Lettera agli Efesini 3:1-21

3  Per questo io, Paolo, prigioniero+ a motivo di Cristo Gesù a beneficio di voi persone delle nazioni+.⁠.⁠.*  Avrete certamente sentito parlare dell’incarico di amministrare+ l’immeritata bontà di Dio che mi è stato affidato in vostro favore:  per mezzo di una rivelazione mi è stato fatto conoscere il sacro segreto, come vi ho scritto prima brevemente.  Leggendo ciò che ho scritto potete rendervi conto della comprensione che ho del sacro segreto+ del Cristo.  Nelle generazioni passate questo segreto non è stato fatto conoscere ai figli degli uomini come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti mediante lo spirito:+  vale a dire che persone delle nazioni, unite a Cristo Gesù e grazie alla buona notizia, sono coeredi, membra dello stesso corpo+ e partecipi con noi della promessa.+  Io ne sono diventato ministro secondo il dono dell’immeritata bontà di Dio che mi è stato dato attraverso l’azione della sua forza.+  A me, che sono l’ultimo di tutti i santi,+ è stata concessa questa immeritata bontà,+ così che io annunci alle nazioni la buona notizia dell’insondabile ricchezza del Cristo  e faccia conoscere a tutti* l’amministrazione del sacro segreto+ che nei secoli è stato nascosto in Dio, il quale ha creato tutte le cose. 10  Lo scopo è che, mediante la congregazione,+ sia ora fatta conoscere ai governi e alle autorità nei luoghi celesti la sapienza di Dio nei suoi molteplici aspetti.+ 11  Ciò è in armonia con il proposito eterno che egli ha stabilito e che riguarda il Cristo,+ Gesù nostro Signore, 12  mediante il quale abbiamo questa libertà di parola e, grazie alla nostra fede in lui, possiamo avvicinarci a Dio+ con fiducia. 13  Vi prego quindi di non perdervi d’animo a motivo delle sofferenze che sopporto per voi, perché per voi significano gloria.+ 14  Per questo piego le ginocchia davanti al Padre, 15  al quale ogni famiglia in cielo e sulla terra deve il proprio nome. 16  Prego che egli vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere rafforzati nell’uomo che siete interiormente+ con la potenza che viene dal suo spirito, 17  e che mediante la vostra fede il Cristo dimori nei vostri cuori insieme all’amore.+ Siate ben radicati+ e solidamente poggiati sul fondamento,+ 18  così da essere in grado di comprendere a fondo con tutti i santi la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, 19  e di conoscere l’amore del Cristo+ che oltrepassa la conoscenza, perché siate ricolmi di tutta* la pienezza che Dio dona. 20  A colui che, secondo la sua potenza che agisce in noi,+ può fare molto più di quanto chiediamo o immaginiamo,+ 21  a lui vada la gloria per mezzo della congregazione e per mezzo di Cristo Gesù di generazione in generazione, per i secoli dei secoli. Amen.

Note in calce

La frase sembra continuare al v. 14.
O “e porti alla luce”.
O “siate ricolmi fino a tutta”.

Approfondimenti

Rimase due anni interi Durante questo periodo di due anni, Paolo scrisse le sue lettere ai cristiani di Efeso (Ef 4:1; 6:20), di Filippi (Flp 1:7, 12-14), di Colosse (Col 4:18), a Filemone (Flm 9) e forse anche ai cristiani ebrei. Sembra che i suoi arresti domiciliari fossero terminati intorno al 61, quando probabilmente fu processato, forse da Nerone o da uno dei suoi rappresentanti, e dichiarato innocente. Dopo il suo rilascio, Paolo, come sempre, continuò a darsi da fare. Forse fu in questo periodo che fece il viaggio verso la Spagna che aveva pianificato (Ro 15:28). Clemente Romano scrisse circa nel 95 che Paolo era “giunto al confine dell’occidente”, cioè dell’impero romano (Prima di Clemente ai Corinti, V, 1, 7, in I Padri Apostolici, trad. di A. Quacquarelli, Città Nuova Editrice, Roma, 1998). Le tre lettere di Paolo datate agli anni successivi al suo rilascio (1 e 2 Timoteo e Tito) rivelano che probabilmente visitò Creta, Efeso, la Macedonia, Mileto, Nicopoli e Troas (1Tm 1:3; 2Tm 4:13; Tit 1:5; 3:12). Alcuni ritengono che fu a Nicopoli, in Grecia, che Paolo venne nuovamente arrestato, per poi essere riportato a Roma e incarcerato intorno al 65. Questa volta, a quanto pare, Nerone non lo risparmiò. Un incendio aveva devastato Roma l’anno precedente e, secondo lo storico romano Tacito, Nerone aveva falsamente accusato i cristiani, e aveva poi dato il via a una brutale campagna di persecuzione contro di loro. Quando Paolo scrisse la sua seconda e ultima lettera a Timoteo, si aspettava di essere a breve giustiziato, e perciò chiese a Timoteo e a Marco di raggiungerlo in fretta. Durante questo periodo, Luca e Onesiforo mostrarono un grande coraggio e rischiarono la vita per poter visitare Paolo e portargli conforto (2Tm 1:16, 17; 4:6-9, 11). Fu probabilmente nel 65 che Paolo venne giustiziato. Nell’arco della sua vita e fino alla morte, Paolo fu uno straordinario testimone di “tutte le cose che Gesù fece e insegnò dagli inizi” (At 1:1).

