Lettera agli Ebrei 10:1-39
Note in calce
Approfondimenti
La Legge [...] possiede un’ombra La Legge mosaica includeva un’ombra, o un modello, “delle cose celesti” (Eb 8:5 e approfondimento; 9:23; Col 2:16, 17 e approfondimento). Vari aspetti della Legge, come il tabernacolo, il sacerdozio, i sacrifici e soprattutto l’annuale Giorno dell’Espiazione, rappresentavano il ben più grande tempio spirituale e tutto ciò che questo prevedeva per l’adorazione e la salvezza. Ad esempio, i sacrifici animali che gli israeliti offrivano per ottenere il perdono dei peccati prefiguravano il sacrificio di Gesù Cristo, di gran lunga più prezioso in quanto avrebbe provveduto “una liberazione eterna” all’umanità (Eb 9:12-14, 28; Le 17:11). Alcuni aspetti dell’adorazione praticata nel tabernacolo letterale prefiguravano il modo in cui Gesù visse, la sua morte in sacrificio e la sua ascensione al cielo (Le 16:14, 15; Eb 9:11, 12, 24 e approfondimento).
un’ombra Nell’antichità il termine greco originale poteva anche essere utilizzato in senso figurato. Era usato ad esempio per descrivere lo schizzo, o la bozza, che l’artista preparava come modello del dipinto finale che aveva intenzione di realizzare.
delle benedizioni future Molti aspetti della Legge non solo condussero gli israeliti fedeli a Cristo Gesù, ma prefigurarono anche le tante benedizioni che Dio aveva in mente di portare tramite lui (Gal 3:23-25). Paolo comprese che il sommo sacerdozio di Gesù e il nuovo patto avrebbero portato benefìci all’umanità in modi che la Legge non avrebbe mai potuto rendere possibili. Grazie al suo sacrificio, infatti, Gesù eliminerà il peccato e i suoi effetti, ripristinando sulla terra pace e giustizia (Gv 1:29; Ro 8:3, 4; 10:4; Ef 1:7; 2Pt 3:13).
la realtà stessa In questo contesto la parola greca resa “realtà” si riferisce a un oggetto concreto in contrasto con l’“ombra” che questo produce. (Vedi approfondimento a Col 2:17.) Il tempio spirituale e tutte le relative disposizioni, tra cui il sommo sacerdozio di Cristo Gesù, sono la grande realtà che rende possibile l’espiazione dei peccati e la vera riconciliazione con Dio (1Gv 2:2; 4:10; vedi anche approfondimento a Eb 9:24).
non è mai in grado O forse “gli uomini non sono mai in grado”. In alcuni manoscritti il soggetto di questa frase sono gli uomini che offrono i sacrifici. Comunque la resa del testo principale, dove il soggetto è “la Legge”, è in armonia con il ragionamento di Paolo, e questa lezione è ben attestata nei manoscritti disponibili.
non è mai in grado [...] di rendere perfetti quelli che si avvicinano a Dio Nonostante tutti i sacrifici che richiedeva, la Legge mosaica non era in grado di eliminare il peccato e l’imperfezione umani. Di conseguenza, non poteva rendere perfetta la coscienza degli israeliti (Gal 3:19; vedi approfondimenti a Eb 7:11; 9:9). Solo il sacrificio di Cristo e il servizio da lui reso quale Sommo Sacerdote avrebbero permesso di ottenere il perdono completo dei peccati (Ro 8:3 e approfondimento; Eb 9:14; 10:1-4, 12-22).
gli stessi sacrifici Dal contesto si capisce che i sacrifici a cui ci si riferisce qui sono principalmente quelli offerti nel Giorno dell’Espiazione, perché in quel giorno, “anno dopo anno”, venivano presentate le stesse offerte (Eb 9:7, 12, 24, 25).
quelli che si avvicinano a Dio Cioè quelli che si accostano a Dio per adorarlo. (Vedi approfondimento a Eb 10:22.)
Coloro che li offrono O “coloro che rendono sacro servizio”. (Vedi approfondimento a Lu 1:74.)
non avrebbero più nessuna coscienza dei peccati Il termine greco synèidesis, qui reso “coscienza”, è formato da syn (“con”) ed èidesis (“conoscenza”), e si potrebbe tradurre “conoscenza di sé”, nel senso di consapevolezza. (Vedi approfondimento a Ro 2:15.) Se i sacrifici offerti sotto la Legge mosaica nel Giorno dell’Espiazione avessero davvero concesso la completa espiazione dei peccati, il popolo si sarebbe sentito sollevato dal senso di colpa derivante dalla consapevolezza della propria condizione peccaminosa (Eb 9:9, 13, 14; 10:22).
il sangue di tori e capri Dato che la vita umana è di gran lunga più preziosa di quella animale, i sacrifici animali non potevano eliminare completamente i peccati dei discendenti di Adamo (Sl 8:4-8). A dirla tutta, nemmeno un’imperfetta vita umana sarebbe stata sufficiente a bilanciare quello che Adamo aveva perso; un sacrificio di questo tipo infatti non avrebbe mai potuto redimere la famiglia umana (Sl 49:7-9). Solo un essere umano perfetto poteva offrire un “riscatto corrispondente” (1Tm 2:6 e approfondimento; vedi anche approfondimento a Ro 5:14).
