Cristo Gesù, e Timòteo+ nostro fratello, a te, Filèmone, nostro amato compagno d’opera,  e ad Affìa, nostra sorella, ad Archìppo,+ compagno di battaglia, e alla congregazione che si riunisce a casa tua.+  Possiate avere immeritata bontà e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.  Ringrazio sempre il mio Dio quando ti menziono nelle mie preghiere,+  dato che sento parlare della tua fede e dell’amore che hai per il Signore Gesù e per tutti i santi.  Prego che la fede che condividiamo ti spinga a riconoscere ogni cosa buona che abbiamo mediante Cristo.  Ho provato grande gioia e conforto udendo del tuo amore, perché grazie a te, fratello, il cuore dei santi ha trovato sollievo.  Proprio per questo, benché io abbia in Cristo piena libertà di ordinarti di fare ciò che è opportuno,  preferisco esortarti in nome dell’amore,+ essendo quello che sono: Paolo, un uomo anziano, e ora anche prigioniero a motivo di Cristo Gesù. 10  Ti esorto riguardo a mio figlio, del quale sono divenuto padre+ durante la mia prigionia:* Onèsimo,+ 11  che un tempo non ti era utile, ma che ora è utile a te e a me. 12  Te lo rimando, lui che mi è così caro. 13  Avrei voluto tenerlo qui con me perché mi servisse al posto tuo, ora che sono prigioniero a motivo della buona notizia.+ 14  Comunque non voglio fare nulla senza il tuo consenso, affinché il bene che farai non sia fatto per forza, ma volontariamente.+ 15  Forse in realtà è per questo che lui è rimasto lontano da te per breve tempo: perché tu potessi riaverlo per sempre, 16  non più come schiavo+ ma come qualcosa di più, come un caro fratello,+ particolarmente caro a me ma ancora di più a te, sia nella carne che nel Signore. 17  Perciò, se mi consideri un amico, accoglilo benevolmente come accoglieresti me. 18  Inoltre, se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, mettilo in conto a me. 19  Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Senza parlare del fatto che tu mi devi addirittura te stesso. 20  Sì, fratello, vorrei da te questo aiuto per amore del Signore:* da’ sollievo al mio cuore per amore di Cristo.* 21  Ti scrivo confidando nella tua disponibilità, certo che farai anche più di ciò che chiedo.+ 22  Nel frattempo, comunque, preparami un posto in cui stare, perché spero di esservi restituito grazie alle vostre preghiere.+ 23  Ti saluta Èpafra,+ mio compagno di prigionia a motivo di Cristo Gesù, 24  come pure Marco,+ Aristàrco,+ Dema e Luca,+ miei compagni d’opera.+ 25  L’immeritata bontà del Signore Gesù Cristo sia con lo spirito che voi mostrate.

Note in calce

Lett. “nelle catene”.
O “in Cristo”.
O “nel Signore”.

Approfondimenti

Lettera a Filemone A quanto pare intestazioni come questa non facevano parte del testo originale. Antichi manoscritti dimostrano che furono introdotte successivamente, senza dubbio per identificare con più facilità i vari libri. Il codice Sinaitico, famoso manoscritto del IV secolo, al termine della lettera contiene la dicitura “A Filemone”.

Paolo [...] e Timoteo O “da Paolo [...] e Timoteo”. È Paolo lo scrittore di questa lettera a Filemone, ma nei saluti iniziali include Timoteo, come fa in altre lettere (2Co 1:1; Col 1:1; 1Ts 1:1; 2Ts 1:1). Quando Paolo la scrisse, durante la sua prima detenzione a Roma, Timoteo era lì con lui. (Vedi approfondimento a Flp 1:1.) È probabile che Filemone conoscesse Timoteo, il quale era con Paolo a Efeso quando la buona notizia fu portata ad altre città della stessa regione, inclusa Colosse (At 19:22; 1Co 4:17; 16:8-10; vedi App. B13; vedi anche approfondimento a 1Co 16:9).

prigioniero In molte delle sue lettere, Paolo si definisce “apostolo” di Cristo Gesù. (Vedi ad esempio 1Co 1:1; Ef 1:1; Col 1:1; 1Tm 1:1; Tit 1:1.) Qui però non lo fa. Forse non vuole che Filemone si senta costretto a ubbidirgli a motivo della sua posizione. Appropriatamente usa la parola “prigioniero”, termine che, stando a un commentario, “poteva fare appello al cuore del suo amico”. Questo avrebbe ricordato a Filemone la situazione difficile in cui si trovava Paolo, il che forse lo avrebbe predisposto a reagire con benevolenza alla richiesta che gli verrà fatta più avanti nella lettera (Flm 9-12, 17).

prigioniero a motivo di Cristo Gesù Lett. “prigioniero di Cristo Gesù”. Paolo è detenuto a Roma per il fatto che è un discepolo di Cristo, ecco perché dice di essere prigioniero a motivo suo (Flm 9; vedi approfondimento a 2Tm 1:8).

Filemone, nostro amato compagno d’opera Filemone era un fratello della congregazione di Colosse, città nella provincia dell’Asia (Col 4:9). È possibile che fu grazie a Paolo che conobbe il cristianesimo (Flm 19). Anche se Paolo non predicò a Colosse, forse i due si incontrarono a Efeso nel periodo in cui “tutti quelli che abitavano nella provincia dell’Asia [...] poterono ascoltare la parola del Signore” (At 19:10). Filemone non lo accompagnò nei suoi viaggi missionari, ma Paolo lo considerava un compagno d’opera a motivo del contributo che diede alla diffusione della buona notizia. (Vedi approfondimenti a Ro 16:3; 1Co 3:9.)

Prisca e Aquila Questa coppia di fedeli cristiani era stata espulsa da Roma in seguito al decreto contro gli ebrei emanato dall’imperatore Claudio nel 49 o all’inizio del 50. Nel 54 Claudio morì, e verso il 56, quando Paolo scrisse questa lettera, Prisca e Aquila erano di nuovo a Roma. (Vedi approfondimento ad At 18:2.) Paolo li definisce suoi compagni d’opera. Il termine greco tradotto “compagno d’opera” (synergòs) compare 12 volte nelle Scritture Greche Cristiane, soprattutto nelle lettere di Paolo (Ro 16:9, 21; Flp 2:25; 4:3; Col 4:11; Flm 1, 24). È interessante che Paolo usi lo stesso termine greco quando in 1Co 3:9 dice: “Siamo collaboratori di Dio”.

una grande porta che dà accesso a un’intensa attività Questo è uno dei tre casi in cui Paolo usa il termine “porta” in senso figurato (2Co 2:12; Col 4:3; vedi approfondimento ad At 14:27). L’attività di Paolo a Efeso ebbe un impatto sulla predicazione in tutta la regione. Paolo trascorse a Efeso circa tre anni (52-55 ca.), e uno dei risultati ottenuti fu che la buona notizia del Regno si diffuse nell’intera provincia romana dell’Asia (At 19:10, 26; vedi Glossario, “Asia”). La buona notizia raggiunse Colosse, Laodicea e Ierapoli (città che si trovavano più all’interno rispetto a Efeso), anche se Paolo evidentemente non ci andò mai di persona. Forse mandò Epafra a iniziare l’opera di predicazione là (Col 4:12, 13). Sembra plausibile che durante questo periodo di intensa attività la buona notizia abbia raggiunto anche le città di Filadelfia, Tiatira e Sardi.

prigioniero a motivo suo Lett. “suo prigioniero”. Paolo si considera prigioniero a motivo del Signore Gesù Cristo: si trovava in catene perché era suo discepolo e proclamava la buona notizia. Aveva usato espressioni simili anche in alcune lettere che aveva scritto durante la prima detenzione a Roma (Ef 3:1 e approfondimento; 4:1; Flm 1, 9). Questa seconda lettera a Timoteo la scrisse mentre era in prigione durante la sua ultima detenzione a Roma, probabilmente intorno al 65 (2Tm 4:6-8).

