Lettera agli Efesini 6:1-24

6  Figli, siate ubbidienti ai vostri genitori+ secondo la volontà del Signore, perché questo è giusto.  “Onora tuo padre e tua madre”+ è il primo comandamento accompagnato da una promessa:  “Perché ti vada bene* e tu possa vivere a lungo sulla terra”.  Padri, non irritate i vostri figli,+ ma continuate a crescerli nella disciplina+ e nell’istruzione di Geova.+  Schiavi, siate ubbidienti ai vostri padroni terreni+ con rispetto e timore, nella sincerità del vostro cuore, come al Cristo;  non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini,+ ma quali schiavi di Cristo che fanno la volontà di Dio con tutta l’anima.+  Servite volentieri, come facendolo per Geova+ e non per gli uomini,  perché sapete che ciascuno, schiavo o libero, riavrà da Geova+ ciò che di buono avrà fatto.  E voi, padroni, agite nello stesso modo verso di loro, smettendo di minacciarli,+ perché sapete che il padrone* sia loro che vostro è nei cieli,+ e non fa parzialità. 10  Infine, continuate a rafforzarvi+ nel Signore e nella sua possente forza. 11  Indossate la completa armatura+ di Dio per poter rimanere saldi contro le insidie del Diavolo,+ 12  perché non abbiamo una lotta+ contro sangue e carne, ma contro i governi, contro le autorità, contro i governanti mondiali di queste tenebre, contro le malvagie forze spirituali+ che sono nei luoghi celesti.+ 13  Per questo motivo prendete la completa armatura di Dio,+ affinché possiate resistere* nel giorno malvagio e rimanere saldi dopo aver fatto tutto il necessario. 14  Rimanete dunque saldi, con la cintura della verità stretta intorno alla vita,+ la corazza della giustizia indosso,+ 15  e i piedi calzati con la prontezza ad annunciare la buona notizia della pace.+ 16  Oltre a tutto ciò, prendete il grande scudo della fede,+ con cui potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Malvagio.+ 17  Prendete anche l’elmo della salvezza+ e la spada dello spirito, cioè la parola di Dio,+ 18  pregando in ogni occasione mediante lo spirito+ con ogni forma di preghiera+ e supplica. E a questo scopo rimanete svegli e supplicate continuamente per tutti i santi. 19  Pregate anche per me, affinché quando apro la bocca mi siano date le parole per far conoscere con coraggio il sacro segreto della buona notizia,+ 20  della quale sono ambasciatore+ in catene,+ e affinché ne parli coraggiosamente come è mio dovere. 21  Tìchico,+ mio amato fratello e fedele ministro nel Signore, vi informerà di tutto ciò che mi riguarda e di quello che faccio, affinché lo sappiate anche voi.+ 22  Ve lo mando proprio per questo, per farvi sapere come stiamo e per confortare il vostro cuore. 23  Possano i fratelli avere da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo pace e amore insieme alla fede. 24  L’immeritata bontà sia con tutti quelli che amano il nostro Signore Gesù Cristo con un amore inalterabile.

Note in calce

O “tu possa prosperare”.
O “signore”.
O “mantenere la vostra posizione”.

Approfondimenti

secondo la volontà del Signore Alcuni manoscritti omettono questa espressione, ma la lezione che la include è ben attestata nei manoscritti disponibili.

Onora tuo padre e tua madre Citando il quinto dei Dieci Comandamenti, Paolo fa capire che onorare, o rispettare, i propri genitori non era solo un requisito della Legge mosaica, ma anche un obbligo cristiano (Eso 20:12; De 5:16). Questo era il primo comandamento accompagnato da una promessa perché a chi ubbidiva veniva espressamente promessa una vita lunga e soddisfacente (Ef 6:3).