quando viene nel mondo, lui dice Con questa espressione Paolo si riferisce al momento in cui Gesù, nel 29, si presentò per essere battezzato. Non poteva riferirsi al momento della sua nascita, dato che un neonato non avrebbe potuto né leggere né pronunciare le parole qui citate. Al suo battesimo, invece, Gesù fu unto con lo spirito santo e diventò il Cristo. Fu quello il momento in cui “[venne] nel mondo” per iniziare il suo ministero terreno (Mr 1:9-11; confronta approfondimento a Gv 1:9). Per come è usata qui, la parola “mondo” sembra riferirsi alla società umana organizzata in cui Gesù svolse la sua opera. (Vedi Glossario, “mondo”.) Questa spiegazione concorda con 1Tm 1:15, dove Paolo dice che “Cristo [cioè “l’Unto”] Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”.
lui dice Per ispirazione divina Paolo cita Sl 40:6 dalla Settanta (39:7, LXX) e indica che Gesù pronunciò queste parole “mentre pregava” al momento del suo battesimo (Lu 3:21 e approfondimento; vedi anche approfondimento a Mt 3:15).
ma mi hai preparato un corpo Paolo cita Sl 40:6, anche se usa parole diverse da quelle che si trovano in quel versetto (“ma hai aperto i miei orecchi affinché ascoltassi”). (Vedi l’approfondimento un corpo in questo versetto.) Entrambi i versetti, comunque, trasmettono il concetto fondamentale che il promesso Messia sarebbe stato disposto a fare la volontà di suo Padre. Sl 40:6, infatti, indica che il Messia ha ricevuto da Dio orecchi per ascoltare, ovvero per ubbidirgli facendo la Sua volontà. (Confronta 1Sa 15:22.) Ed Eb 10:5 indica che ha ricevuto da Dio un corpo da utilizzare per fare la Sua volontà, e in particolare da offrire in sacrificio.
un corpo Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare la differenza testuale tra la citazione fatta qui da Paolo e Sl 40:6 (dove nei manoscritti in ebraico disponibili la citazione potrebbe essere resa “mi hai aperto gli orecchi”). È possibile che Paolo abbia citato una versione della Settanta che si basava su un testo ebraico precedente e che conteneva l’espressione “un corpo”. Oppure i traduttori della Settanta potrebbero aver inteso questa espressione in senso figurato, come se una parte (cioè “orecchi”) rappresentasse il tutto (cioè “corpo”). In ogni caso, è per ispirazione divina che Paolo cita queste parole, che così sono diventate parte integrante dell’ispirata Parola di Dio.
olocausti Vedi approfondimento a Mr 12:33.
Allora ho detto: ‘Eccomi, sono venuto [...] per fare la tua volontà, o Dio’ Paolo attribuisce di nuovo a Gesù parole del Sl 40, questa volta attingendole dai vv. 7 e 8. Vuole mettere in evidenza la prontezza e la determinazione che il Messia espresse quando fu battezzato. (Vedi approfondimento a Eb 10:5.) In quel momento Gesù si presentò per fare la volontà di Dio, e successivamente offrì sé stesso in qualità di unico e “solo sacrificio” che avrebbe eliminato il peccato (Eb 10:12; vedi approfondimento a Eb 10:10).
(nel rotolo è scritto di me) Questa espressione è parte della citazione che Paolo fa di Sl 40:7. Lo scrittore di questo salmo fu Davide, un re, e il rotolo della Legge mosaica includeva istruzioni specifiche proprio per i re. (Vedi, per esempio, De 17:14-20.) Comunque, dato che Paolo sotto ispirazione attribuisce queste parole a Gesù, quello che è scritto “nel rotolo” va riferito a tutto ciò che era stato predetto nelle Scritture Ebraiche a proposito del Re messianico (Sl 2:6; 45:1; Lu 24:44; confronta 2Co 1:20 e approfondimenti).
Non hai voluto e non hai gradito Citando Sl 40:6-8, Paolo mostra che questi versetti erano profetici (Eb 10:5-10). Dopo che Gesù ebbe offerto sé stesso come riscatto, le offerte richieste dalla Legge mosaica non furono più necessarie; Geova non le richiedeva né gli erano più gradite. Dopo circa 15 secoli in cui la pura adorazione aveva previsto che venissero offerti sacrifici in ottemperanza alla Legge, quello fu un cambiamento epocale. Tutti quei sacrifici rappresentavano un sacrificio futuro ben più grande. E cosa più importante, quei sacrifici animali non facevano parte di quello che Geova aveva in mente in origine. Infatti, non sarebbero mai stati necessari se i primi esseri umani avessero rispettato questo requisito fondamentale: l’ubbidienza motivata dall’amore (Gen 3:2-7; De 6:5; 1Sa 15:22; Mt 22:37-40). In effetti, i sacrifici offerti dagli israeliti sotto la Legge erano inutili, addirittura offensivi, se chi li offriva non mostrava sincera ubbidienza e non aveva il giusto atteggiamento (Pr 28:9; Isa 1:10-17).
il primo [...] il secondo Con l’espressione “il primo”, Paolo si riferisce ai sacrifici offerti sotto il patto della Legge mosaica. Con l’espressione “il secondo”, si riferisce a un aspetto fondamentale del proposito di Geova: il sacrificio di riscatto (Eb 10:10). Offrendo quel sacrificio, Gesù eliminò tutti i sacrifici animali, rendendoli inutili. (Vedi approfondimento a Col 2:14.) E nel farlo, mise in chiaro che il suo sacrificio era l’unico mezzo tramite il quale avere la salvezza.