io, Paolo, prigioniero a motivo di Cristo Gesù L’apostolo Paolo fece infuriare i suoi connazionali per l’impegno da lui profuso, in qualità di discepolo di Gesù Cristo, tra i non ebrei. Questo portò alla sua detenzione, prima in Giudea e poi a Roma (At 21:33-36; 28:16, 17, 30, 31). Paolo poté quindi dire di essere prigioniero a motivo di Cristo Gesù a beneficio delle persone delle nazioni. Durante i due anni della sua prima detenzione a Roma (59-61 ca.) scrisse diverse lettere. (Vedi approfondimento ad At 28:30.) In quella indirizzata agli efesini, per altre due volte afferma di essere prigioniero o in catene (Ef 4:1; 6:20).

incarico di amministrare l’immeritata bontà di Dio In qualità di “apostolo delle nazioni”, Paolo ricevette un incarico speciale (Ro 11:13). È come se in questo versetto dicesse alle persone delle nazioni: “Mi è stata affidata la responsabilità di aiutarvi ad avvalervi dell’immeritata bontà di Dio”. Il termine greco qui reso “incarico di amministrare” (oikonomìa) può anche essere tradotto “amministrazione” (Ef 1:10; 3:9).

immeritata bontà Vedi Glossario.

come vi ho scritto prima brevemente A quanto pare Paolo si riferisce non a un’altra lettera ma a quello a cui ha già accennato brevemente in questa stessa lettera, per esempio in Ef 1:9, 10 e 2:11-22.

persone delle nazioni In riferimento ai non ebrei. In questo versetto Paolo mette in evidenza un aspetto del sacro segreto che, come menziona nel v. 3, gli è stato rivelato. (Vedi approfondimenti a Mt 13:11; Ef 1:9.) Qui chiarisce che, oltre ai credenti ebrei come lui, anche ai non ebrei è stata data l’opportunità di essere membra dello stesso corpo, ovvero la congregazione cristiana, di cui Gesù Cristo è il capo (Ef 1:22, 23; Col 1:18).

il sacro segreto della sua volontà L’espressione “sacro segreto” compare svariate volte nella lettera agli Efesini. Generalmente parlando, il “sacro segreto” di Geova si incentra su Gesù Cristo (Col 2:2; 4:3). Ha comunque molte sfaccettature, che riguardano ad esempio: l’identità di Gesù quale discendente promesso, o Messia, e la posizione che ricopre nel proposito di Dio (Gen 3:15); un governo celeste, il messianico Regno di Dio (Mt 13:11; Mr 4:11); la congregazione dei cristiani unti con lo spirito, di cui Cristo è capo (Ef 5:32; Col 1:18; Ri 1:20); il ruolo di questi unti, che con Gesù avrebbero ereditato il Regno (Lu 22:29, 30); la scelta degli unti non solo tra ebrei ma anche tra non ebrei (Ro 11:25; Ef 3:3-6; Col 1:26, 27). (Vedi approfondimenti a Mt 13:11; 1Co 2:7.)