non irritate Il verbo greco per “irritare” potrebbe essere tradotto letteralmente “provocare ira”, “far arrabbiare”. Non si riferisce necessariamente ai casi in cui a motivo dell’imperfezione un genitore può involontariamente irritare il figlio. Un’opera di consultazione dice che questa irritazione può essere causata nei figli dal fatto che vengono trattati “in maniera sbrigativa, rude e incoerente, così che [...] si sentono respinti e sono indotti a ribellarsi, a rifiutarsi di ubbidire e a provare rancore”. (Confronta Col 3:21.)

nella disciplina e nell’istruzione di Geova In materia di educazione dei figli, Geova Dio è l’autorità suprema. Quando Mosè disse agli israeliti che dovevano amare Geova con tutto il cuore, l’anima e la forza, comandò loro anche di inculcare le Sue parole nei figli (De 6:5-8). Geova viene più volte descritto come colui che disciplina i suoi servitori (De 11:2; Pr 3:11, 12; Eb 12:6; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino qui, vedi App. C3 introduzione; Ef 6:4).

disciplina Il termine greco per “disciplina” (paidèia) è affine alla parola per “figlio” (pàis). Quindi il concetto biblico di disciplina include tutto ciò che comporta crescere un figlio: istruire, educare, correggere e, a volte, castigare in maniera ferma ma amorevole. Un lessico definisce questo termine “l’atto di educare, formare, istruire e provvedere linee guida per vivere in modo responsabile”.

istruzione O “guida”, “ammonimenti”. La parola greca usata qui (nouthesìa) è composta dal sostantivo per “mente” (noùs) e dal verbo reso “mettere” (tìthemi). In questo contesto indica che i padri cristiani devono aiutare i propri figli a capire il modo di pensare di Geova; devono per così dire mettere in loro la mente di Geova Dio.

padroni terreni Qui Paolo esorta gli schiavi cristiani a ubbidire ai loro padroni terreni (lett. “secondo [la] carne”). Gli schiavi cristiani così come i loro padroni terreni dovevano ricordare che nei cieli avevano un padrone superiore (Ef 6:9).

non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini Lett. “non con un servizio per l’occhio, come quelli che vogliono piacere agli uomini”. Uno schiavo cristiano non doveva essere ubbidiente o lavorare con impegno solo quando il suo padrone era presente, nel tentativo di fare una buona impressione. Doveva piuttosto servire “con tutta l’anima”, “nel timore di Geova” (Ef 6:5-8; Col 3:22-25).

con tutta l’anima L’espressione greca resa “con tutta l’anima” compare due volte nelle Scritture Greche Cristiane, qui e in Col 3:23. In questa espressione “anima” si riferisce all’intera persona, comprese le sue facoltà fisiche e mentali; ecco perché alcune Bibbie la rendono “di cuore”, “con tutto il cuore”. Quindi una persona che serve con tutta l’anima ci mette tutto sé stessa e utilizza al massimo tutte le sue forze e capacità (De 6:5; Mt 22:37; Mr 12:29, 30; vedi Glossario, “anima”).

come facendolo per Geova e non per gli uomini In questo contesto Paolo incoraggia gli schiavi che sono diventati cristiani a essere ubbidienti ai loro “padroni terreni” (Ef 6:5) e a servirli “quali schiavi di Cristo che fanno la volontà di Dio con tutta l’anima” (Ef 6:6). Paolo fa capire che, qualsiasi lavoro avessero fatto, avrebbero dovuto tenere a mente il rapporto che avevano con Geova Dio. Ubbidendo ai loro padroni terreni e rispettandoli, non avrebbero disonorato il “nome di Dio” (1Tm 6:1). Paolo diede agli schiavi consigli molto simili nella lettera ai Colossesi, scritta grossomodo nello stesso periodo della lettera agli Efesini (Col 3:22-24; vedi “Introduzione a Efesini”; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino in questo versetto, vedi App. C3 introduzione; Ef 6:7).

riavrà da Geova ciò che di buono avrà fatto Nella Bibbia Geova Dio viene descritto come colui che ricompensa le buone azioni di quelli che lo servono fedelmente. Alcuni esempi si trovano in Ru 2:12; Sl 24:1-5 e Ger 31:16. Anche Gesù disse questo di suo Padre (Mt 6:4; Lu 6:35; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino in questo versetto, vedi App. C3 introduzione; Ef 6:8).