In base a tale “volontà” Qui Paolo si sta riferendo alla sacra volontà di Dio menzionata in Sl 40:8, che ha appena citato. Gesù adempì la profezia contenuta in questo salmo quando al battesimo si presentò a Geova per fare la Sua volontà. (Vedi approfondimenti a Eb 10:5, 7; confronta Lu 24:44.) Gesù sapeva che la volontà di Geova per lui era che offrisse la sua vita come sacrificio di riscatto (Gal 1:4). Questo sacrificio era stato prefigurato dai sacrifici animali offerti sull’altare letterale che si trovava dapprima nel cortile del tabernacolo e successivamente in quello del tempio. Nel grande tempio spirituale, questo altare rappresenta la volontà di Dio, ovvero la sua piena disponibilità ad accettare il perfetto sacrificio umano del suo unigenito Figlio. È solo riponendo fede in Cristo e nel suo sacrificio che i servitori di Dio avrebbero potuto essere santificati, cioè purificati dai loro peccati (Gv 1:29).
per compiere il servizio sacro O “per svolgere il servizio pubblico”. (Vedi approfondimento a Lu 1:23.)
e si è seduto alla destra di Dio Gesù si è seduto “alla destra di Dio” dopo essere stato risuscitato alla vita celeste nel 33. Qui Paolo richiama le parole profetiche di Sl 110:1. Finora nella sua lettera agli Ebrei ha fatto riferimento a questo versetto già tre volte, e lo farà ancora nel capitolo 12 (Eb 1:3 e approfondimento, 13 e approfondimento; 8:1; 12:2). Dettaglio interessante, Sl 110:1 è il versetto citato più spesso, direttamente o indirettamente, in tutte le Scritture Greche Cristiane. (Per il significato dell’espressione “alla destra di Dio”, vedi l’approfondimento ad At 7:55.)
aspettando Paolo continua a fare riferimento al Sl 110, che descrive il Messia. Di questi, il Salmo dice che, dopo un periodo di attesa alla destra di favore di Dio, inizia a regnare quale re “in mezzo ai [suoi] nemici” (Sl 110:2). Qui Paolo fa capire che, all’epoca della stesura di questa lettera (circa 30 anni dopo che Gesù era stato risuscitato), il tempo dell’insediamento di Gesù quale Re del Regno di Dio non era ancora arrivato.
siano ridotti a uno sgabello per i suoi piedi Per come è usata qui, questa metafora richiama l’idea di conquista. Nell’antichità mettere il piede sulla nuca del nemico sconfitto era un gesto simbolico di vittoria. (Confronta Gsè 10:22-25; vedi anche approfondimento a Eb 1:13.) Questo versetto si riferisce alla vittoria riportata da Gesù su tutte le nazioni, come descritto profeticamente in Sl 110:1. Il salmo mostra che, dopo un periodo di attesa, Gesù sarebbe stato insediato quale Re messianico e avrebbe iniziato la sua conquista delle nazioni. Queste sarebbero diventate “uno sgabello per i suoi piedi” nel senso che si sarebbero ritrovate sotto il suo controllo (Sl 2:1-9; 110:2). Al tempo stabilito da Dio, Gesù avrebbe completato la sua vittoria distruggendo tutti i governi nemici (Sl 110:5, 6; Da 2:44; Ri 6:2; 19:15-18).
ha reso perfetti per sempre Di coloro che vengono inclusi nel nuovo patto è detto che “[sono resi] perfetti per sempre” mentre sono ancora esseri umani imperfetti. In virtù della loro fede nel sacrificio di riscatto di Gesù, Geova sceglie di dichiararli giusti in modo completo (Ro 5:1, 2, 8-11; 1Co 6:11; vedi approfondimento a Ro 3:24). I peccati che questi hanno commesso sono perdonati, nel senso che non vengono più imputati loro (Ro 4:6-8; 8:1, 2, 10-12). Il patto della Legge non avrebbe mai potuto renderli perfetti. (Vedi approfondimenti a Eb 7:19; 10:1.) Invece “sono santificati” (v. 14) grazie al “sangue del [nuovo] patto” (v. 29). Il Mediatore di questo patto, Cristo Gesù, li aiuta a rispettarne i termini. Per continuare a rimanere santificati, devono essere ubbidienti e puri.
anche lo spirito santo ce lo testimonia Nei versetti che seguono (vv. 16, 17), ancora una volta Paolo cita il profeta Geremia (Ger 31:31-34; vedi approfondimento a Eb 8:8). Attribuisce quelle parole allo spirito santo di Dio, ovvero alla sua potenza in azione. (Confronta Eb 3:7, dove in modo simile Paolo attribuisce allo spirito santo parole tratte dalle Scritture Ebraiche; vedi anche approfondimento.)
dice Geova Nell’originale ebraico di Ger 31:33, da cui è presa questa citazione, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2.)
Metterò le mie leggi nel loro cuore, e le scriverò nella loro mente Vedi approfondimento a Eb 8:10.
non ricorderò più i loro peccati La Bibbia prediceva che il nuovo patto sarebbe stato decisamente diverso dal patto della Legge mosaica. I sacrifici richiesti dalla Legge ricordavano ai servitori di Dio i loro peccati, mentre il nuovo patto offriva il perdono completo (Ger 31:31-34; Ro 3:19, 20; Gal 3:10-13). I peccati di coloro che avrebbero riposto vera fede in Gesù Cristo e nel suo sacrificio sarebbero stati “cancellati”, eliminati senza lasciare alcuna traccia (At 3:19 e approfondimento).