Paolo e Timoteo O “da Paolo e Timoteo”. È Paolo lo scrittore della lettera ai Filippesi, ma nei saluti iniziali include Timoteo. Al tempo della prima detenzione di Paolo a Roma, Timoteo era lì con lui. Viene menzionato in altre due lettere che Paolo scrisse da Roma nello stesso periodo, ovvero quella ai Colossesi e quella a Filemone (Col 1:1, 2; Flm 1). Sembra che Timoteo stesso sia stato in prigione a Roma per qualche tempo, fra la stesura della lettera ai Filippesi e quella agli Ebrei (Flp 2:19; Eb 13:23).

collaboratori di Dio Il termine greco tradotto “collaboratore” (synergòs) compare più di una decina di volte nelle Scritture Greche Cristiane, soprattutto nelle lettere di Paolo. In genere è reso “compagno d’opera” e si riferisce a chi partecipa insieme ad altri alla diffusione della buona notizia (Ro 16:9, 21; 2Co 1:24; 8:23; Flp 2:25; 4:3; Col 4:11; Flm 1, 24). Qui Paolo richiama l’attenzione sul grande privilegio che i ministri cristiani hanno di essere anche compagni d’opera, o collaboratori, di Dio. (Vedi approfondimento a 1Co 3:6.) Esprime lo stesso concetto in 2Co 6:1, dove ancora una volta parla dell’essere “collaboratori” di Dio (2Co 5:20; vedi approfondimento a Ro 16:3).

insieme alla congregazione che si riunisce a casa loro Spesso i cristiani del I secolo si riunivano in case private (Ro 16:3, 5; Col 4:15; Flm 2). Il termine greco reso “congregazione” (ekklesìa) si riferisce a un gruppo di persone radunate con uno scopo comune (1Co 12:28; 2Co 1:1). In questo e in altri versetti alcune Bibbie traducono ekklesìa con il termine “chiesa”. Comunque, dato che a molti il termine “chiesa” fa pensare a un edificio religioso anziché a un gruppo di persone radunate per adorare Dio, la resa “congregazione” è più accurata.

Affia [...] Archippo Oltre a Filemone, nella lettera vengono menzionati per nome solo questi due componenti della congregazione che si riuniva nella sua casa. Molti studiosi hanno pertanto avanzato l’ipotesi che Affia fosse la moglie di Filemone e che Archippo fosse loro figlio. Alcuni ritengono che Paolo li menzioni perché Onesimo era stato schiavo in casa loro. Se le cose stavano così, tutti e tre erano coinvolti nella questione di cui scrisse Paolo. Che fossero parenti o no, Affia e Archippo furono considerati degni di essere menzionati in questa lettera. Paolo dà onore ad Affia chiamandola nostra sorella. Archippo è probabilmente lo stesso uomo che Paolo menziona nella lettera ai Colossesi. (Vedi approfondimento a Col 4:17.) Qui in Flm 2 Paolo lo definisce compagno di battaglia, sottolineando così lo stretto legame che c’era fra loro nonché il leale e coraggioso servizio che Archippo rendeva a Cristo. (Confronta Flp 2:25.)

e alla congregazione che si riunisce a casa tua Paolo indirizza questa lettera in primo luogo a Filemone, ma anche ad Affia, ad Archippo e a tutta la congregazione. Spesso i cristiani del I secolo si riunivano in case private (Col 4:15; vedi approfondimento a 1Co 16:19). Anche se in tutta la lettera Paolo parla direttamente a Filemone, è interessante notare che in greco nei vv. 3, 22 e 25 abbia usato i pronomi al plurale. È quindi possibile che volesse che la lettera fosse letta a tutta la congregazione. I pensieri espressi e i princìpi in essa contenuti erano così preziosi che di sicuro sarebbero stati utili a tutti.

Archippo Questo Archippo sembra lo stesso che viene chiamato “compagno di battaglia” nella lettera a Filemone, breve lettera che Paolo indirizzò a “Filemone, [...] ad Affia, [...] ad Archippo”, come pure alla congregazione che si riuniva in casa di Filemone (Flm 1, 2). Molti biblisti ritengono che questi tre cristiani facessero parte della stessa famiglia, il che sembra ragionevole, anche se non può essere dimostrato. A parte il dettaglio che Archippo aveva ricevuto un “ministero”, come si legge in questo versetto, la Bibbia dice molto poco di lui. Il fatto che Paolo gli dica di ‘badare al ministero’ non significa necessariamente che lo stia correggendo. Paolo infatti desiderava che tutti i cristiani avessero a cuore e portassero a termine il loro ministero. (Confronta approfondimento a 2Co 4:7.)

Possiate avere immeritata bontà e pace Vedi approfondimento a Ro 1:7.

immeritata bontà Vedi Glossario.

Possiate avere immeritata bontà e pace Questo è il saluto che Paolo rivolge in 11 delle sue lettere (1Co 1:3; 2Co 1:2; Gal 1:3; Ef 1:2; Flp 1:2; Col 1:2; 1Ts 1:1; 2Ts 1:2; Tit 1:4; Flm 3). Usa un saluto simile nelle sue lettere a Timoteo, ma aggiungendo la qualità della “misericordia” (1Tm 1:2; 2Tm 1:2). Gli studiosi fanno notare che, invece di usare chàirein, la comune formula resa “Saluti!”, Paolo spesso usa chàris, un termine greco dal suono simile, con cui esprime il desiderio che le congregazioni possano godere di “immeritata bontà” in abbondanza. (Vedi approfondimento ad At 15:23.) Il fatto che venga usato il termine “pace” rispecchia la comune formula di saluto ebraica shalòhm. (Vedi approfondimento a Mr 5:34.) A quanto pare, usando l’espressione “immeritata bontà e pace”, Paolo sottolinea il nuovo legame che i cristiani hanno con Geova Dio grazie al riscatto. Nel descrivere da chi provengono immeritata bontà e pace, Paolo menziona Dio nostro Padre separatamente dal Signore Gesù Cristo.

quando ti menziono nelle mie preghiere Queste parole fanno capire quanto la preghiera fosse importante per Paolo. Le sue preghiere per Filemone esprimevano gratitudine a Dio (“ringrazio”), erano frequenti (“sempre”) ed erano personali (“ti menziono”). L’uso del pronome singolare (“ti”) indica che Paolo pregava per il suo amico Filemone in modo specifico. (Confronta Ro 1:9; 1Co 1:4; Ef 1:16; Flp 1:3-5; 1Ts 1:2.)