libero Vedi Glossario, “libero, liberto”.

completa armatura Questa espressione traduce un solo termine greco (panoplìa), che si riferisce all’equipaggiamento militare di difesa e di offesa usato dai soldati di fanteria per combattere. A quanto pare per la sua dettagliata metafora Paolo si ispirò alla figura del soldato romano (Ef 6:13-17). Potrebbe aver visto questa armatura addosso ai soldati romani in varie zone dell’impero. Comunque, dato che quando arrivò a Roma fu probabilmente portato ai Castra Praetoria, in quella caserma deve averla vista di sicuro (At 27:1; 28:16). I cristiani hanno bisogno dell’armatura di Dio, quindi di un’armatura spirituale, perché sono impegnati in una guerra non letterale ma spirituale (Ef 6:12; vedi Glossario, “armatura”, e Galleria multimediale, “L’armatura del soldato romano”).

le insidie O “le astuzie”, “le macchinazioni”. La parola greca resa “insidie” ricorre solo due volte nelle Scritture Greche Cristiane, in entrambi i casi con un’accezione negativa. Qui descrive le tattiche e le trappole con cui Satana il Diavolo cerca di ingannare i servitori di Geova. In Ef 4:14 è tradotta “stratagemmi”.

una lotta Il termine greco corrispondente, che compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane, in origine veniva usato nei contesti sportivi. Qui trasmette l’idea di uno scontro individuale con gli spiriti malvagi. Dal momento che nel contesto si parla della guerra spirituale dei cristiani e dell’armatura simbolica, alcuni sostengono che Paolo poteva avere in mente due tipi di lotta: quella di un soldato e quella di un atleta, un lottatore (Ef 6:11-18). Associare le due immagini sarebbe stato normale, visto che nell’antichità la guerra poteva implicare il combattimento corpo a corpo e i soldati erano spesso esperti lottatori. Anche nella sua seconda lettera a Timoteo, Paolo affianca all’immagine del soldato quella dell’atleta (2Tm 2:3-5).

i governanti mondiali di queste tenebre Paolo dice che questi “governanti mondiali” sono le malvagie forze spirituali, cioè Satana e i suoi demòni. (Vedi approfondimento a Gv 12:31.) Il loro obiettivo è di tenere gli esseri umani nelle tenebre spirituali, lontani dalla luce di Geova Dio. Il termine greco kosmokràtor, reso “governanti mondiali”, ricorre solo qui nelle Scritture Greche Cristiane, anche se negli antichi testi greci veniva utilizzato per riferirsi a divinità mitologiche come Hermes.

nei luoghi celesti Qui l’espressione si riferisce all’invisibile reame spirituale da cui Satana, “il governante dell’autorità dell’aria”, esercita la sua influenza sull’umanità (Ef 2:2).

il governante di questo mondo Un’espressione simile ricorre in Gv 14:30 e 16:11, e si riferisce a Satana il Diavolo. In questo contesto il termine “mondo” (in greco kòsmos) si riferisce alla società umana lontana da Dio, il cui comportamento non è in armonia con il Suo volere. Questo mondo ingiusto non è opera di Dio; è piuttosto “in potere del Malvagio” (1Gv 5:19). Satana e le sue “malvagie forze spirituali che sono nei luoghi celesti” agiscono quali invisibili “governanti mondiali [plurale di kosmokràtor] di queste tenebre” (Ef 6:11, 12).