la via d’ingresso al luogo santo Questa “via d’ingresso” si riferisce in primo luogo all’avere la possibilità di accedere in preghiera alla presenza di Dio, sulla base del sacrificio perfetto di Gesù e del servizio da lui reso quale Sommo Sacerdote. Su questa base i suoi discepoli avrebbero potuto accostarsi a Geova con completa fiducia, ovvero con la certezza di poterlo pregare liberamente e senza alcun timore né esitazione (Eb 10:21, 22; vedi approfondimento a Eb 4:16; confronta Ef 3:12 e approfondimento). Oltre a ciò, per i suoi discepoli unti con lo spirito, il sacrificio di Gesù aprì la strada per la vita in cielo (Gv 14:2, 3; vedi approfondimento a Eb 6:20; confronta approfondimento a Eb 9:8).
via nuova e vivente che lui ci ha aperto Ascendendo al cielo per presentare a Geova il valore del suo sacrificio di riscatto, Gesù “ha aperto” (v. 20), o più letteralmente “inaugurato”, “la via d’ingresso al luogo santo” (v. 19). Cristo Gesù è stato il primo essere umano ad ascendere “al cielo”, dove entrò per una “via nuova” che nessun uomo aveva mai percorso prima (Gv 3:13; Eb 9:24; vedi approfondimento a 1Co 15:20). Si trattava di una via che prima non esisteva, pertanto “nuova e vivente”, espressione che può indicare qualcosa che non invecchia e non si usura. Peraltro, Gesù si descrisse come “la via e [...] la vita”. Con queste parole intendeva dire che diventò il mezzo tramite il quale altri possono avvicinarsi a Dio e ottenere la vita (Gv 14:6 e approfondimento). Questa “via [...] vivente” porta i componenti della sua congregazione generati dallo spirito alla vita immortale in cielo.
attraverso la cortina, cioè la sua carne Paolo associa “la cortina”, una sorta di barriera che separava il Santo dal Santissimo, alla carne di Cristo. (Vedi Glossario, “cortina”.) Il corpo umano di Gesù era come una barriera perché “carne e sangue non possono ereditare il Regno di Dio” (1Co 15:44, 50). Ma dopo essere stato risuscitato come spirito, Gesù poté entrare nel cielo stesso: il Santissimo del tempio spirituale di Dio (1Pt 3:18; vedi approfondimento a Eb 6:19).
casa di Dio Ovvero la nazione, o congregazione, dell’Israele spirituale, che è composta da cristiani unti. (Vedi approfondimento a Eb 3:6.)
avviciniamoci Nel senso di accostarsi a Dio per adorarlo. (Vedi approfondimenti a Eb 4:16; 11:6; 12:18, 22.)
avviciniamoci con cuore sincero e piena fede I cristiani che si avvicinano a Dio in preghiera o nell’adorazione devono farlo “con cuore sincero”, cioè con un cuore mosso da motivi puri e libero da ipocrisia (1Tm 1:5). Inoltre devono avvicinarsi a Dio con “piena fede”, o con la “piena certezza che la fede dà”, altra possibile resa di questa espressione. La fede infatti infonde la ferma convinzione che Cristo ha aperto la via per avvicinarsi a Dio, come dice il v. 20.
essendo stato il nostro cuore asperso per essere purificato L’espressione usata qui da Paolo richiama quello che veniva fatto sotto la Legge mosaica in relazione a molti sacrifici. Secondo la Legge, tutti coloro che si avvicinavano a Geova per adorarlo dovevano essere cerimonialmente e moralmente puri (Le 5:1-6, 17; 19:2; vedi Glossario, “puro; purificare”). A volte veniva spruzzato del sangue su cose o persone impure perché fossero idonee per l’adorazione. In senso figurato il cuore dei cristiani era stato “asperso per essere purificato” grazie al sangue di Cristo, il che permetteva loro di avere una coscienza pulita (Eso 24:6-8; 29:21; Eb 9:13, 19; 12:23, 24).
il nostro corpo lavato con acqua pura Vedi approfondimento a Ef 5:26.
Manteniamo salda [...] senza vacillare Gli oppositori facevano pressioni sui cristiani ebrei perché rigettassero il cristianesimo e tornassero a osservare la Legge mosaica. Per evitare di vacillare o indebolirsi davanti a quelle pressioni, i lettori di Paolo dovevano respingere i falsi insegnamenti degli oppositori e continuare a dichiarare con tenacia la speranza cristiana. (Confronta Eb 3:6.)
la dichiarazione pubblica della nostra speranza I cristiani del I secolo dichiaravano pubblicamente la loro speranza esprimendo davanti ai loro compagni di fede quello in cui credevano ma anche proclamando ad altri la buona notizia della salvezza (Sl 40:9, 10; Mt 28:19, 20; At 1:8; vedi approfondimento a Ro 10:9).
perché colui che ha promesso è fedele Dio, che non può mentire, promette la vita eterna a coloro che lo servono con fede (Ro 6:23; Tit 1:2 e approfondimento; Eb 6:18 e approfondimento). È pienamente in grado di mantenere anche la più straordinaria delle sue promesse (Gen 18:13, 14; Ro 4:19-21; Eb 11:11 e approfondimento). Per lui che è definito “fedele”, non mantenere la parola data significherebbe tradire la sua stessa natura (De 7:9; Sl 146:5, 6). I cristiani del I secolo potevano quindi dichiarare con fiducia che Dio avrebbe mantenuto tutte le sue promesse, inclusa quella legata alla speranza della vita eterna; sapevano che questa speranza non era solo un desiderio o una possibilità, era una certezza.