della tua fede e dell’amore che hai Fede e amore sono un importante tema di questa lettera indirizzata a Filemone. Spesso Paolo cita insieme queste due qualità (Ef 1:15; Col 1:4). Qui loda Filemone (il cui nome significa “amorevole”) perché le manifesta entrambe. Filemone infatti esprime la sua fede e il suo amore per Gesù con il modo in cui tratta i santi, ovvero i suoi fratelli e le sue sorelle.

fratello I primi cristiani spesso si riferivano l’uno all’altro utilizzando i termini “fratello” e “sorella” (Ro 16:1; 1Co 7:15; Flm 1, 2). Usando queste parole che esprimono affetto davano risalto non solo alla loro unità cristiana ma anche al forte legame che li rendeva una famiglia spirituale in cui Geova era il Padre (Mt 6:9; 23:9; Ef 2:19 e approfondimento; 1Pt 3:8). Stando ad alcuni studiosi, qui e nel v. 20, dove Paolo chiama Filemone “fratello”, l’uso del vocativo fa trasparire il calore della loro amicizia. Alcune traduzioni hanno pertanto la resa “fratello mio” o “fratello caro”.

il cuore Lett. “le viscere”. Qui Paolo usa un termine greco (splàgchnon) che alla lettera si riferisce agli organi interni. In senso figurato indica un sentimento profondo, emozioni intense o la sede di tali emozioni. (Vedi anche approfondimento a 2Co 6:12.) Paolo ricorre alla stessa parola greca nei vv. 12 e 20. Un’opera di consultazione osserva: “L’uso ripetuto del termine in questa breve lettera la dice lunga su quanto Paolo si sentisse coinvolto”.

tenero affetto Il termine greco usato qui (splàgchnon) alla lettera indica gli organi interni. In At 1:18 è tradotto “viscere [“intestini”]”. Qui in 2Co 6:12 indica un sentimento profondo, un’emozione intensa. È una delle parole più forti in greco per denotare il sentimento della compassione.

membri della casa di Dio Con l’espressione “membri della casa” Paolo sottolinea come gli unti che componevano la congregazione cristiana formavano un unito nucleo familiare (1Tm 3:15). In una famiglia devota tutti i componenti rispettano il capofamiglia come pure le sue decisioni e le regole da lui stabilite; in modo simile, i componenti delle congregazioni del I secolo erano uniti da un forte legame spirituale e rispettavano le disposizioni di Geova. (Vedi approfondimento a Gal 6:10.)

piena libertà O “libertà di parola”, “assenza di paura”. Il termine greco parresìa significa fondamentalmente “coraggio nel parlare”. Forse, specificando in Cristo, Paolo allude all’autorità che Gesù gli ha conferito come apostolo. Comunque, come spiega nel versetto successivo, non vuole ricorrere alla sua autorità per impartire ordini a Filemone, né intende approfittare del legame cristiano che li unisce per imporgli di fare qualcosa contro la sua volontà (Flm 9, 14). Perciò, in questo contesto, il termine usato da Paolo e reso “piena libertà” sembra voler indicare un discorso franco tra amici.

siamo [...] ambasciatori Qui Paolo parla di sé e dei suoi collaboratori come di “ambasciatori in nome di Cristo”. Nei tempi biblici potevano essere diversi i motivi per cui si inviavano ambasciatori e altri messaggeri. Per esempio, in periodi di ostilità venivano mandati ambasciatori per vedere se si poteva evitare la guerra o, se la guerra era già in atto, per trattare condizioni di pace (Isa 30:1-4; 33:7). Ai giorni di Paolo popoli, città o province dell’impero romano inviavano i propri ambasciatori a Roma per rinsaldare alleanze, ricevere assistenza o perorare la propria causa. Il verbo greco reso “essere ambasciatore” (presbèuo) compare due volte nelle Scritture Greche Cristiane, qui e in Ef 6:19, 20, dove Paolo parla di sé come di un ambasciatore della buona notizia. Il sostantivo affine presbèia è reso “corpo di ambasciatori” in Lu 14:32 e “delegazione” in Lu 19:14. Entrambi i termini, presbèuo e presbèia, sono affini al sostantivo presbỳteros, che significa “uomo più vecchio”, “anziano” (Mt 16:21; At 11:30).

sono ambasciatore in catene Paolo scrisse la lettera agli Efesini mentre era detenuto a Roma (Ef 3:1; 4:1), il che spiega perché qui si definisce “ambasciatore in catene”. Nell’uso biblico il termine “ambasciatore” definisce un rappresentante ufficiale inviato da un governante in occasioni speciali e per scopi precisi. In qualità di ambasciatore unto con lo spirito di Dio, Paolo portò alle persone dei suoi giorni un messaggio relativo alla riconciliazione con Dio attraverso Cristo. (Vedi approfondimenti a 2Co 5:20.)

prigioniero In molte delle sue lettere, Paolo si definisce “apostolo” di Cristo Gesù. (Vedi ad esempio 1Co 1:1; Ef 1:1; Col 1:1; 1Tm 1:1; Tit 1:1.) Qui però non lo fa. Forse non vuole che Filemone si senta costretto a ubbidirgli a motivo della sua posizione. Appropriatamente usa la parola “prigioniero”, termine che, stando a un commentario, “poteva fare appello al cuore del suo amico”. Questo avrebbe ricordato a Filemone la situazione difficile in cui si trovava Paolo, il che forse lo avrebbe predisposto a reagire con benevolenza alla richiesta che gli verrà fatta più avanti nella lettera (Flm 9-12, 17).

prigioniero a motivo di Cristo Gesù Lett. “prigioniero di Cristo Gesù”. Paolo è detenuto a Roma per il fatto che è un discepolo di Cristo, ecco perché dice di essere prigioniero a motivo suo (Flm 9; vedi approfondimento a 2Tm 1:8).

preferisco esortarti in nome dell’amore Paolo ha già detto che l’affetto di Filemone per Cristo e i suoi compagni di fede era ben noto (Flm 5, 7). L’apostolo confidava nel fatto che sarebbe stato questo sentimento a spingere Filemone a fare la cosa più amorevole (Flm 21). Sapeva anche, però, che non poteva forzarlo a mostrare amore. In relazione a questo versetto, un’opera di consultazione afferma: “L’amore può essere sollecitato, ma non imposto”.

un uomo anziano All’epoca della stesura di questa lettera, Paolo era forse sulla cinquantina o sessantina. Alcune fonti spiegano che la parola greca usata qui poteva riferirsi a “un uomo tra i 50 e i 56 anni”. Comunque, nella Settanta, lo stesso termine è utilizzato in riferimento ad Abraamo ed Eli, i quali, nelle occasioni descritte, erano molto più vecchi (Gen 25:8; 1Sa 2:22; LXX). Perciò il semplice fatto che Paolo abbia parlato di sé usando questo termine non è sufficiente per determinare quanti anni avesse quando scrisse la lettera a Filemone. Per stabilirlo, in realtà, sono molto più utili alcuni fatti relativi alla sua vita: si era convertito al cristianesimo intorno al 34 e aveva scritto questa lettera circa 25 anni dopo, quindi tra il 60 e il 61; inoltre all’epoca della sua conversione non poteva essere giovanissimo dato che era già conosciuto e stimato dal sommo sacerdote. Alcuni ritengono quindi che sia nato più o meno nello stesso periodo di Gesù o poco dopo. Alcune traduzioni della Bibbia rendono il termine originale con “un ambasciatore”, ma la maggioranza degli studiosi propende per la resa “un uomo anziano”, che è lo stesso modo in cui il termine è stato inteso in Lu 1:18 (“vecchio”) e Tit 2:2 (“uomini d’età avanzata”). (Confronta 2Co 5:20 e approfondimento; Ef 6:20 e approfondimento.)

prigioniero a motivo di Cristo Gesù Vedi approfondimenti a Flm 1.