sacri segreti Nella Traduzione del Nuovo Mondo il termine greco mystèrion è reso 25 volte con l’espressione “sacro segreto”. Qui è al plurale e si riferisce agli aspetti del proposito di Dio che non vengono rivelati finché lui non decide di renderli noti. A quel punto vengono pienamente svelati soltanto a coloro che sono stati scelti perché li comprendano (Col 1:25, 26). Una volta rivelati, i sacri segreti di Dio vengono diffusi nella maniera più ampia possibile. Lo si può capire dal fatto che al “sacro segreto” la Bibbia associa termini o espressioni come “annunciare”, “far conoscere”, “predicare pienamente”, “rivelare” (1Co 2:1; Ef 1:9; 3:3; Col 1:25, 26; 4:3). Il principale “sacro segreto di Dio” si concentra sull’identificazione della “discendenza” promessa, il Messia (Col 2:2; Gen 3:15). Questo sacro segreto, comunque, ha più sfaccettature e include il ruolo affidato a Gesù nel proposito di Dio (Col 4:3). Come mostrò Gesù in questa occasione, i “sacri segreti” hanno a che fare con il Regno dei cieli, o “Regno di Dio”, il governo celeste in cui Gesù ricopre il ruolo di Re (Mr 4:11; Lu 8:10; vedi approfondimento a Mt 3:2). Nelle Scritture Greche Cristiane si fa un uso del termine mystèrion diverso da quello comune alle antiche religioni misteriche. Queste religioni, spesso incentrate sui culti della fertilità che nel I secolo avevano ampia diffusione, promettevano che tramite rituali mistici i loro adepti avrebbero ottenuto l’immortalità, la rivelazione diretta e la comunione con le divinità. È chiaro che il contenuto di quei segreti non si basava sulla verità. Gli iniziati alle religioni misteriche facevano voto di tenere per sé i segreti, lasciandoli avvolti in un alone di mistero, il che era in netto contrasto con la proclamazione dei sacri segreti che avveniva nel cristianesimo. Quando nelle Scritture è usato in relazione alla falsa adorazione, mystèrion è reso “mistero” nella Traduzione del Nuovo Mondo (2Ts 2:7; Ri 17:5, 7).

Io ne sono diventato ministro Lett. “di cui sono diventato ministro”. L’espressione “di cui” sembra riferirsi al “sacro segreto” menzionato nei vv. 3 e 4, ma potrebbe anche riferirsi alla “buona notizia” menzionata nel v. 6, che è strettamente correlata a questo sacro segreto (Ef 6:19). Nelle sue lettere Paolo parla spesso di sé e dei suoi compagni d’opera come di ministri. (Vedi approfondimenti a 1Co 3:5; 2Co 6:4.)

il dono dell’immeritata bontà di Dio Vedi Glossario, “immeritata bontà”.

ci raccomandiamo come ministri di Dio Nelle sue lettere ai cristiani di Corinto, Paolo ha già parlato di sé e dei suoi compagni d’opera come di “ministri”. (Vedi approfondimenti a 1Co 3:5; 2Co 3:6.) In questo contesto l’espressione greca resa “ci raccomandiamo come” ha il senso di “ci dimostriamo”. Alcuni uomini che si erano uniti alla congregazione di Corinto non si stavano dimostrando degni dell’immeritata bontà di Dio (2Co 6:1, 3). Per questo motivo Paolo e i suoi collaboratori difendevano il loro ruolo di ministri di Dio, o si raccomandavano come tali, “in ogni modo”.

Ministri O “servitori”. La Bibbia usa spesso il termine greco diàkonos in riferimento a qualcuno che non si risparmia nel servire umilmente gli altri. (Vedi approfondimento a Mt 20:26.) In Ro 15:8 questo termine è usato in relazione a Gesù. (Vedi approfondimento.) Qui in 1Co 3:5 Paolo parla di sé e di Apollo come di ministri, o servitori, che hanno aiutato i corinti a diventare credenti. Il loro ministero, come quello di tutti i cristiani battezzati, includeva il soddisfare i bisogni spirituali del prossimo (Lu 4:16-21).

immeritata bontà Vedi Glossario.

un’amministrazione Il termine greco qui usato (oikonomìa) letteralmente significa “amministrazione della casa” o “gestione domestica”. Si riferisce non a uno specifico governo ma a un modo di gestire o amministrare le cose. Questa spiegazione è in armonia con l’uso che di questo termine viene fatto in Ef 3:9. (Confronta Lu 16:2 [dove è reso “gestione”]; Ef 3:2 [dove è reso “incarico di amministrare”; nt.]; Col 1:25 [dove è reso “incarico”; nt.].) Questa “amministrazione” non è il Regno messianico di Dio. È piuttosto il modo in cui lui decide di gestire la sua famiglia, o casa, universale con l’obiettivo di radunare i governanti del Regno celeste e realizzare il suo proposito di unire tutte le creature senzienti. Questo porterà pace e unità con lui tramite Gesù Cristo.