interessiamoci gli uni degli altri O “consideriamoci gli uni gli altri”. In precedenza Paolo ha usato lo stesso verbo greco che compare in questa espressione per esortare i cristiani ebrei a ‘considerare Gesù’, cioè a studiare attentamente il suo esempio (Eb 3:1 e approfondimento). Qui l’apostolo li sprona a interessarsi in modo sincero del benessere dei loro fratelli e delle loro sorelle spirituali. Ovviamente non intende dire che debbano intromettersi negli affari degli altri (1Ts 4:11; 2Ts 3:11; 1Tm 5:13). Desidera piuttosto che si preoccupino altruisticamente dei reciproci bisogni fisici, emotivi e spirituali (Flp 2:4). Coltivando sincero interesse per gli altri, i cristiani saranno in grado di incoraggiarsi e motivarsi l’un l’altro, cosa che Paolo li esorta a fare subito dopo.
spronarci all’amore e alle opere eccellenti Questa espressione potrebbe anche essere resa “motivarci all’amore e alle opere eccellenti”. Qui Paolo esorta i cristiani ebrei a continuare sia a motivarsi l’un l’altro a mostrare amore sincero e altruistico, sia a compiere le “opere eccellenti” richieste ai discepoli di Cristo (1Tm 6:18; Tit 3:8). Il sostantivo greco reso con il verbo “spronare” richiama l’idea di affilare qualcosa. Il verbo affine a questo sostantivo è usato nella Settanta in Pr 27:17 con il senso di “affilare” o “rendere migliore” qualcuno. È degno di nota che in greco sia il sostantivo sia il verbo spesso vengono usati con un’accezione negativa, con il significato di “provocare” o “esasperare”. Per esempio, in At 15:39 il sostantivo è tradotto “una discussione talmente accesa”, in riferimento alla lite che scoppiò fra Paolo e Barnaba. Qui nel v. 24, però, Paolo lo usa con un’accezione positiva. Alcuni studiosi ritengono che, utilizzandolo in questo modo insolito, Paolo lo renda ancora più incisivo.
riunirci insieme In molti casi, i cristiani del I secolo si riunivano per l’adorazione in case private. (Vedi approfondimento a 1Co 16:19.) Per quei cristiani ebrei che non avevano una forte fede, quelle adunanze così umili forse sembravano banali in confronto alle assemblee che si tenevano nelle sinagoghe o nell’imponente tempio di Gerusalemme (Mr 13:1). Triste a dirsi, alcuni di loro stavano trascurando le riunioni cristiane. Qui l’idea non è che saltassero un’adunanza ogni tanto ma abitualmente, nel senso che erano soliti farlo. Inoltre il termine reso con il verbo “trascurare” si riferisce a un’azione deliberata. (Confronta 2Tm 4:10, 16, dove compare lo stesso verbo greco ed è reso “abbandonare”.) Un commentario dice: “Alcuni acquisirono l’abitudine di trascurare queste riunioni o per paura della persecuzione [...] o per impegni legati al lavoro”. Chi aveva preso questa abitudine rischiava di perdere del tutto la fede (Eb 10:38, 39; confronta approfondimento a Gc 2:2).
incoraggiandoci a vicenda Qui Paolo mette in risalto che incoraggiarsi a vicenda è un dovere fondamentale di tutti i cristiani, ed è anche uno dei preziosi benefìci che derivano dal riunirsi insieme (Ro 1:12; per il significato del verbo greco usato qui, vedi l’approfondimento a Ro 12:8). In precedenza, in questa stessa lettera, ha già esortato i cristiani ebrei con queste parole: “Continuate a incoraggiarvi a vicenda ogni giorno” (Eb 3:13). Ora spiega che, con l’avvicinarsi del giorno del giudizio di Dio, il bisogno di incoraggiamento sarebbe aumentato. Alcuni anni prima, scrivendo ai cristiani di Tessalonica, Paolo aveva usato lo stesso verbo greco, qui reso “incoraggiandoci”, per esprimere la speranza che Geova e Gesù ‘confortassero il loro cuore’ (2Ts 2:2, 16 e approfondimento, 17 e approfondimento).
vedete avvicinarsi il giorno Qui Paolo si riferisce a un imminente tempo di giudizio. Qualche decennio prima, Gesù Cristo aveva predetto che sulla città di Gerusalemme si sarebbe abbattuta la distruzione (Mt 24:1, 2; Lu 19:41-44). Quando Paolo scrisse questa lettera, intorno al 61, non sapeva quanto fosse vicino quel giorno; sapeva solo che si stava avvicinando velocemente. Riteneva quindi di primaria importanza che i cristiani ebrei continuassero a riunirsi insieme per adorare Geova e per incoraggiarsi gli uni gli altri. Circa cinque anni dopo che l’apostolo ebbe scritto le parole di questo versetto, le legioni romane al comando del generale Cestio Gallo assediarono Gerusalemme e iniziarono a scalzarne le mura. La città sarebbe stata distrutta completamente quattro anni più tardi, nel 70. Ovviamente con l’espressione “il giorno” Paolo si stava riferendo anche al grande giorno di Geova, che avrebbe coinciso con la “grande tribolazione” predetta da Gesù quando parlò della sua futura presenza (Mt 24:21; 2Pt 3:10; vedi approfondimento a 1Ts 5:2).
