Lettera ai Colossesi 3:1-25

3  Se dunque siete stati risuscitati con il Cristo,+ continuate a cercare le cose di sopra, dove il Cristo è seduto alla destra di Dio.+  Tenete la mente rivolta alle cose di sopra,+ non alle cose della terra.+  Voi infatti siete morti, e la vostra vita è stata nascosta con il Cristo in armonia con Dio.*  Quando il Cristo, la nostra vita,+ si manifesterà, allora anche voi vi manifesterete con lui nella gloria.+  Perciò fate morire le vostre membra,+ che sono sulla terra, rispetto a immoralità sessuale, impurità, passione sfrenata,+ desideri dannosi e avidità, che è idolatria.  A causa di queste cose viene l’ira di Dio.+  Anche voi vi comportavate* così nella vostra vita di un tempo.*+  Ora però dovete allontanare da voi tutte queste cose: ira, collera, cattiveria,+ linguaggio offensivo.+ Non escano dalla vostra bocca discorsi osceni.+  Non mentite gli uni agli altri.+ Spogliatevi della vecchia personalità+ con le sue pratiche 10  e rivestitevi della nuova personalità,+ che per mezzo della conoscenza accurata* si rinnova a immagine di Colui che l’ha creata.+ 11  In questa condizione non c’è greco o giudeo, circonciso o incirconciso, straniero, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto ed è in tutti.+ 12  Pertanto, quali eletti di Dio,+ santi e amati, rivestitevi di tenera compassione,+ benignità, umiltà,+ mitezza+ e pazienza.*+ 13  Continuate a sopportarvi gli uni gli altri e a perdonarvi senza riserve,+ anche se qualcuno ha motivo di lamentarsi di un altro.+ Proprio come Geova vi ha perdonato senza riserve, così dovete fare anche voi.+ 14  Ma in aggiunta a tutto questo, rivestitevi di amore,+ perché è un legame che unisce perfettamente.+ 15  La pace del Cristo regni nel vostro cuore,+ perché a questa pace siete stati chiamati in un solo corpo; e siate riconoscenti. 16  La parola del Cristo dimori abbondantemente in voi con ogni sapienza. Continuate a istruirvi e a incoraggiarvi gli uni gli altri con salmi,+ inni* e canti spirituali innalzati con gratitudine;* continuate a cantare a Geova con il cuore.+ 17  E qualunque cosa facciate, con le parole o con le azioni, fatela nel nome del Signore Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo suo.+ 18  Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti,+ come è appropriato nel Signore. 19  Mariti, continuate ad amare le vostre mogli+ e non siate aspramente adirati con loro.*+ 20  Figli, siate ubbidienti ai vostri genitori in ogni cosa,+ perché questo è gradito al Signore. 21  Padri, non esasperate i vostri figli,+ affinché non si scoraggino. 22  Schiavi, siate ubbidienti ai vostri padroni terreni+ in ogni cosa, non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con cuore sincero e nel timore di Geova. 23  Qualunque cosa facciate, fatela con tutta l’anima, come per Geova+ e non per gli uomini, 24  perché sapete che è da Geova che sarete ricompensati con l’eredità.+ Siate schiavi del Signore, Cristo. 25  Certamente chi commette un’ingiustizia sarà ripagato per ciò che ha commesso,+ e non si fanno parzialità.+

Note in calce

O “in Dio”.
O “camminavate”.
O “quando vivevate in quel modo”.
O “nella conoscenza accurata”.
O “longanimità”.
O “lodi a Dio”.
O “grazia”.
O “non trattatele con durezza”.