l’amministrazione del sacro segreto O “come è amministrato il sacro segreto”. (Per una trattazione della parola greca oikonomìa, qui resa “amministrazione”, vedi approfondimento a Ef 1:10.)

mediante la congregazione La congregazione cristiana degli unti rappresentava un aspetto del sacro segreto: Dio si era proposto di scegliere alcuni esseri umani perché diventassero coeredi di Cristo nella gloria celeste (Ef 3:5-9). Dio rivela, o fa conoscere, la sua sapienza ai governi e alle autorità nei luoghi celesti tramite quello che lui fa mediante, per e con questa congregazione. Gli angeli seguono con meraviglia e ammirazione il progressivo svelamento del sacro segreto. Perciò si può dire che “mediante la congregazione” gli angeli riescono a vedere in un modo del tutto nuovo “la sapienza di Dio nei suoi molteplici aspetti”. (Confronta 1Pt 1:10-12.)

il proposito eterno In questo contesto il termine “proposito” si riferisce a uno specifico obiettivo, o fine, che si può raggiungere in più di un modo. Indica la volontà di Geova di portare a compimento ciò che si era prefisso in origine per l’umanità e per la terra nonostante la ribellione in Eden (Gen 1:28). Subito dopo la ribellione, Geova stabilì questo proposito che riguarda il Cristo, Gesù nostro Signore. Predisse la comparsa di una “discendenza” che avrebbe cancellato i danni causati dai ribelli (Gen 3:15; Eb 2:14-17; 1Gv 3:8). Si tratta di un “proposito eterno” (lett. “proposito delle epoche”) per almeno due motivi: (1) Geova, definito “Re d’eternità” (lett. “Re delle epoche”) in 1Tm 1:17, ha deciso di far passare intere epoche prima della sua completa realizzazione; (2) gli effetti derivanti dal suo adempimento dureranno per tutta l’eternità. (Vedi approfondimento a Ro 8:28.)

chiamati secondo il suo proposito Il termine greco qui tradotto “proposito” (pròthesis) si potrebbe rendere letteralmente “il porre avanti”. Ricorre anche in Ro 9:11 ed Ef 1:11; 3:11. Visto che i suoi propositi si realizzano sempre, Dio può preconoscere e predire quello che accadrà (Isa 46:10). Per esempio, anche se sapeva in anticipo che ci sarebbe stata una classe di “chiamati”, o eletti, non ha predestinato i singoli individui che formano quella classe. Inoltre Dio prende provvedimenti per essere sicuro che i suoi propositi si realizzino (Isa 14:24-27).

questa libertà di parola Il cristiano ha “libertà di parola” (o “coraggio”, “assenza di paura”) in virtù della bella amicizia che lo lega a Geova Dio. Può rivolgersi a lui in preghiera liberamente e con fiducia perché esercita fede in suo Figlio Gesù Cristo e nel sacrificio di riscatto (Eb 4:16; 1Gv 5:14). In alcuni contesti il termine greco qui reso “libertà di parola” si può riferire anche al parlare della fede cristiana con franchezza e senza indugio. (Vedi approfondimenti ad At 4:13; 28:31; 2Co 7:4.)

franchezza Il termine greco parresìa significa fondamentalmente “coraggio nel parlare”. In pratica Paolo dice ai corinti di essere nella condizione di parlare loro con grande libertà di parola. (Vedi approfondimento ad At 28:31.)

con la massima franchezza O “con tutto il coraggio (assenza di paura)”. Il termine greco parresìa può anche essere reso “libertà di parola” (1Gv 5:14, nt.). Questo sostantivo e il verbo affine (parresiàzomai), spesso reso “parlare [o “predicare”, “dire”] con coraggio [o “liberamente”]”, ricorrono varie volte nel libro degli Atti e trasmettono una caratteristica che contraddistinse la predicazione dei primi cristiani (At 4:29, 31; 9:27, 28; 13:46; 14:3; 18:26; 19:8; 26:26).