la spada dello spirito La spada, una delle più importanti armi usate dai soldati romani, è l’unica arma d’offesa menzionata nella metafora di Paolo (Ef 6:14-17). La parola greca qui tradotta “spada” potrebbe riferirsi a una spada a lama corta, affilata almeno da un lato. Quella usata dai soldati romani era a doppio taglio, ideale per il combattimento corpo a corpo. La lunghezza poteva variare, ma di solito era di circa 60 cm. Spesso l’impugnatura aveva alla base un pomo, utile per evitare che la spada sfuggisse di mano al soldato. (Vedi Galleria multimediale, “Spada romana”.) Molti soldati si esercitavano con la spada ogni giorno per diventare esperti nel maneggiarla. I cristiani fanno qualcosa di simile con “la parola di Dio”, la principale arma che usano nella loro guerra spirituale (2Tm 2:15). Paolo non intende dire che i cristiani debbano usare la parola di Dio per ferire altri. (Confronta 1Pt 3:15.) Possono piuttosto usare con tatto le verità scritturali per smascherare i falsi insegnamenti che sviano le persone e le tengono prigioniere dal punto di vista spirituale (Gv 8:32; 17:17; 2Co 10:4, 5). Come il soldato usa la spada per difendersi e parare i colpi del nemico, così il cristiano usa la parola di Dio per proteggere mente e cuore dagli inganni dei falsi maestri e dalle tentazioni (Mt 4:1-11; 2Tm 3:16).

mettiti un grembiule Il verbo greco reso “mettersi un grembiule” (perizònnymai) letteralmente significa “cingersi”, cioè allacciare un grembiule o stringere, spesso con una cintura, la veste indossata per prepararsi a servire. In questo contesto, potrebbe infatti essere reso “preparati per servire”. Lo stesso verbo greco compare in Lu 12:35, 37 e Ef 6:14. (Vedi approfondimenti a Lu 12:35, 37.)

Tenete le vostre vesti legate sui fianchi Lett. “i vostri fianchi siano cinti”. L’espressione richiama l’abitudine di tirarsi su le lunghe vesti, altrimenti d’intralcio, e legarsele ai fianchi con una cintura per compiere un lavoro fisico, correre, ecc. Dal significato letterale passò ad assumere anche un significato metaforico, che richiamava la prontezza a svolgere una qualunque attività. Espressioni simili ricorrono molte volte nelle Scritture Ebraiche. (Alcuni esempi si trovano in Eso 12:11; 1Re 18:46; 2Re 3:21, nt.; 4:29; Pr 31:17, nt.; Ger 1:17, nt.) Il tempo verbale usato qui suggerisce un’azione continua, il che ben descrive la costante prontezza con cui i servitori di Dio svolgono attività spirituali. In Lu 12:37 è usato lo stesso verbo greco, reso “si legherà la veste sui fianchi”, per descrivere la prontezza a servire. In 1Pt 1:13 l’espressione “preparate [...] la vostra mente per l’attività” alla lettera richiama l’idea di “cingere i fianchi della propria mente”.

la cintura della verità Nell’antichità i soldati si preparavano per la battaglia allacciando una cintura intorno alla vita (Isa 8:9, nt.). Quindi “indossare la cintura”, o “cingersi”, era un’espressione idiomatica che significava “prepararsi all’azione”. (Vedi approfondimenti a Lu 12:35; 17:8.) Ecco perché questo è il primo pezzo dell’armatura che Paolo menziona nel suo elenco. Il soldato romano indossava una larga cintura di cuoio decorata e rinforzata con placche di metallo. Una cintura ben stretta dava al soldato maggiore sicurezza in battaglia. Appese alla cintura c’erano altre strisce di cuoio borchiate, che servivano a proteggere il basso ventre. Come una cintura dava sostegno e protezione al soldato, così l’incrollabile attaccamento alle verità divine può dare al cristiano la forza di rimanere saldo davanti alle prove. Di solito la cintura serviva anche per portare la spada, che vi era agganciata tramite anelli. (Vedi approfondimento a Ef 6:17.) La metafora di Paolo lascia intendere che i cristiani devono usare le verità della Parola di Dio per proteggersi costantemente dagli attacchi spirituali. I cristiani che hanno una chiara comprensione di queste verità sono protetti dai falsi insegnamenti (Ef 4:13, 14; 1Tm 2:3-7).