Approfondimenti

alle cose di sopra Paolo esorta i cristiani unti di Colosse a concentrare la mente sulla speranza che hanno. Nella lettera ai Filippesi parla di qualcosa di simile quando menziona “il premio della chiamata celeste”, la prospettiva di regnare in cielo con Cristo (Flp 3:14; Col 1:4, 5). Quando dice tenete la mente rivolta, Paolo usa il presente, il che suggerisce un’azione che dura nel tempo. Se quei cristiani fossero rimasti concentrati non avrebbero permesso alle cose della terra, come ad esempio filosofie mondane e tradizioni vuote, di distrarli e di indebolirli, cosa che li avrebbe privati della loro preziosa speranza (Col 2:8).

immoralità sessuale Per come è usato nella Bibbia, il greco pornèia è un termine generico riferito a qualsiasi atto sessuale che è illecito secondo le norme di Dio. Un lessico definisce pornèia “prostituzione, licenziosità, fornicazione”, e aggiunge che viene usato per indicare “ogni specie di rapporto sessuale illecito”. Tali atti illeciti includono non solo prostituzione, adulterio e rapporti sessuali tra persone non sposate ma anche atti omosessuali e bestialità, tutte cose condannate nelle Scritture (Le 18:6, 22, 23; 20:15, 16; 1Co 6:9; vedi Glossario). Menzionandola insieme ad assassinio, furto e bestemmia, Gesù fece capire che l’immoralità sessuale è un atto malvagio (Mt 15:19, 20; Mr 7:21-23).

impurità O “depravazione”, “impudicizia”, “sudiciume”. Tra i termini originali usati per le prime tre “opere della carne”, quello reso “impurità” (akatharsìa) è il più ampio. Compare 10 volte nelle Scritture Greche Cristiane. In senso letterale si riferisce a qualcosa che è fisicamente sporco (Mt 23:27). In senso metaforico include qualsiasi specie di impurità, sia nella sfera sessuale sia nel parlare, nell’agire o nell’ambito spirituale, come nel caso del culto di falsi dèi (Ro 1:24; 6:19; 2Co 6:17; 12:21; Ef 4:19; 5:3; Col 3:5; 1Ts 2:3; 4:7). “Impurità” può quindi riferirsi a diversi tipi di trasgressione, che possono essere più o meno gravi. (Vedi approfondimento a Ef 4:19.) Dà risalto alla natura moralmente ripugnante di una condotta sbagliata o della condizione che ne consegue. (Vedi Glossario, “impuro, impurità”.)

ogni sorta di impurità Il termine greco reso “impurità” (akatharsìa) ha un significato ampio. Qui è usato in senso metaforico per indicare qualsiasi specie di impurità, sia nella sfera sessuale sia nel parlare, nell’agire o nell’ambito spirituale. (Confronta 1Co 7:14; 2Co 6:17; 1Ts 2:3.) Dà risalto alla natura moralmente ripugnante di una condotta sbagliata o della condizione che ne consegue. (Vedi approfondimento a Gal 5:19.) Aggiungendo l’espressione con avidità — il termine greco reso “avidità” (pleonexìa) denota un insaziabile desiderio di avere di più — Paolo fa capire che nel termine “impurità” rientra una gamma di peccati più o meno gravi. (Vedi approfondimento a Ro 1:29.)

passioni vergognose Il termine greco pàthos si riferisce a un forte desiderio, a una passione incontrollata. Dal contesto si evince che si tratta di desideri di natura sessuale. Qui tali desideri sono descritti come “vergognosi” (in greco atimìa, lett. “disonore”, “infamia”), dato che disonorano o degradano chi si fa dominare da questi.

avidità O “concupiscenza”. Alla lettera il sostantivo greco pleonexìa porta in sé l’idea di “avere in abbondanza”, e denota un insaziabile desiderio di avere di più. Questo termine greco compare anche in Ef 4:19; 5:3, e in Col 3:5, dove dell’avidità Paolo dice “che è idolatria”.