Onesimo Onesimo era uno schiavo al servizio di un cristiano di nome Filemone; dopo aver probabilmente derubato il suo padrone, era fuggito a Roma, dove si era convertito (Flm 18; vedi approfondimento a Col 4:9). Anche se la breve lettera a Filemone è incentrata su Onesimo, è solo qui che il suo nome viene menzionato per la prima volta. Durante la sua detenzione a Roma, Paolo era diventato come un padre per Onesimo, da quello che si legge in questo versetto. Lo chiama addirittura mio figlio, il che suggerisce che a quanto pare aveva avuto un ruolo decisivo nella sua conversione. (Confronta 1Co 4:15; Gal 4:19.)

Onesimo Si tratta dello stesso Onesimo di cui parla ampiamente la lettera di Paolo a Filemone. Onesimo era uno schiavo; era stato al servizio di Filemone, un cristiano di Colosse, ma poi era fuggito a Roma, dopo aver forse derubato il suo padrone (Flm 18). A Roma si convertì al cristianesimo, e diventò un amato figlio spirituale per l’apostolo Paolo (Flm 10). Onesimo fu incoraggiato da Paolo a tornare dal suo padrone a Colosse, facendo il viaggio in compagnia di Tichico, che doveva consegnare la lettera agli Efesini e quella ai Colossesi (Ef 6:21, 22; Col 4:7, 8). È possibile che fu proprio Onesimo a consegnare la lettera a Filemone. Intraprese il lungo viaggio verso Colosse insieme a Tichico forse per evitare di essere catturato dalle autorità romane, sempre pronte ad acciuffare gli schiavi in fuga. Paolo chiese alla congregazione di accogliere Onesimo, “fedele e amato fratello”.

mettilo in conto a me Come risulta da alcuni documenti del I secolo, questa espressione di solito veniva usata quando si accettava di pagare un debito. Sulla base di questo versetto alcuni commentatori ritengono che, prima di fuggire, Onesimo potrebbe aver derubato il suo padrone Filemone, forse perché pensava che non sarebbe riuscito a sopravvivere a lungo senza avere del denaro per acquistare del cibo o per pagarsi un passaggio su una nave. Paolo desiderava così tanto far rappacificare questi due cristiani che era persino disposto a intervenire di tasca propria.

che un tempo non [...] era utile, ma che ora è utile In questo versetto Paolo descrive il cambiamento radicale che era avvenuto nella vita di Onesimo. Questo schiavo “un tempo non [...] era utile”; non solo era fuggito dal suo padrone ma anche prima, quando era al suo servizio, non è detto che fosse affidabile. (Vedi approfondimento a Flm 18.) Una volta convertito al cristianesimo, però, era diventato “utile” sia all’apostolo Paolo che a Filemone.

non [...] utile, [...] utile A quanto pare in questo versetto Paolo ricorre a un gioco di parole. Il termine reso “utile” ha un significato simile al nome Onesimo, che vuol dire appunto “vantaggioso”, “utile”. (Secondo alcune opere di consultazione, era un nome comune nel I secolo, soprattutto tra gli schiavi.) Inoltre Paolo gioca sui due termini greci àchrestos (“inutile”, “non utile”) ed èuchrestos (“utile”). In pratica dice che colui che si chiama “utile” è stato per tanto tempo “non [...] utile”, ma adesso è diventato veramente “utile”. (Vedi anche approfondimenti a Col 4:9; Flm 10.)

Onesimo Onesimo era uno schiavo al servizio di un cristiano di nome Filemone; dopo aver probabilmente derubato il suo padrone, era fuggito a Roma, dove si era convertito (Flm 18; vedi approfondimento a Col 4:9). Anche se la breve lettera a Filemone è incentrata su Onesimo, è solo qui che il suo nome viene menzionato per la prima volta. Durante la sua detenzione a Roma, Paolo era diventato come un padre per Onesimo, da quello che si legge in questo versetto. Lo chiama addirittura mio figlio, il che suggerisce che a quanto pare aveva avuto un ruolo decisivo nella sua conversione. (Confronta 1Co 4:15; Gal 4:19.)

Onesimo Si tratta dello stesso Onesimo di cui parla ampiamente la lettera di Paolo a Filemone. Onesimo era uno schiavo; era stato al servizio di Filemone, un cristiano di Colosse, ma poi era fuggito a Roma, dopo aver forse derubato il suo padrone (Flm 18). A Roma si convertì al cristianesimo, e diventò un amato figlio spirituale per l’apostolo Paolo (Flm 10). Onesimo fu incoraggiato da Paolo a tornare dal suo padrone a Colosse, facendo il viaggio in compagnia di Tichico, che doveva consegnare la lettera agli Efesini e quella ai Colossesi (Ef 6:21, 22; Col 4:7, 8). È possibile che fu proprio Onesimo a consegnare la lettera a Filemone. Intraprese il lungo viaggio verso Colosse insieme a Tichico forse per evitare di essere catturato dalle autorità romane, sempre pronte ad acciuffare gli schiavi in fuga. Paolo chiese alla congregazione di accogliere Onesimo, “fedele e amato fratello”.

Il mio Regno non fa parte di questo mondo Gesù non diede una risposta diretta alla domanda di Pilato: “Cosa hai fatto?” (Gv 18:35). Si concentrò invece sulla sua prima domanda: “Sei tu il re dei giudei?” (Gv 18:33). Nella sua breve risposta Gesù menzionò tre volte il Regno di cui sarebbe diventato Re. Dicendo: “Il mio Regno non fa parte di questo mondo”, Gesù chiarì che il Regno non è di origine umana. Questo è in armonia con i riferimenti che in precedenza aveva fatto al “Regno dei cieli” e al “Regno di Dio” (Mt 3:2; Mr 1:15). Gesù aveva detto che anche i suoi discepoli non facevano “parte del mondo”, cioè l’ingiusta società umana che è lontana da Dio e non include i suoi servitori (Gv 17:14, 16). Con le parole che aveva rivolto a Pietro la sera prima, aveva fatto capire che i suoi discepoli non avrebbero dovuto combattere per difenderlo come invece avrebbero fatto i sostenitori di un re umano (Mt 26:51, 52; Gv 18:11).