la corazza della giustizia I soldati romani del I secolo usavano vari tipi di corazza. Una di queste era composta da lamine di ferro sovrapposte e fissate a strisce di cuoio tramite ganci, lacci e fibbie. La corazza proteggeva gli organi vitali, in particolare il cuore. Non a caso Polibio, storico greco del II secolo a.E.V., parlando della corazza utilizzò un termine che alla lettera significa “difesa del cuore”. Paolo sapeva che i cristiani hanno bisogno di proteggere il loro cuore simbolico. (Confronta 1Ts 5:8.) Come la corazza impediva a frecce e spade di raggiungere il cuore del soldato, così l’amore per i giusti princìpi e le giuste norme di Dio protegge il cuore simbolico del cristiano (Sl 119:97, 105; Pr 4:23). Per colpa delle loro inclinazioni peccaminose, gli esseri umani imperfetti hanno sempre un grande bisogno di questa protezione (Ger 17:9). Nelle Scritture Ebraiche, anche di Geova viene detto metaforicamente che indossa la giustizia come fosse una corazza (Isa 59:15, 17).

i piedi calzati con la prontezza L’espressione “con la prontezza” può anche essere resa “con la preparazione”. Un soldato si preparava ad andare in battaglia allacciando l’equipaggiamento che l’armatura prevedeva per i piedi. Paolo usa questa immagine per spiegare che un cristiano deve essere sempre preparato per parlare della “buona notizia della pace” (Isa 52:7; Ro 10:14, 15; 1Pt 3:15). Il soldato romano del I secolo di solito indossava calzari a stivaletto composti da tre diverse parti in cuoio unite insieme. Le suole erano chiodate. Queste calzature erano robuste e garantivano una buona stabilità anche su terreni accidentati.

il grande scudo della fede Il termine greco per “grande scudo” usato qui da Paolo deriva da un sostantivo che significa “porta”. Il soldato romano si serviva di uno scudo convesso e di forma rettangolare che per dimensioni lo proteggeva dalle spalle alle ginocchia. Di solito si trattava di una specie di pannello di legno ricoperto di cuoio; i bordi erano rivestiti di metallo e al centro c’era una borchia bombata, sempre di metallo. Il soldato usava lo scudo per deviare colpi e frecce di vario genere. La metafora di Paolo indica che il cristiano poteva superare diversi tipi di difficoltà perché aveva una forte fede, cioè una radicata fiducia in Geova e nelle sue promesse (Eb 11:1).

le frecce infuocate Il termine greco per “frecce” potrebbe anche essere reso “dardi”. Nelle guerre combattute nell’antichità era comune scagliare addosso al nemico frecce e altre armi da lancio a cui era stato dato fuoco, a volte con la nafta. Il soldato romano poteva usare lo scudo per proteggersi da un attacco di questo tipo. La metafora di Paolo lascia intendere che grazie alla fede un cristiano può deviare tutte le frecce infuocate del Malvagio, ovvero gli attacchi spirituali di Satana. Paolo aveva visto che Satana era riuscito a prevalere su alcuni cristiani, e sapeva che i suoi stratagemmi erano tanti (2Co 2:11). Tra le frecce simboliche di Satana ci sono la tentazione di commettere immoralità, il fascino del materialismo e le pressioni emotive dovute a paure e dubbi (Ro 8:15; Col 3:5, 6). Una forte fede in Geova può spegnere qualsiasi freccia infuocata, ovvero sventare qualsiasi attacco (1Pt 5:8, 9).