persona avida — il che equivale a essere idolatra Una persona avida fa della cosa desiderata il proprio dio, mettendola al di sopra dell’adorazione che spetta a Geova. L’obiettivo principale della sua vita è quello di appagare i suoi avidi desideri (Ro 1:24, 25; Col 3:5). Anche se in genere con “avidità” si intende un amore eccessivo e smodato per denaro e cose materiali, il termine può anche riferirsi a cibo, alcolici, potere, sesso illecito, o qualunque altra cosa interferisca con l’adorazione che si rende a Geova. (Vedi approfondimento a Ro 1:29.)

fate morire Paolo usa un vivido linguaggio figurato per sottolineare che i desideri carnali sbagliati si possono eliminare solo adottando misure drastiche (Gal 5:24). Il verbo greco reso “fate morire” letteralmente significa “uccidere”. (Confronta Mt 5:29, 30; 18:8, 9; Mr 9:43, 45, 47.)

immoralità sessuale Il greco pornèia, che compare qui, è un termine generico usato in riferimento a qualsiasi atto sessuale illecito secondo la Bibbia. Comprende adulterio, rapporti sessuali tra persone non sposate, atti omosessuali e altri peccati di natura sessuale. (Vedi Glossario e approfondimento a Gal 5:19.)

impurità O “depravazione”, “impudicizia”, “sudiciume”. In senso metaforico “impurità” (in greco akatharsìa) include qualsiasi specie di impurità, sia nella sfera sessuale sia nel parlare, nell’agire o nell’ambito spirituale. (Confronta 1Co 7:14; 2Co 6:17; 1Ts 2:3.) Può quindi riferirsi a diversi tipi di trasgressione, che possono essere più o meno gravi. Dà risalto alla natura moralmente ripugnante di una condotta sbagliata o della condizione che ne consegue. (Vedi Glossario, “impuro, impurità”, e approfondimenti a Gal 5:19; Ef 4:19.)

passione sfrenata O “desiderio sessuale sfrenato”. Vedi approfondimento a Ro 1:26; confronta Gen 39:7-12; 2Sa 13:10-14.

avidità, che è idolatria Il sostantivo greco pleonexìa, qui reso “avidità”, denota un insaziabile desiderio di avere di più. (Vedi approfondimento a Ro 1:29.) Paolo spiega che l’avidità è idolatria a tutti gli effetti, perché chi è avido fa della cosa desiderata il proprio dio, mettendola al di sopra dell’adorazione che spetta a Geova. Appagare i propri desideri diventa per lui l’obiettivo principale della vita. (Vedi approfondimento a Ef 5:5.)

Adiratevi Paolo cita Sl 4:4 e dimostra che non è sbagliato che i cristiani provino rabbia. Sia Geova che Gesù esprimono ira di fronte a malvagità e ingiustizie, ma la loro ira è sempre bilanciata da giustizia e perfetta capacità di giudizio (Ez 38:18, 19; vedi approfondimento a Mr 3:5). Anche i cristiani possono giustamente provare rabbia, ma Paolo dice: non peccate. I cristiani infatti non si lasciano andare a scoppi d’ira incontrollata, linguaggio offensivo o violenza (Ef 4:31). Sl 4:4 consiglia ai servitori di Dio di sfogarsi, ma con lui in preghiera, parlandogli di cosa li ha fatti arrabbiare e di come si sentono.

il sole non tramonti mentre siete ancora in collera Per gli ebrei il tramonto segnava la fine di un giorno e l’inizio del successivo. Quindi qui Paolo avverte di non permettere alla rabbia di crescere lasciando passare la giornata. Anche Gesù mise in guardia i suoi discepoli dal continuare a essere adirati con qualcuno (Mt 5:22). A lungo andare la rabbia può causare amarezza, rancore e divisioni nei rapporti con gli altri, sia all’interno che all’esterno della congregazione (Le 19:18; Sl 36:4; Gal 5:19-21). Paolo dà pratici consigli per aiutare i cristiani a risolvere i problemi subito, se possibile anche lo stesso giorno (Ro 12:17-21; Ef 4:2, 3).