Te lo rimando Rimandando Onesimo da Filemone, Paolo mostra la dovuta sottomissione alle autorità (Ro 13:1). È vero che aveva detto agli schiavi che, se avevano legalmente la possibilità di diventare liberi, dovevano approfittarne (1Co 7:21). Comunque sapeva che Cristo non aveva mai autorizzato i suoi discepoli a trasgredire la legge del paese in cui vivevano opponendosi alla schiavitù come istituzione (Gv 17:15, 16; 18:36 e approfondimento; vedi anche approfondimento a 1Tm 6:1).

che mi è così caro Lett. “è le mie viscere”. (Vedi approfondimento a Flm 7.)

il cuore Lett. “le viscere”. Qui Paolo usa un termine greco (splàgchnon) che alla lettera si riferisce agli organi interni. In senso figurato indica un sentimento profondo, emozioni intense o la sede di tali emozioni. (Vedi anche approfondimento a 2Co 6:12.) Paolo ricorre alla stessa parola greca nei vv. 12 e 20. Un’opera di consultazione osserva: “L’uso ripetuto del termine in questa breve lettera la dice lunga su quanto Paolo si sentisse coinvolto”.

sotto il giogo della schiavitù Lett. “schiavi sotto un giogo”. Il termine “giogo” era spesso usato in senso figurato per intendere schiavitù, o asservimento, sotto l’autorità di un padrone (Tit 2:9, 10; 1Pt 2:18; vedi Glossario, “giogo”). Nell’impero romano c’erano molti schiavi, inclusi alcuni cristiani. I discepoli di Gesù non approvavano né contestavano la schiavitù come istituzione (1Co 7:20, 21). Lo stesso Gesù non si impegnò in nessuna riforma della società del suo tempo e disse che, come lui, i suoi seguaci “non [avrebbero fatto] parte del mondo” (Gv 17:14). Gesù piuttosto predicò il Regno di Dio, che avrebbe infine eliminato ogni forma di oppressione e ingiustizia. (Vedi approfondimento a Gv 18:36; vedi anche Galleria multimediale, “Le mansioni di uno schiavo”.)

mi servisse Qui Paolo forse ha in mente svariati modi in cui Onesimo avrebbe potuto essergli d’aiuto. Il verbo greco diakonèo (“servire”) trasmette fondamentalmente l’idea di non risparmiarsi nel servire umilmente gli altri. In questo contesto può riferirsi al fatto che Onesimo avrebbe potuto aiutare Paolo svolgendo attività utili come procurargli o preparargli del cibo oppure fare per lui altre cose di carattere pratico. In ultima analisi, assistere Paolo equivaleva a prodigarsi umilmente a favore della buona notizia. (Vedi approfondimenti a Lu 8:3; 22:26.)

serve Il verbo greco diakonèo qui presente è affine al sostantivo diàkonos (“servitore”, “ministro”), che è usato in riferimento a qualcuno che non si risparmia nel servire umilmente gli altri. Questo termine è usato per descrivere Cristo (Ro 15:8), i ministri o servitori cristiani, sia uomini che donne (Ro 16:1; 1Co 3:5-7; Col 1:23), i servitori di ministero (Flp 1:1; 1Tm 3:8), oppure i domestici (Gv 2:5, 9) e i funzionari governativi (Ro 13:4).

li servivano O “li sostenevano”, “provvedevano a loro”. Il verbo greco diakonèo può riferirsi all’azione di chi provvede ai bisogni fisici degli altri procurando, preparando e servendo cibo, o in altri modi. Ad esempio in Lu 10:40; 12:37; 17:8; At 6:2 è usato con il senso di sbrigare le faccende, servire o distribuire cibo; comunque diakonèo può anche riferirsi a qualunque altro tipo di assistenza personale fornita a qualcuno. Le donne di cui si parla nei vv. 2-3 sostennero Gesù e i suoi discepoli, aiutandoli a compiere l’incarico che avevano ricevuto da Dio. In questo modo le donne diedero gloria a Dio, che mostrò di apprezzare le loro azioni; infatti le fece mettere per iscritto nella Bibbia, così da lasciare alle future generazioni un esempio di misericordia e generosità (Pr 19:17; Eb 6:10). Lo stesso verbo greco è usato in relazione alle donne menzionate in Mt 27:55; Mr 15:41. (Vedi l’approfondimento a Lu 22:26, che spiega il significato del sostantivo affine diàkonos.)

volontariamente O “spontaneamente”, “deliberatamente”. Qui Paolo riconosce che spetta a Filemone decidere come gestire la situazione che riguarda Onesimo. Per questo motivo dice: “Non voglio fare nulla senza il tuo consenso”. Confida nel fatto che Filemone avrebbe usato bene la sua libertà di scelta e avrebbe agito spinto dall’amore (2Co 9:7). Il concetto di libertà di scelta, o libero arbitrio, ovvero la possibilità di prendere decisioni nella propria vita, è fondamentale nelle Scritture (De 30:19, 20; Gsè 24:15; Gal 5:13; 1Pt 2:16). Il termine greco originale che compare in questo versetto è usato diverse volte anche nella Settanta in riferimento a offerte volontarie (Le 7:16; 23:38; Nu 15:3; 29:39). Geova non esigeva questo tipo di offerte né puniva chi non si recava nella sua casa a presentarle. Erano gesti che dovevano nascere dall’amore e dalla gratitudine, sentimenti che non possono mai essere imposti.

Forse in realtà è per questo che lui è rimasto lontano Qui Paolo sembra indicare che ci fosse la mano di Geova dietro a quello che era accaduto a Onesimo, il quale era diventato cristiano dopo essere fuggito dal suo padrone. Adesso Filemone avrebbe potuto accoglierlo non più come uno schiavo, ma come un fratello spirituale. Paolo mette poi in contrapposizione due aspetti temporali: per breve tempo (lett. “per un’ora”) e per sempre. Quello che intende dire è che le eventuali difficoltà causate a Filemone dall’assenza di Onesimo erano state di relativamente breve durata, mentre il loro legame spirituale sarebbe durato per tutta l’eternità. Da quel momento in poi, infatti, i due avrebbero servito insieme per sempre (Gda 21; Ri 22:5).

Te lo rimando Rimandando Onesimo da Filemone, Paolo mostra la dovuta sottomissione alle autorità (Ro 13:1). È vero che aveva detto agli schiavi che, se avevano legalmente la possibilità di diventare liberi, dovevano approfittarne (1Co 7:21). Comunque sapeva che Cristo non aveva mai autorizzato i suoi discepoli a trasgredire la legge del paese in cui vivevano opponendosi alla schiavitù come istituzione (Gv 17:15, 16; 18:36 e approfondimento; vedi anche approfondimento a 1Tm 6:1).

quelli che hanno padroni credenti Qui Paolo menziona il caso in cui sia il padrone sia lo schiavo erano cristiani. Quali “coeredi di Cristo”, agli occhi di Dio erano uguali (Ro 8:17). Per questo motivo Paolo esorta lo schiavo cristiano a non approfittarsi del padrone, che era anche suo fratello spirituale, facendo il minimo indispensabile. Al contrario, dal momento che amava suo fratello, avrebbe svolto il suo lavoro nel modo più diligente e fidato possibile. Allo stesso tempo, il padrone cristiano aveva l’obbligo di trattare lo schiavo in modo giusto ed equo (Ef 6:9; Col 4:1).

non più come schiavo ma [...] come un caro fratello Paolo qui mette in evidenza che ora Onesimo sarebbe stato per Filemone qualcosa di più di uno schiavo: da questo momento in poi sarebbero stati in primo luogo fratelli spirituali e compagni d’opera nel ministero (Mt 23:8; 28:19, 20). È probabile che Onesimo sia tornato alla sua vita da schiavo nella casa di Filemone; ma, come sostengono alcuni studiosi, è anche possibile che Filemone lo abbia liberato. (Vedi approfondimento a Flm 12.) Comunque, anche se Onesimo fosse rimasto uno schiavo, la fede cristiana gli avrebbe permesso di svolgere meglio il suo lavoro, dato che ora avrebbe agito sulla base dei princìpi biblici (Ef 6:5-8; Col 3:22, 23; Tit 2:9, 10; vedi approfondimento a 1Tm 6:2).