l’elmo della salvezza L’elmo del soldato romano proteggeva la testa, il viso e la nuca. Paolo usa l’immagine dell’elmo come simbolo della speranza che il cristiano nutre nella salvezza divina (1Ts 5:8). Come l’elmo protegge la testa, così la speranza della salvezza protegge la mente del cristiano, le sue facoltà mentali. Satana promuove in modo subdolo caratteristiche nocive come egoismo, odio e slealtà. Concentrandosi sulla speranza che ha, ovvero indossando simbolicamente la speranza come fosse un elmo, il cristiano respinge qualunque cosa possa influire negativamente sul suo modo di pensare (Mr 7:20-22; 2Co 4:4; Ri 12:9). Satana fomenta anche la persecuzione diretta, ma la speranza della salvezza permette al cristiano di mantenere la gioia persino in circostanze estreme (Isa 12:2; Mt 5:11, 12). Nelle Scritture Ebraiche, di Geova viene detto metaforicamente che indossa la salvezza, o vittoria, come fosse un elmo (Isa 59:17; nt.). Lui infatti tiene sempre bene a mente l’obiettivo di salvare il suo popolo e ottenere la vittoria (Ger 29:11).

la spada dello spirito La spada, una delle più importanti armi usate dai soldati romani, è l’unica arma d’offesa menzionata nella metafora di Paolo (Ef 6:14-17). La parola greca qui tradotta “spada” potrebbe riferirsi a una spada a lama corta, affilata almeno da un lato. Quella usata dai soldati romani era a doppio taglio, ideale per il combattimento corpo a corpo. La lunghezza poteva variare, ma di solito era di circa 60 cm. Spesso l’impugnatura aveva alla base un pomo, utile per evitare che la spada sfuggisse di mano al soldato. (Vedi Galleria multimediale, “Spada romana”.) Molti soldati si esercitavano con la spada ogni giorno per diventare esperti nel maneggiarla. I cristiani fanno qualcosa di simile con “la parola di Dio”, la principale arma che usano nella loro guerra spirituale (2Tm 2:15). Paolo non intende dire che i cristiani debbano usare la parola di Dio per ferire altri. (Confronta 1Pt 3:15.) Possono piuttosto usare con tatto le verità scritturali per smascherare i falsi insegnamenti che sviano le persone e le tengono prigioniere dal punto di vista spirituale (Gv 8:32; 17:17; 2Co 10:4, 5). Come il soldato usa la spada per difendersi e parare i colpi del nemico, così il cristiano usa la parola di Dio per proteggere mente e cuore dagli inganni dei falsi maestri e dalle tentazioni (Mt 4:1-11; 2Tm 3:16).

in ogni occasione Alcune occasioni per pregare potrebbero essere pubbliche; altre sono private e personali. Potrebbe trattarsi di occasioni regolari, come i pasti, o di occasioni in cui sorge la necessità di una preghiera spontanea. Pregare regolarmente consolida il legame che unisce Geova e i suoi servitori.

ogni forma di preghiera Paolo aggiunge alla “completa armatura” appena descritta un elemento essenziale (Ef 6:11, 14-17). Il sostantivo greco tradotto “preghiera” è un termine generico usato per indicare un qualsiasi modo per rivolgersi con devozione a Dio, e il termine reso “ogni forma” lascia intendere che ci siano diversi tipi di preghiera. Esistono ad esempio preghiere di ringraziamento, di lode o di pentimento. La supplica è una richiesta sincera e particolarmente sentita rivolta a Dio. (Vedi approfondimento ad At 4:31.) Le varie forme di preghiera e supplica possono essere usate a seconda del bisogno e della situazione.

ebbero terminato la loro supplica O “ebbero terminato la loro fervida preghiera [o “implorazione”]”. Il verbo greco dèomai si riferisce all’azione di rivolgere una preghiera sincera e particolarmente sentita. Il sostantivo affine dèesis (“supplica”) è definito “richiesta umile e sincera”. Nelle Scritture Greche Cristiane il sostantivo è usato esclusivamente in riferimento a invocazioni rivolte a Dio. “Con forti grida e lacrime”, anche Gesù “offrì suppliche e richieste a colui che poteva salvarlo dalla morte” (Eb 5:7). L’uso del plurale “suppliche” indica che Gesù invocò Geova più volte. Ad esempio, nel giardino di Getsemani pregò ripetutamente e con fervore (Mt 26:36-44; Lu 22:32).