non siano neppure menzionate fra voi Linguaggio scurrile e “umorismo volgare” erano socialmente accettati a Efeso (Ef 5:4). Erano piuttosto comuni negli spettacoli teatrali presentati in città e nelle feste religiose, come le tesmoforie, festività in onore della dea Demetra, durante le quali ci si scambiavano battute oscene per far ridere la dea. Paolo dice che i cristiani non dovrebbero mai usare un linguaggio del genere, e tanto meno trovarlo divertente. Il testo greco potrebbe suggerire anche l’idea che l’immoralità non solo non deve essere menzionata dai cristiani ma neanche praticata (Ef 5:3-5).

nessuna parola corrotta Il termine greco reso ‘corrotto’ può riferirsi a qualcosa di “marcio”, come frutta, pesce o carne in putrefazione (Mt 7:17, 18; 12:33; Lu 6:43). Qui descrive in maniera efficace un linguaggio immorale, offensivo o osceno, linguaggio che il cristiano dovrebbe evitare. Dovrebbe invece usare “parole buone che edifichino”, che “facciano bene a chi le ascolta” e che siano “condite con sale” (Col 4:6 e approfondimento).

dovete allontanare da voi tutte queste cose Qui Paolo usa un verbo greco che significa “liberarsi di qualcosa”, “riporre”, “mettere via”, come si fa con abiti vecchi. Introduce così una metafora che prosegue nei vv. 9, 10, 12 e 14, dove richiama l’immagine di togliersi abiti non adatti per mettersene di appropriati. Vuole che i cristiani di Colosse considerino le cinque cose che elenca subito dopo come abiti sporchi che suscitano ribrezzo, abiti di cui un cristiano dovrebbe volersi disfare. (Vedi i successivi approfondimenti in questo versetto.) Sotto molti aspetti il brano di Col 3:8-10, 12, 13 richiama quello di Ef 4:20-25, 31, 32. Queste somiglianze avvalorano la conclusione che Paolo abbia scritto le due lettere pressappoco nello stesso periodo (Ef 6:21; Col 4:7-9).

ira, collera Le due parole usate qui da Paolo hanno un significato molto simile. Alcuni studiosi sostengono che il primo termine (orgè), per come era usato in origine, descriveva in particolare una rabbia provata dentro di sé ma non esternata, mentre il secondo (thymòs) l’esternazione o lo sfogo di quel sentimento. All’epoca in cui scrive Paolo, però, questa distinzione forse non era più così netta. Usando entrambi i termini, Paolo vuole mettere in guardia sia dal pericolo di lasciar inasprire la rabbia nel proprio cuore sia da quello di sfogarla in uno scoppio d’ira (Ef 4:31; vedi approfondimenti a Ef 4:26).

cattiveria Il termine greco usato qui da Paolo (kakìa) sembra includere l’idea di disprezzo e rancore, come pure il concetto di inclinazione a far del male agli altri (Ro 1:29; Ef 4:31; vedi anche 1Co 14:20, dove è reso “malizia”). Secondo un’opera di consultazione, per come è usato in questo contesto, il termine descrive “un impulso malvagio che distrugge legami esistenti”.

linguaggio offensivo Qui Paolo usa un termine greco (blasfemìa) che viene spesso tradotto “bestemmia” quando indica una parola o frase irriverente verso Dio (Ri 13:6). In origine comunque il senso non era ristretto a quello di ingiurie rivolte a Dio. Il termine poteva anche riferirsi a espressioni cattive o diffamatorie contro esseri umani, e il contesto mostra che è proprio questo il senso con cui lo usa Paolo. (Vedi anche Ef 4:31.) Altre traduzioni usano rese come “calunnia”, “maldicenza” e “insulti”. Commentando questa parola, un’opera di consultazione dice: “Descrive il tentativo di sminuire qualcuno e farlo cadere in discredito o rovinargli la reputazione”.