un amico Il termine greco qui reso “amico” letteralmente significa “compartecipe”. Scrivendo a Filemone, Paolo non si definisce mai apostolo; piuttosto, usando questo termine, che può anche essere tradotto “compagno”, “associato”, si mette sul suo stesso piano. La parola, che ha in sé l’idea di associazione, veniva usata per riferirsi a soci in affari (Lu 5:10; 2Co 8:23; 1Pt 5:1). In questo contesto, però, trasmette più calore. Secondo un commentario, il termine, che indica lo stretto legame tra Paolo e Filemone, mette in evidenza l’“appartenenza, profondamente vincolante, allo stesso Signore, la quale stringe in comune attività fondata su fede ed amore” (E. Lohse, Le lettere ai Colossesi e a Filemone, trad. di R. Bazzano, ed. italiana a cura di O. Soffritti, Paideia, Brescia, 1979, p. 361). È anche interessante notare che Aristotele abbia usato questo stesso termine per descrivere il legame, o associazione appunto, che si crea tra amici; infatti scrisse: “L’amico instaura un’associazione fondata o sulla stirpe, o sulla vita” (Etica eudemia, VII, 10, 21-22, in Le tre etiche, a cura di A. Fermani, Bompiani, Milano, 2008).

accoglilo benevolmente Con queste parole Paolo dimostra di avere grande fiducia in Filemone. All’epoca alcuni padroni punivano gli schiavi disubbidienti fustigandoli, marchiandoli a fuoco o addirittura uccidendoli; lo facevano anche solo per mettere in guardia gli altri loro schiavi.

mettilo in conto a me Come risulta da alcuni documenti del I secolo, questa espressione di solito veniva usata quando si accettava di pagare un debito. Sulla base di questo versetto alcuni commentatori ritengono che, prima di fuggire, Onesimo potrebbe aver derubato il suo padrone Filemone, forse perché pensava che non sarebbe riuscito a sopravvivere a lungo senza avere del denaro per acquistare del cibo o per pagarsi un passaggio su una nave. Paolo desiderava così tanto far rappacificare questi due cristiani che era persino disposto a intervenire di tasca propria.

vi sareste cavati gli occhi e me li avreste dati Qui Paolo ricorre a un modo di dire comune all’epoca per sottolineare l’affetto che i galati nutrivano per lui: era così profondo che sarebbero stati disposti a sacrificare qualsiasi cosa in suo favore, persino una cosa preziosa come la vista. Il fatto che abbia usato questa metafora è particolarmente significativo se l’“infermità fisica” a cui ha appena fatto riferimento era un disturbo cronico agli occhi (Gal 4:13, 14; vedi anche At 23:2-5; 2Co 12:7-9; Gal 6:11).

vi ho scritto di mio pugno Paolo di solito dettava le sue lettere a un segretario, ma a quanto pare questa la scrisse lui stesso. (Vedi Ro 16:22 e approfondimento.)

Filemone, nostro amato compagno d’opera Filemone era un fratello della congregazione di Colosse, città nella provincia dell’Asia (Col 4:9). È possibile che fu grazie a Paolo che conobbe il cristianesimo (Flm 19). Anche se Paolo non predicò a Colosse, forse i due si incontrarono a Efeso nel periodo in cui “tutti quelli che abitavano nella provincia dell’Asia [...] poterono ascoltare la parola del Signore” (At 19:10). Filemone non lo accompagnò nei suoi viaggi missionari, ma Paolo lo considerava un compagno d’opera a motivo del contributo che diede alla diffusione della buona notizia. (Vedi approfondimenti a Ro 16:3; 1Co 3:9.)

Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno Sembra che Paolo abbia scritto questa breve lettera di suo pugno, anche se non era quello che faceva di solito. Se non ci vedeva bene, scrivere non sarebbe stato facile per lui. (Vedi approfondimenti a Gal 4:15; 6:11.) Comunque alcuni studiosi propongono un’idea diversa, cioè che forse Paolo abbia scritto solo alcune parole di proprio pugno, a mo’ di firma. In ogni caso questo tocco personale avrebbe dato più peso alla sua richiesta e avrebbe convalidato la sua promessa di ripagare qualsiasi debito Onesimo potesse aver contratto.

tu mi devi addirittura te stesso Questa espressione lascia intendere che Paolo abbia aiutato Filemone a diventare cristiano. (Vedi approfondimento a Flm 1.) Qualunque perdita Filemone possa aver subìto, come gli ricorda qui Paolo, è insignificante se paragonata a tutto quello che ha guadagnato (Flm 18; confronta Ef 1:18; 2:12).

il cuore Lett. “le viscere”. Qui Paolo usa un termine greco (splàgchnon) che alla lettera si riferisce agli organi interni. In senso figurato indica un sentimento profondo, emozioni intense o la sede di tali emozioni. (Vedi anche approfondimento a 2Co 6:12.) Paolo ricorre alla stessa parola greca nei vv. 12 e 20. Un’opera di consultazione osserva: “L’uso ripetuto del termine in questa breve lettera la dice lunga su quanto Paolo si sentisse coinvolto”.

al mio cuore Lett. “le mie viscere”. (Vedi approfondimento a Flm 7.)

confidando Paolo ripone in Filemone una fiducia che non è una vana speranza. Usa un termine greco che indica grande fiducia, o convinzione, e che ricorre spesso nelle sue lettere. Per esempio lo utilizza per parlare della sua convinzione nel fatto che Dio realizzerà quello che ha in mente per i suoi servitori (Flp 1:6) e della fiducia che Gesù ha in Dio (Eb 2:13); in Ro 8:38 è reso “sono convinto”. Paolo è sicuro che Filemone non si limiterà a ubbidire con riluttanza. Questa fiducia probabilmente avrebbe spinto Filemone a collaborare di buon grado e con gioia, forse non limitandosi solo a quello che Paolo gli stava chiedendo. Ecco perché l’apostolo scrive: farai anche più di ciò che chiedo.

perché spero di esservi restituito grazie alle vostre preghiere Paolo usa in greco il pronome plurale qui reso “vostre”; è quindi probabile che si riferisca alle preghiere congiunte fatte dalla congregazione che si riuniva a casa di Filemone. (Vedi approfondimento a Flm 2.) Paolo suggerisce l’idea che queste preghiere possono contribuire al raggiungimento di un notevole risultato: la fine della sua detenzione a Roma. In questo modo riconosce che le preghiere dei cristiani fedeli possono spingere Geova Dio ad agire prima di quando altrimenti sarebbe intervenuto oppure a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto (Eb 13:19).

di esservi restituito O “di essere liberato per voi”. Qui Paolo usa un’espressione che letteralmente si può tradurre “sarò per favore divino restituito a voi”, cioè in risposta alle preghiere della congregazione di Colosse. Un commentario fa notare che qui Paolo usa la forma passiva di questo verbo, a indicare che “solo Dio può garantire la liberazione di Paolo”.

e alla congregazione che si riunisce a casa tua Paolo indirizza questa lettera in primo luogo a Filemone, ma anche ad Affia, ad Archippo e a tutta la congregazione. Spesso i cristiani del I secolo si riunivano in case private (Col 4:15; vedi approfondimento a 1Co 16:19). Anche se in tutta la lettera Paolo parla direttamente a Filemone, è interessante notare che in greco nei vv. 3, 22 e 25 abbia usato i pronomi al plurale. È quindi possibile che volesse che la lettera fosse letta a tutta la congregazione. I pensieri espressi e i princìpi in essa contenuti erano così preziosi che di sicuro sarebbero stati utili a tutti.