sono ambasciatore in catene Paolo scrisse la lettera agli Efesini mentre era detenuto a Roma (Ef 3:1; 4:1), il che spiega perché qui si definisce “ambasciatore in catene”. Nell’uso biblico il termine “ambasciatore” definisce un rappresentante ufficiale inviato da un governante in occasioni speciali e per scopi precisi. In qualità di ambasciatore unto con lo spirito di Dio, Paolo portò alle persone dei suoi giorni un messaggio relativo alla riconciliazione con Dio attraverso Cristo. (Vedi approfondimenti a 2Co 5:20.)

affinché ne parli coraggiosamente O “affinché ne parli con libertà di parola”. Qui Paolo, che era detenuto a Roma, chiede ai suoi compagni di fede di pregare in suo favore perché riesca a ‘parlare coraggiosamente’, espressione che traduce il verbo greco parresiàzomai (Ef 6:19). Il libro degli Atti fa capire che quelle preghiere furono esaudite. Infatti in At 28:30, 31 si legge che, mentre era detenuto, Paolo continuò a predicare il Regno di Dio “con la massima franchezza, senza alcun impedimento”; lì il termine “franchezza” traduce il sostantivo greco affine parresìa. Il coraggio fu una caratteristica che contraddistinse la predicazione dei primi cristiani (At 4:13, 29; vedi approfondimento ad At 28:31).

con la massima franchezza O “con tutto il coraggio (assenza di paura)”. Il termine greco parresìa può anche essere reso “libertà di parola” (1Gv 5:14, nt.). Questo sostantivo e il verbo affine (parresiàzomai), spesso reso “parlare [o “predicare”, “dire”] con coraggio [o “liberamente”]”, ricorrono varie volte nel libro degli Atti e trasmettono una caratteristica che contraddistinse la predicazione dei primi cristiani (At 4:29, 31; 9:27, 28; 13:46; 14:3; 18:26; 19:8; 26:26).

in nome di Cristo O “in luogo di Cristo”. Dopo che Cristo era stato risuscitato ed era asceso al cielo, i suoi fedeli discepoli furono incaricati di agire in sua vece, come “ambasciatori in nome di Cristo”. Furono inviati prima agli ebrei e poi alle nazioni, tutte persone lontane da Geova, il Sovrano Supremo. I cristiani unti servono come ambasciatori in un mondo che non è in pace con Dio (Gv 14:30; 15:18, 19; Gc 4:4). Nella lettera agli Efesini, scritta durante la sua prima detenzione a Roma (59-61 ca.), Paolo si definì “ambasciatore in catene” (Ef 6:20).

siamo [...] ambasciatori Qui Paolo parla di sé e dei suoi collaboratori come di “ambasciatori in nome di Cristo”. Nei tempi biblici potevano essere diversi i motivi per cui si inviavano ambasciatori e altri messaggeri. Per esempio, in periodi di ostilità venivano mandati ambasciatori per vedere se si poteva evitare la guerra o, se la guerra era già in atto, per trattare condizioni di pace (Isa 30:1-4; 33:7). Ai giorni di Paolo popoli, città o province dell’impero romano inviavano i propri ambasciatori a Roma per rinsaldare alleanze, ricevere assistenza o perorare la propria causa. Il verbo greco reso “essere ambasciatore” (presbèuo) compare due volte nelle Scritture Greche Cristiane, qui e in Ef 6:19, 20, dove Paolo parla di sé come di un ambasciatore della buona notizia. Il sostantivo affine presbèia è reso “corpo di ambasciatori” in Lu 14:32 e “delegazione” in Lu 19:14. Entrambi i termini, presbèuo e presbèia, sono affini al sostantivo presbỳteros, che significa “uomo più vecchio”, “anziano” (Mt 16:21; At 11:30).

immeritata bontà Vedi Glossario.