franchezza O “coraggio”, “assenza di paura”. Il termine greco parresìa può anche essere reso “fiducia” e “libertà di parola” (1Gv 5:14; nt.; At 28:31). Questo sostantivo e il verbo affine (parresiàzomai), spesso reso “parlare [o “predicare”, “dire”] con coraggio [o “liberamente”]”, ricorrono varie volte nel libro degli Atti e trasmettono una caratteristica che contraddistinse la predicazione dei primi cristiani (At 4:29, 31; 9:27, 28; 13:46; 14:3; 18:26; 19:8; 26:26).

a motivo delle sofferenze che sopporto per voi Le sofferenze che Paolo stava sopportando erano il risultato del servizio che aveva compiuto per gli efesini. Ma ne valeva la pena viste le benedizioni spirituali che ne derivavano per loro. Il suo esempio li incoraggiava a non perdersi d’animo, per questo Paolo poté dire che sopportava quelle sofferenze per loro, cioè in loro favore. (Confronta Col 1:24.) D’altro canto, se Paolo si fosse arreso ai suoi persecutori, alcuni cristiani di Efeso avrebbero potuto scoraggiarsi, giungendo alla conclusione che non valesse la pena essere cristiani viste le difficoltà che questo comportava.

al quale ogni famiglia [...] deve il proprio nome Il termine greco reso “famiglia” (patrià), che deriva dalla parola per “padre” (patèr), compare solo tre volte nelle Scritture Greche Cristiane (Lu 2:4; At 3:25). Ha un significato ampio e non si limita all’immediata cerchia familiare. Nella Settanta viene usato diverse volte per tradurre un termine ebraico che, oltre al significato di famiglia, può indicare in senso lato anche tribù, popoli o nazioni (Nu 1:4; 1Cr 16:28; Sl 22:27 [21:28 (27), LXX]). Dicendo che ogni famiglia “deve il proprio nome” a Dio, Paolo indica che tutti, sia gli ebrei che i non ebrei, hanno un’origine comune, avendo come Padre Geova Dio.

ogni famiglia in cielo Geova Dio, in quanto Padre della famiglia celeste, considera gli angeli suoi figli (Gb 1:6; 2:1; 38:7). Se chiama per nome le innumerevoli stelle (Sl 147:4), ha senza dubbio dato un nome anche a ognuno degli angeli (Gdc 13:18).

ogni famiglia [...] sulla terra Sulla terra ogni famiglia o linea genealogica “deve il proprio nome” a Dio perché fu lui a istituire la prima famiglia umana e a permettere ad Adamo ed Eva di avere figli (Gen 1:28; Mt 19:4, 5). Qui però Paolo non intende dire che Geova abbia letteralmente dato il nome a ogni singolo nucleo familiare.

il Cristo dimori nei vostri cuori insieme all’amore Qui Paolo incoraggia i cristiani di Efeso a conoscere e amare profondamente Gesù facendo propri il suo modo di agire e di pensare (1Co 2:16; 1Pt 2:21). Per i cristiani che permettono al suo esempio e ai suoi insegnamenti di influire sui loro pensieri, sentimenti e atteggiamenti, è come se Gesù dimorasse in modo permanente nel loro cuore simbolico, ovvero la persona interiore. Man mano che il loro amore per Gesù cresce, i cristiani rafforzano anche l’amore che hanno per Geova (Col 1:15) e acquisiscono forza interiore (Ef 3:16) per superare le prove di fede.

Siate ben radicati e solidamente poggiati sul fondamento Paolo usa queste due metafore, come fa anche altrove in Efesini (Ef 2:20-22; 4:16), per trasmettere un concetto importante: il cristiano dovrebbe essere stabile come un albero che è ben radicato nel terreno e solido come un edificio che poggia su buone fondamenta. In Col 2:6, 7 ricorre a un’immagine simile quando esorta a essere “ben radicati in [Cristo Gesù], edificati su di lui”. Inoltre, in 1Co 3:11 parla di un progetto di costruzione spirituale e paragona Gesù a un “fondamento”. (Vedi approfondimento a 1Co 3:10.) Per essere spiritualmente ben radicati e solidi, gli efesini dovevano studiare con attenzione la Parola di Dio, in particolar modo la vita e gli insegnamenti di Gesù (Ef 3:18; Eb 5:12). Questo a sua volta li avrebbe aiutati a stringere un forte legame con Geova (Gv 14:9).