Se pratichiamo il peccato volontariamente In questo contesto Paolo sembra riferirsi a coloro che hanno peccato contro lo spirito santo di Dio. (Vedi approfondimenti a Mr 3:29.) In precedenza in questa lettera ha detto che tali individui “sono diventati partecipi dello spirito santo e hanno gustato l’eccellente parola di Dio” ma “si sono allontanati”. Stando così le cose, costoro “non possono assolutamente essere di nuovo indotti al pentimento” perché, di fatto, “[hanno messo] il Figlio di Dio un’altra volta al palo” (Eb 6:4-6 e approfondimenti). Questi peccatori intenzionali adottano un comportamento ribelle non semplicemente a motivo di una debolezza umana o dell’imperfezione, ma in modo deliberato e volontario.
giudizio e un’ardente ira I peccatori intenzionali e impenitenti di cui ha appena parlato Paolo si attirano un giudizio avverso da parte di Dio (Eb 10:26 e approfondimento; vedi anche approfondimento a Eb 10:31). Rendendosi “colpevole di peccato eterno”, un individuo del genere diventa nemico di Dio e attira su di sé “un’ardente [o “intensa”] ira” (Mr 3:29 e approfondimento; confronta Isa 26:11; Sof 1:18). Inoltre, va incontro alla “seconda morte”: la distruzione eterna (Ri 21:8).
viene messo a morte senza pietà Sotto la Legge mosaica, chi commetteva un peccato grave, come spiritismo, bestemmia, omicidio o idolatria, veniva messo a morte (Le 20:27; 24:14-16; Nu 15:30, 31; 35:31; De 13:6-9). Per stabilire la colpevolezza di una persona ci volevano due o tre testimoni oculari; una volta accertato che quella persona era colpevole di aver perpetrato una condotta errata, sulla base di quanto decretato da Geova sarebbe stato sbagliato mostrarle compassione proteggendola dalla punizione che meritava (De 17:6).
chi ha calpestato il Figlio di Dio A questo punto Paolo usa tre espressioni forti per spiegare perché quelli che “[praticano] il peccato volontariamente”, cioè quelli che peccano contro lo spirito di Dio, sono colpevoli del peccato più grave in assoluto e meritano di ricevere da lui la più severa punizione (Eb 10:26 e approfondimento). In questa prima espressione (“ha calpestato”) Paolo ricorre a un verbo che, con particolare riferimento a qualcosa di prezioso, significa “trattare con disprezzo”, “detestare”, “provare sdegno”. (Confronta 2Re 9:33; Isa 14:19; 63:18; Mic 7:10; Mt 7:6.) Chi si comporta in questo modo dimostra di provare per Gesù assoluto disprezzo; ha perso tutto l’apprezzamento che aveva per gli inestimabili benefìci derivanti dalla morte di Gesù sul palo di tortura. (Confronta Eb 6:4-6 e approfondimenti ai vv. 4 e 6.)
ha considerato di poco conto il sangue del patto Il sangue versato da Gesù convalidò il nuovo patto e santificò coloro che vi erano inclusi, separandoli in quanto purificati dal peccato. Comunque, i peccatori intenzionali e ingrati menzionati nel v. 26 (vedi approfondimento) avevano infranto quel patto rivelando mancanza di fede. Come indica questa seconda espressione (“ha considerato di poco conto”), questi peccatori dimostrano di considerare il prezioso sangue di Cristo come qualcosa di poco valore, o ordinario, quindi non sacro. Infatti, lo stesso termine greco qui reso “di poco conto” è utilizzato anche in riferimento a qualcosa di “impuro” o “contaminato” (Ro 14:14; Ri 21:27).
ha disprezzato lo spirito dell’immeritata bontà L’ultima espressione di questo versetto (“ha disprezzato”) indica che i peccatori impenitenti e intenzionali offendono con arroganza lo spirito santo tramite cui Geova manifesta in modo generoso il suo amore e la sua bontà. (Vedi Glossario, “immeritata bontà”.) Questi peccatori si oppongono con disprezzo a Geova agendo in maniera contraria alle sue giuste norme e all’operato del suo spirito (Eb 10:26 e approfondimento; Gda 4).
“La vendetta è mia; io ripagherò” Qui Paolo cita De 32:35, come fa anche in Ro 12:19. (Vedi approfondimenti.) Diversi manoscritti in greco qui aggiungono “dice [il] Signore”, e alcune traduzioni in ebraico delle Scritture Greche Cristiane hanno “dice Geova”.
Geova Nell’originale ebraico di De 32:36, qui citato, compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH). Ecco perché qui il nome divino è usato nel testo principale. (Vedi App. C1 e C2; vedi anche Sl 135:14 [134:14, LXX], dove nella Settanta compare la stessa espressione greca.)
“Geova giudicherà il suo popolo” Paolo cita De 32:36, che in origine aveva dato conforto ai servitori di Geova dell’antico Israele assicurando loro la sua protezione dai nemici. Tuttavia, questa espressione contiene anche un avvertimento implicito: lo stesso Giudice imparziale avrebbe fatto abbattere su di loro un giudizio avverso se fossero stati ribelli o non avessero avuto fede. Qui Paolo non applica queste parole ai non credenti, ma ai cristiani che si erano sviati. (Confronta Eb 6:4-6.)
È terribile cadere nelle mani dell’Iddio vivente! Qui ci si riferisce al subire un giudizio avverso da parte di Geova. Chiaramente, Paolo sa che Geova è un Dio davvero misericordioso che vuole che gli esseri umani si avvicinino a lui. (Vedi approfondimento a Eb 4:16.) Desidera però che i suoi lettori capiscano che Geova, essendo il Sovrano universale, è “un fuoco consumante”, che deve essere servito “con timore e rispetto” (Eb 12:28, 29). In questi versetti, quindi, mette in evidenza che Geova è il giusto Giudice che punirà quelli che deliberatamente decidono di ribellarsi (Eb 10:26-30; confronta Am 4:12). Per costoro subire il giudizio di Dio sarebbe davvero “terribile”, dal momento che lui ha sia l’autorità che il potere di punire con la distruzione eterna i peccatori intenzionali (Mt 10:28; vedi approfondimento a Eb 3:12).