Galleria multimediale

Le mansioni di uno schiavo
Le mansioni di uno schiavo

Nell’impero romano la figura dello schiavo faceva parte della vita quotidiana. La legislazione romana regolava alcuni aspetti del rapporto schiavo-padrone. Gli schiavi svolgevano buona parte dei lavori nelle case delle famiglie ricche che vivevano in tutti i territori dell’impero. Cucinavano, pulivano e accudivano i bambini. C’erano anche schiavi che svolgevano attività artigianali, che venivano usati nelle cave o che lavoravano nelle fattorie. Quelli più istruiti potevano fare i medici, gli insegnanti o i segretari. In pratica gli schiavi svolgevano qualunque mansione, a parte servire nell’esercito. In alcuni casi potevano essere affrancati, ovvero resi liberi. (Vedi Glossario, “libero, liberto”.) In merito alla schiavitù, i cristiani del I secolo non presero posizione contro l’autorità governativa, né fomentarono rivolte di schiavi (1Co 7:21). Rispettavano il fatto che possedere degli schiavi fosse un diritto legale e non giudicavano chi li aveva, anche se si trattava di loro compagni di fede cristiani. È per questo che l’apostolo Paolo rimandò lo schiavo Onesimo dal suo padrone Filemone. Essendo diventato cristiano, Onesimo ritornò di buon grado dal suo padrone, assoggettandosi come schiavo a un altro cristiano (Flm 10-17). Paolo incoraggiò gli schiavi a lavorare con onestà e scrupolosità (Tit 2:9, 10).

L’armatura del soldato romano
L’armatura del soldato romano

Nella sua lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo parlò di un’armatura. Ricorse a questa immagine per illustrare la protezione spirituale di cui ha bisogno chi serve Geova (Ef 6:11-17). Forse Paolo aveva in mente l’armatura del soldato romano. Ogni pezzo dell’armatura era indispensabile per proteggere il soldato in battaglia. L’armatura spirituale di cui parlò Paolo è composta dalla cintura, dalla corazza, dai calzari, dal grande scudo, dall’elmo e dalla spada. Questo video dà un’idea di come potevano essere i vari pezzi dell’armatura romana.

Cristiani predicano lungo una strada di Efeso
Cristiani predicano lungo una strada di Efeso

A Efeso, importante crocevia del mondo antico, la strada che portava dal grande teatro cittadino al trafficato porto era ampia e fiancheggiata da portici. Lungo questa strada i cristiani potevano predicare “la buona notizia della pace” a persone di ogni tipo (Ef 6:15). L’apostolo Paolo, che scrisse la lettera agli Efesini, conosceva bene Efeso; vi aveva infatti predicato per circa tre anni (At 20:17, 18, 31). Grazie al ministero che Paolo svolse a Efeso “tutti quelli che abitavano nella provincia dell’Asia, sia giudei che greci, poterono ascoltare la parola del Signore” (At 19:10). In questo territorio fruttuoso nacque una dinamica congregazione che continuò a crescere (At 19:20).

Le frecce infuocate
Le frecce infuocate

Nella foto (a sinistra) si può vedere la punta (lunga 19 cm) di una freccia di epoca romana. La punta presenta una sorta di gabbia in cui poteva essere posizionato del materiale infiammabile. A volte gli eserciti che assediavano una città scoccavano raffiche di frecce incendiarie (vedi disegno sulla destra) al di là delle mura per darla alle fiamme. Paolo scrisse che il Malvagio scaglia “frecce infuocate” contro i cristiani, che però possono spegnerle con “il grande scudo della fede” (Ef 6:16).

Paolo in catene durante gli arresti domiciliari
Paolo in catene durante gli arresti domiciliari

Durante la sua prima detenzione a Roma, a Paolo fu concesso di vivere sotto sorveglianza in una casa presa in affitto (At 28:16, 30). Le guardie romane di solito limitavano i movimenti dei prigionieri con delle catene. Spesso il polso destro del prigioniero era legato a quello sinistro della guardia, che così aveva la mano destra libera. In gran parte delle lettere ispirate che scrisse durante gli arresti domiciliari a Roma, Paolo fece riferimento alle sue catene e alla sua prigionia (Ef 3:1; 4:1; 6:20; Flp 1:7, 13, 14, 17; Col 4:3, 18; Flm 1, 9, 10, 13).