Epafra Epafra era un fedele ministro di Colosse che andò a trovare l’apostolo Paolo durante la sua prima detenzione a Roma. Sembra che al tempo della stesura della lettera ai Colossesi l’apostolo non fosse mai stato a Colosse (Col 2:1) e che Epafra abbia contribuito a fondare la congregazione in quella città (Col 1:6-8; 4:12, 13). Il nome Epafra è un’abbreviazione di Epafrodito, ma Epafra non va confuso con l’Epafrodito di Filippi (Flp 2:25). L’Epafra di Colosse viene menzionato anche in Flm 23.

si prodiga sempre Il verbo greco agonìzomai, qui reso “si prodiga”, è affine al sostantivo agòn, spesso utilizzato per indicare le competizioni atletiche. (Vedi approfondimenti a Lu 13:24; 1Co 9:25.) Un atleta impegnato in una gara agonistica faceva ogni sforzo per raggiungere un obiettivo o il traguardo. In modo simile Epafra pregava con fervore e intensità a favore dei fratelli e delle sorelle di Colosse. A quanto pare aveva contribuito a fondare la congregazione in quella città, quindi conosceva bene i bisogni specifici dei fratelli locali (Col 1:7; 4:13). Sia lui che Paolo desideravano che quei cristiani continuassero a essere completi, maturi, e convinti della speranza che nutrivano (Col 1:5; 2:6-10).

Epafra Questo è il nome di un fratello della congregazione di Colosse che probabilmente aveva contribuito a fondare la congregazione locale. (Vedi approfondimenti a Col 1:7; 4:12.) Durante la prima detenzione di Paolo, Epafra andò a Roma. E probabilmente vi rimase, dato che qui Paolo menziona espressamente i suoi saluti e lo definisce “mio compagno di prigionia a motivo di Cristo Gesù”.

mio compagno di prigionia Per parlare di Epafra, qui Paolo ricorre a un termine greco che utilizza anche in altre lettere, per riferirsi però ad Aristarco, Andronico e Giunia (Ro 16:7; Col 4:10). È probabile che questi amici di Paolo siano stati letteralmente arrestati come lui. Alcuni, però, ritengono che Paolo abbia usato questo termine in senso figurato per indicare che con coraggio quei cristiani erano andati a trovarlo e avevano passato del tempo con lui durante la sua detenzione.

Marco In At 12:12, 25; 13:5, 13 viene anche chiamato Giovanni. (Vedi approfondimenti a Mr titolo; At 12:12.) In vista del suo secondo viaggio missionario (49-52 ca.), Paolo si trovò in disaccordo con Barnaba perché non voleva che Marco li accompagnasse; questo causò tra loro “una discussione talmente accesa” che ognuno prese la sua strada (At 15:37-39). Nonostante ciò, in 1Co 9:6 Paolo menziona Barnaba in una luce positiva, il che lascia intendere che quando scrisse ai colossesi i due si erano già rappacificati. Il fatto che Marco fosse con Paolo a Roma durante la sua prima detenzione fa capire che nel frattempo la stima di Paolo nei suoi confronti era cresciuta; lo definì infatti “fonte di grande conforto”. (Vedi approfondimento a Col 4:11.) Fu forse mentre era con Paolo a Roma che Marco scrisse il Vangelo che porta il suo nome. (Vedi anche “Introduzione a Marco”.)

circoncisi Cioè ebrei circoncisi che erano diventati cristiani. I fratelli che qui Paolo menziona per nome erano venuti in suo aiuto. (Vedi l’approfondimento fonte di grande conforto in questo versetto.) Probabilmente non avevano alcun problema a stare in compagnia di cristiani che non erano di retaggio ebraico, e avranno predicato volentieri con Paolo ai non ebrei (Ro 11:13; Gal 1:16; 2:11-14).

Epafra Questo è il nome di un fratello della congregazione di Colosse che probabilmente aveva contribuito a fondare la congregazione locale. (Vedi approfondimenti a Col 1:7; 4:12.) Durante la prima detenzione di Paolo, Epafra andò a Roma. E probabilmente vi rimase, dato che qui Paolo menziona espressamente i suoi saluti e lo definisce “mio compagno di prigionia a motivo di Cristo Gesù”.

mio compagno di prigionia Per parlare di Epafra, qui Paolo ricorre a un termine greco che utilizza anche in altre lettere, per riferirsi però ad Aristarco, Andronico e Giunia (Ro 16:7; Col 4:10). È probabile che questi amici di Paolo siano stati letteralmente arrestati come lui. Alcuni, però, ritengono che Paolo abbia usato questo termine in senso figurato per indicare che con coraggio quei cristiani erano andati a trovarlo e avevano passato del tempo con lui durante la sua detenzione.

il fratello Di questo fratello non viene fatto il nome. Nel versetto successivo, però, di lui si dice che fu incaricato di accompagnare Paolo e gli altri nel loro viaggio (2Co 8:19); nel testo originale compare un termine che letteralmente significa “compagno di viaggio”. Nelle Scritture Greche Cristiane lo stesso termine ricorre solo un’altra volta, in At 19:29 (al plurale). Lì uno dei compagni di viaggio menzionati è Aristarco, che diventò uno stretto collaboratore di Paolo. Per questo alcuni studiosi ritengono che “il fratello” menzionato in 2Co 8:18 sia proprio Aristarco, ma potrebbe essere anche qualcun altro, come ad esempio Tichico (At 20:2-4; 27:2; Col 4:7, 10).

Dema Paolo menziona questo compagno d’opera anche nella lettera a Filemone (Flm 24). Comunque, dopo appena qualche anno, mentre era prigioniero a Roma per la seconda volta, Paolo scrisse: “Dema, avendo amato l’attuale sistema di cose, mi ha abbandonato” (2Tm 4:10). Dema se n’era tornato a Tessalonica, forse sua città d’origine.

Dema [...] mi ha abbandonato Il verbo greco “abbandonare” può riferirsi a chi lascia una persona da sola in mezzo a circostanze pericolose. Dema era stato uno dei più intimi amici di Paolo. Dalle lettere che Paolo scrisse durante la sua prima detenzione a Roma si comprende che Dema era lì con lui (Flm 24; vedi approfondimento a Col 4:14). Tuttavia in questa circostanza la situazione di Paolo era peggiore. Diversi compagni di fede lo avevano lasciato (2Tm 1:15). Paolo non sta dicendo che Dema fosse diventato un oppositore o un apostata. Dema si era comunque lasciato sfuggire l’immenso privilegio di stare accanto al fedele apostolo e confortarlo in quel momento di bisogno.