Ricordate i giorni passati Dopo l’avvertimento dato ai cristiani ebrei nei vv. 26-31, Paolo prosegue con l’esortazione di questo versetto. Li incoraggia a continuare a tenere bene a mente che erano già riusciti ad affrontare fedelmente delle prove; tra queste ad esempio c’era stata la “grande persecuzione” che aveva sconvolto la vita della maggior parte dei cristiani di Gerusalemme (At 8:1; vedi approfondimento a Eb 10:34). Quei ricordi avrebbero reso i fratelli più determinati a rimanere leali davanti alle prove che stavano affrontando. Il termine greco reso lotta a volte veniva usato per descrivere l’intensa fatica di un atleta, il che suggerisce che le prove superate da quei cristiani ebrei erano state estenuanti.
siete stati esposti pubblicamente Lett. “essendo stati esposti come in un teatro”. A quanto pare il verbo greco usato qui (theatrìzo, dalla stessa radice della parola thèatron, “teatro”) in origine si riferiva al portare qualcosa o qualcuno sulla scena, ma con il tempo acquisì il senso figurato di “esporre alle beffe, alle risa”. Tra i greci e i romani, i criminali che erano stati condannati a morte venivano a volte fatti sfilare in teatri all’aperto perché fossero scherniti dalle folle. Lo stesso Paolo aveva subìto scherni simili e potrebbe essersi ritrovato in pericolo in uno di questi teatri. (Vedi approfondimento a 1Co 15:32; Galleria multimediale, “Efeso: teatro e dintorni”; confronta 1Co 4:9 e approfondimento.) Non ci sono fonti che attestino che i cristiani ebrei siano stati trascinati in teatri o arene letterali, ma di sicuro avevano sopportato insulti e persecuzione, il che li aveva comunque resi uno spettacolo pubblico.
altre volte siete stati al fianco Mentre alcuni cristiani ebrei soffrivano subendo insulti e persecuzione, altri li sostenevano stando al loro fianco. Come compagni fedeli, rimanevano lealmente accanto ai fratelli e alle sorelle oggetto di persecuzione e davano loro supporto e assistenza, forse andandoli a trovare in prigione o procurando loro del cibo. Stando vicino a quelli che soffrivano a causa della persecuzione, correvano anche loro il rischio di ricevere lo stesso trattamento (Eb 10:34 e approfondimento; confronta 2Tm 1:16, 17).
Avete partecipato alle sofferenze Qui Paolo usa lo stesso verbo greco con cui ha descritto il modo in cui Gesù, in qualità di Sommo Sacerdote in cielo, mostra empatia ai suoi discepoli imperfetti (Eb 4:15 e approfondimento). I cristiani ebrei imitavano Gesù manifestando la stessa empatia, non solo a parole ma anche con le azioni. (Confronta 1Co 12:26.) Per esempio, condividevano generosamente quello che avevano con chi era nel bisogno (At 2:44, 45). E quando Pietro fu messo in prigione, “la congregazione pregava intensamente Dio a suo favore” (At 12:5). Inoltre quei cristiani mostravano empatia nei confronti dei fratelli che si trovavano in prigione facendo loro visita e provvedendo alle loro necessità. Facendolo probabilmente mettevano a rischio la loro stessa incolumità (Eb 13:3 e approfondimenti). Forse alcuni erano persino andati a trovare Paolo durante i due anni che aveva trascorso agli arresti a Cesarea (At 24:23, 27; confronta approfondimenti a Col 4:11; 2Tm 1:16).
di essere derubati dei vostri beni Negli ultimi decenni i cristiani ebrei avevano sopportato molta persecuzione, alcuni forse proprio per mano dello stesso Paolo (At 8:1-3; 9:1, 2). La sua conversione aveva fermato lui, ma non la persecuzione. I “beni” a cui Paolo fa riferimento qui potevano includere case, proprietà varie e altri possedimenti. A quanto pare i persecutori continuarono a trascinare intere famiglie fuori dalle loro case, a imprigionarle e a impossessarsi ingiustamente dei loro beni. Di sicuro alcuni cristiani caddero in povertà come conseguenza di quei soprusi. Paolo conosceva molto bene la situazione. Intorno al 49, il corpo direttivo, a Gerusalemme, aveva dato a lui e a Barnaba l’incarico di ricordare le necessità dei cristiani che erano diventati poveri. A seguito di quella direttiva fu organizzato un ministero in soccorso di quelli che si trovavano a Gerusalemme. (Vedi approfondimento a Gal 2:10.)
qualcosa di migliore e duraturo I cristiani ebrei sapevano di avere un’eredità di cui nessuno avrebbe potuto derubarli: la vita eterna in cielo (Ef 1:18-20). Questa eredità, “qualcosa di [...] duraturo”, era uno dei motivi per cui i cristiani riuscivano a mantenere la gioia anche quando subivano la perdita dei loro beni materiali. (Vedi anche Ro 5:3-5.)
non perdete il vostro coraggio A motivo della loro preziosa speranza, i cristiani ebrei non dovevano lasciare che la paura facesse perdere loro il “coraggio”, o la “libertà di parola”. Dovevano invece fare appello al loro coraggio, tenerselo stretto (Eb 10:32-34). Grazie al sacrificio di riscatto, Gesù aveva dato loro la possibilità di stringere un’amicizia con Geova. Potevano perciò sentirsi liberi sia di avvicinarsi a Dio in preghiera sia di parlare di lui con convinzione (Eb 3:6 e approfondimento; 4:16; 10:19 e approfondimento).
perseveranza Vedi approfondimento a Ro 5:3.