un abile costruttore O “un saggio direttore dei lavori”. Qui “costruttore” traduce architèkton, che letteralmente potrebbe essere reso “capo costruttore”. In genere con il termine architèkton si indicava il responsabile dei lavori di costruzione, che lavorava nel cantiere, assumeva gli operai e ne organizzava le attività. In questo versetto Paolo si paragona a un costruttore che partecipa con Dio a un progetto di costruzione spirituale per formare cristiani con qualità forti (1Co 3:9-16). Nelle Scritture Greche Cristiane architèkton compare solo qui. Il termine affine tèkton, reso “falegname”, viene utilizzato per riferirsi a Gesù e a Giuseppe, suo padre adottivo. (Vedi approfondimenti a Mt 13:55; Mr 6:3.)

conoscere l’amore del Cristo Per come è usato nella Bibbia, il verbo “conoscere” spesso significa più che acquisire informazioni su qualcosa o qualcuno. (Vedi approfondimenti a Gv 17:3; Gal 4:9.) In questo contesto “conoscere” vuol dire afferrare l’importanza o il significato dell’“amore del Cristo” e sperimentarlo nella propria vita in modo pratico. La semplice conoscenza, la comprensione puramente intellettuale di fatti o nozioni, non permette di per sé di afferrare veramente la personalità di Cristo. Coloro in cui questo tipo di conoscenza abbonda potrebbero addirittura iniziare a sentirsi superiori (1Co 8:1). Al contrario, il cristiano che arriva a conoscere “l’amore del Cristo che oltrepassa la conoscenza” si sforza di imitare l’amore che traspariva dal suo modo di pensare e di agire. Questo gli consente di usare la conoscenza che ha in modo equilibrato, amorevole e costruttivo.

avete conosciuto Dio Molti dei cristiani della Galazia avevano “conosciuto Dio” grazie al ministero di Paolo. Il verbo greco in questo versetto reso “avete conosciuto” e “siete stati conosciuti” lascia intendere che c’è un buon rapporto fra le persone coinvolte (1Co 8:3; 2Tm 2:19). Quindi conoscere Dio non è solo questione di avere nozioni basilari su di lui. Implica che si coltivi con lui un’amicizia. (Vedi approfondimento a Gv 17:3.)

che conoscano te O “imparino a conoscerti”, “continuino ad acquistare conoscenza di te”. Il verbo originale (ginòsko) ha il significato fondamentale di “conoscere”. Questo verbo è qui usato al presente, tempo verbale che in greco contiene in sé l’idea di un’azione durativa. Potrebbe includere il concetto di uno sforzo continuo da parte di chi vuole conoscere sempre più a fondo qualcuno che già conosce. In questo contesto indica il processo durante il quale l’amicizia con Dio diventa via via più intima grazie a una conoscenza di lui e di Cristo sempre più profonda e a una fiducia sempre più forte. Ovviamente questo implica più che semplicemente sapere chi sia una certa persona o conoscerne il nome; comporta che se ne conoscano le norme e i valori, le cose che ama e le cose che odia (1Gv 2:3; 4:8).

colui che [...] può fare molto più Al v. 14 Paolo inizia una preghiera al termine della quale, nei vv. 20 e 21, loda Geova. Vi esprime questo concetto: i modi in cui Dio può esaudire una preghiera non si limitano a quelli che la persona che prega potrebbe avere in mente. Laddove il cristiano magari non vede la soluzione a un problema, Dio è in grado di fare infinitamente più di quanto chiediamo o immaginiamo. Egli può esaudire preghiere e mantenere promesse in modi che per gli esseri umani non sono nemmeno lontanamente immaginabili o prevedibili.

Amen O “così sia”, “di sicuro”. Il greco amèn è la traslitterazione di un termine ebraico che deriva da ʼamàn, radice ebraica che vuol dire “essere fedele”, “essere degno di fiducia”. (Vedi Glossario.) Si usava dire “amen” per indicare che si era d’accordo con un giuramento, una preghiera o una dichiarazione. Gli scrittori delle Scritture Greche Cristiane spesso usavano questo termine per confermare un’espressione di lode a Dio appena pronunciata, come fa in questo caso Paolo (Ro 16:27; Ef 3:21; 1Pt 4:11). In altri casi, quando lo scrittore esprimeva il desiderio che Dio mostrasse favore ai destinatari della lettera, ricorreva a questo termine per sottolineare quanto detto (Ro 15:33; Eb 13:20, 21). Lo si usava anche per avvalorare con enfasi una dichiarazione appena fatta (Ri 1:7; 22:20).

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