Luca Luca viene menzionato per nome tre volte nelle Scritture Greche Cristiane, e sempre dall’apostolo Paolo (2Tm 4:11; Flm 24). Era probabilmente un ebreo che parlava greco e che era diventato cristiano qualche tempo dopo la Pentecoste del 33. Scrisse il Vangelo che porta il suo nome e poi il libro degli Atti. (Vedi approfondimento a Lu titolo.) Accompagnò Paolo durante il suo secondo e il suo terzo viaggio missionario. Fu al suo fianco nei due anni che l’apostolo passò in prigione a Cesarea. Lo accompagnò anche a Roma al tempo della sua prima detenzione lì (periodo in cui Paolo scrisse la lettera ai Colossesi). E lo si ritrova accanto all’apostolo anche durante la sua ultima detenzione, che a quanto pare si concluse con il martirio (2Tm 4:11).

Marco Vedi approfondimento a Col 4:10.

Aristarco Si tratta di un fratello macedone di Tessalonica che viaggiò con Paolo e che molto probabilmente aveva un retaggio ebraico. (Vedi approfondimento a Col 4:11.) Aristarco rimase al fianco di Paolo anche in circostanze pericolose, come ad esempio l’attacco di una folla a Efeso e un complotto ordito dagli ebrei in Grecia (At 19:29; 20:2-4). In seguito, quando Paolo fu mandato a Roma come prigioniero, questo amico leale lo accompagnò. Durante il viaggio fecero naufragio (At 27:1, 2, 41). A quanto pare Aristarco continuò ad assistere Paolo durante gli arresti domiciliari a Roma (At 28:16, 30). Forse anche Aristarco trascorse un periodo di detenzione con l’apostolo, il quale riconobbe con gratitudine che per lui era stato “fonte di grande conforto” (Col 4:10, 11; vedi anche approfondimenti a Flm 23; 2Co 8:18).

Dema Vedi approfondimenti a Col 4:14; 2Tm 4:10.

Luca Vedi approfondimento a Col 4:14.

e alla congregazione che si riunisce a casa tua Paolo indirizza questa lettera in primo luogo a Filemone, ma anche ad Affia, ad Archippo e a tutta la congregazione. Spesso i cristiani del I secolo si riunivano in case private (Col 4:15; vedi approfondimento a 1Co 16:19). Anche se in tutta la lettera Paolo parla direttamente a Filemone, è interessante notare che in greco nei vv. 3, 22 e 25 abbia usato i pronomi al plurale. È quindi possibile che volesse che la lettera fosse letta a tutta la congregazione. I pensieri espressi e i princìpi in essa contenuti erano così preziosi che di sicuro sarebbero stati utili a tutti.

immeritata bontà Vedi Glossario.

con lo spirito che voi mostrate Lett. “con lo spirito di voi”. In questo contesto la parola “spirito” si riferisce a quella forza interiore o inclinazione mentale dominante che spinge una persona a dire o a fare le cose in un certo modo. Per esempio nelle Scritture si parla di “spirito quieto e mite” (1Pt 3:4) e di “spirito di mitezza” (Gal 6:1). In 2Tm 1:7 Paolo fa un contrasto tra “uno spirito di codardia” e uno “di potenza, di amore e di assennatezza”. Conclude poi la sua lettera a Timoteo dicendo: “Il Signore sia con lo spirito che tu mostri” (2Tm 4:22). Proprio come un singolo individuo, anche un gruppo di persone può manifestare un certo spirito. Qui nelle parole conclusive rivolte ai galati, così come in quelle ai filippesi, Paolo usa il plurale “voi” per esprimere il suo desiderio che nella congregazione tutti manifestino uno spirito conforme alla volontà di Dio e all’esempio lasciato da Cristo (Flp 4:23).

immeritata bontà Vedi Glossario.

lo spirito che voi mostrate Concludendo la sua lettera, Paolo usa in greco il pronome plurale qui reso “voi”, probabilmente rivolgendo queste parole a tutti quelli menzionati nei vv. 1 e 2, inclusa la “congregazione che si riunisce a casa [di Filemone]” (Flm 2 e approfondimento). Paolo esprime la speranza che l’immeritata bontà di Gesù Cristo sia con il loro “spirito”. Qui il termine si riferisce alla forza interiore, o inclinazione mentale dominante, che spingeva quelle persone a dire o a fare le cose in un certo modo. (Vedi Glossario, “spirito”.) Con la benedizione di Cristo sarebbero state in grado di continuare a parlare e agire in modo conforme alla volontà di Dio e all’esempio di Cristo (Gal 6:18 e approfondimento; Flp 4:23).

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Introduzione video al libro di Filemone
Introduzione video al libro di Filemone
Onesimo ritorna dal suo padrone, Filemone
Onesimo ritorna dal suo padrone, Filemone

Quando Onesimo arrivò a Colosse a casa del suo padrone, Filemone, gli portò una lettera da parte dell’apostolo Paolo, che era agli arresti domiciliari a Roma. Qualche tempo prima Onesimo era fuggito in quella città, dove, avendo avuto contatti con Paolo, era diventato cristiano. Appresa la situazione di Onesimo, Paolo lo aveva incoraggiato a tornare da Filemone. In base alla legge romana quest’ultimo avrebbe avuto il diritto di punirlo severamente, perciò Onesimo forse si sarà chiesto quale trattamento lo aspettava. Paolo, comunque, scrisse a Filemone per esortarlo ad accogliere benevolmente Onesimo, non più solo come uno schiavo ma come un fratello cristiano (Flm 15-17). Paolo espresse anche fiducia nel fatto che Filemone avrebbe seguito i suoi consigli (Flm 21). La lettera concorda con il resto delle Scritture Greche Cristiane, che più volte incoraggiano tutti i cristiani a considerarsi fratelli, a prescindere da condizione economica e sociale (Ro 12:10; 1Co 16:20; Col 4:15; 1Ts 4:9, 10).

Le mansioni di uno schiavo
Le mansioni di uno schiavo

Nell’impero romano la figura dello schiavo faceva parte della vita quotidiana. La legislazione romana regolava alcuni aspetti del rapporto schiavo-padrone. Gli schiavi svolgevano buona parte dei lavori nelle case delle famiglie ricche che vivevano in tutti i territori dell’impero. Cucinavano, pulivano e accudivano i bambini. C’erano anche schiavi che svolgevano attività artigianali, che venivano usati nelle cave o che lavoravano nelle fattorie. Quelli più istruiti potevano fare i medici, gli insegnanti o i segretari. In pratica gli schiavi svolgevano qualunque mansione, a parte servire nell’esercito. In alcuni casi potevano essere affrancati, ovvero resi liberi. (Vedi Glossario, “libero, liberto”.) In merito alla schiavitù, i cristiani del I secolo non presero posizione contro l’autorità governativa, né fomentarono rivolte di schiavi (1Co 7:21). Rispettavano il fatto che possedere degli schiavi fosse un diritto legale e non giudicavano chi li aveva, anche se si trattava di loro compagni di fede cristiani. È per questo che l’apostolo Paolo rimandò lo schiavo Onesimo dal suo padrone Filemone. Essendo diventato cristiano, Onesimo ritornò di buon grado dal suo padrone, assoggettandosi come schiavo a un altro cristiano (Flm 10-17). Paolo incoraggiò gli schiavi a lavorare con onestà e scrupolosità (Tit 2:9, 10).