Ancora “pochissimo tempo” Paolo ora inizia una serie di citazioni dalle Scritture Ebraiche che sembrano essere prese dalla Settanta. La prima è tratta da Isa 26:20 (“per un breve momento”); il contesto di questo versetto descrive il modo in cui il popolo di Dio sarebbe stato salvato dai nemici. Le successive citazioni, che si trovano nei vv. 37 e 38, sono prese dal libro di Abacuc. Probabilmente Paolo fa riferimento a questi brani che rafforzano la fede per rassicurare i suoi lettori del fatto che avrebbero dovuto sopportare prove e persecuzione solo per un periodo di tempo limitato (Eb 10:32-36).
“colui che viene arriverà e non tarderà” Qui Paolo cita Aba 2:3 a quanto pare dalla Settanta. Mentre il testo ebraico legge “perché essa [la visione] si avvererà immancabilmente; non tarderà”, la Settanta potrebbe essere resa “perché egli arriverà e non tarderà”, puntando l’attenzione su una persona che viene, piuttosto che sulla visione. In questo contesto “colui che viene” potrebbe riferirsi a Geova Dio, che, in adempimento della visione di Abacuc, verrà per eseguire il giudizio, o la vendetta, sugli oppressori del suo popolo. (Confronta Ri 1:8.) Ma è anche possibile che si riferisca al Messia, Gesù Cristo, di cui Geova si servirà per eseguire il giudizio. In altri passi biblici Gesù è definito “colui che deve venire” e “colui che viene nel nome di Geova” (Mt 11:3 e approfondimento; 23:39; Lu 7:19; confronta Ri 22:20).
“Ma il mio giusto vivrà per fede” Qui Paolo cita Aba 2:4, come fa anche in altre due sue lettere. (Vedi approfondimenti a Ro 1:17; Gal 3:11.) I cristiani ebrei sicuramente conoscevano bene la profezia di Abacuc. Sembra che questo profeta abbia profetizzato una ventina di anni prima della distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 607 a.E.V. In quel periodo la malvagità dilagava e i servitori di Geova non sapevano quando sarebbe intervenuto per ristabilire la giustizia; avevano perciò bisogno di una forte fede (Aba 1:1-4; 3:17, 18). Allo stesso modo i cristiani ebrei che intorno al 61 E.V. (quando il sistema di cose giudaico era prossimo alla fine completa) vivevano a Gerusalemme e in Giudea avevano bisogno di mantenere forte la loro fede.
per fede Vedi approfondimento a Ro 1:17.
“se torna indietro, non mi compiaccio di lui” Paolo qui cita la prima parte di Aba 2:4, e usa il testo della Settanta, che potrebbe essere reso così: “Se torna indietro, io [o “la mia anima”] non mi compiaccio di lui”. Questa formulazione non appare in nessun manoscritto ebraico disponibile. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che qui la Settanta abbia tradotto sulla base di manoscritti ebraici precedenti ora non più disponibili. In ogni caso Paolo è stato guidato dallo spirito santo di Dio a inserire queste parole.
non mi compiaccio O “la mia anima non si compiace”. (Vedi Glossario, “anima”.)
siamo [...] di quelli che hanno fede Con queste parole dal tono così positivo, Paolo introduce la sua significativa argomentazione sulla fede e su come uomini e donne del passato l’hanno manifestata (Eb 11:1–12:3). Anche se in questa lettera ai cristiani ebrei ha dovuto dare dei consigli energici, continua a esprimere piena fiducia in loro. (Confronta approfondimento a Eb 6:9.) La sua fiducia si basa sulla consapevolezza che Geova, quale Fonte della fede, li può aiutare a seguire l’esempio di Gesù, il “principale Condottiero e Perfezionatore” della fede di ogni cristiano (Eb 12:2 e approfondimenti; Ef 2:8).
tornano indietro Il sostantivo greco qui reso con il verbo “tornano indietro” potrebbe a volte riferirsi a esitazione o timidezza. Qui comunque Paolo non si riferisce a un’assenza momentanea di coraggio, come quella che capitò al profeta Elia o all’apostolo Pietro (1Re 19:1-5; Mt 26:69-75; Lu 24:33, 34). L’espressione descrive piuttosto quello che accade a una persona che sviluppa “un cuore malvagio e senza fede” e che “[si allontana] dall’Iddio vivente” (Eb 3:12 e approfondimenti).
verso la distruzione Questa espressione rende chiaro cosa attende coloro che, privi di fede, “tornano indietro” e “[praticano] il peccato volontariamente” (Eb 10:26 e approfondimento, 27). Lo stesso termine greco per “distruzione” viene usato in riferimento a Giuda Iscariota. (Vedi approfondimento a Gv 17:12.) Il cristiano che deliberatamente sceglie di praticare il peccato va incontro all’eterna distruzione che deriva dal giudizio di Geova. Al contrario, il cristiano che coltiva la fede e la manifesta riceverà da Geova la ricompensa, ovvero la vita eterna.
vita O “anima”. (Vedi Glossario, “anima”.)