discorsi osceni Questa espressione traduce un termine greco che compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Si riferisce a un linguaggio volgare, scurrile e a volte offensivo. Espressioni oscene erano comuni nelle rappresentazioni teatrali (come le commedie) dai contenuti immorali; ad alcuni quel modo di parlare sembrava umoristico. Si ricorreva al linguaggio volgare anche per sfogare la rabbia, altra cosa dalla quale Paolo mette in guardia. (Vedi l’approfondimento ira, collera in questo versetto.) Senza dubbio Paolo fa queste raccomandazioni per aiutare i cristiani a evitare le cattive influenze di coloro che li circondano. (Vedi approfondimento a Ef 5:3.) In un passo simile, che si trova in Ef 4:29 (vedi approfondimento), esorta i cristiani con queste parole: “Non esca dalla vostra bocca nessuna parola corrotta”.

dovete allontanare da voi tutte queste cose Qui Paolo usa un verbo greco che significa “liberarsi di qualcosa”, “riporre”, “mettere via”, come si fa con abiti vecchi. Introduce così una metafora che prosegue nei vv. 9, 10, 12 e 14, dove richiama l’immagine di togliersi abiti non adatti per mettersene di appropriati. Vuole che i cristiani di Colosse considerino le cinque cose che elenca subito dopo come abiti sporchi che suscitano ribrezzo, abiti di cui un cristiano dovrebbe volersi disfare. (Vedi i successivi approfondimenti in questo versetto.) Sotto molti aspetti il brano di Col 3:8-10, 12, 13 richiama quello di Ef 4:20-25, 31, 32. Queste somiglianze avvalorano la conclusione che Paolo abbia scritto le due lettere pressappoco nello stesso periodo (Ef 6:21; Col 4:7-9).

la nostra vecchia personalità O “la persona che eravamo”. Lett. “il nostro vecchio uomo”. Il termine greco qui usato (ànthropos) significa fondamentalmente “essere umano”, sia maschio che femmina.

è stata messa al palo con lui I Vangeli usano il verbo greco synstauròo in relazione a coloro che vennero letteralmente messi a morte accanto a Gesù (Mt 27:44; Mr 15:32; Gv 19:32). Nelle sue lettere, Paolo menziona più volte il fatto che Gesù fu messo al palo (1Co 1:13, 23; 2:2; 2Co 13:4), ma qui il concetto è metaforico. Paolo spiega che i cristiani hanno messo a morte la loro vecchia personalità esercitando fede nel Cristo messo al palo. Nella sua lettera ai Galati, Paolo usò synstauròo in modo simile quando scrisse: “Sono messo al palo con Cristo” (Gal 2:20).

Spogliatevi della vecchia personalità Paolo prosegue con la metafora del togliersi e mettersi degli abiti. (Vedi approfondimento a Col 3:8.) Alla lettera il termine qui reso “personalità” significa “uomo” nel senso di persona. Paolo lo usa in senso metaforico, infatti un’opera di consultazione fa notare: “Il ‘vecchio uomo’ qui, come pure in Romani 6:6 ed Efesini 4:22, si riferisce all’intera personalità di un essere umano quando è dominato dal peccato”. (Vedi approfondimenti a Ro 6:6.) Le parole di Paolo lasciano intendere che, con l’aiuto dello spirito di Dio, un cristiano può ‘spogliarsi’ anche di caratteristiche e pratiche peccaminose profondamente radicate.

nuova personalità Oltre a spogliarsi della “vecchia personalità” (lett. “vecchio uomo”) con il suo modo di vivere sbagliato (v. 22), il cristiano deve operare una vera trasformazione rivestendo la “nuova personalità” (lett. “nuovo uomo”). Questa nuova personalità deve essere creata secondo la volontà di Dio, deve cioè riflettere la personalità ed essere “a immagine” di Geova Dio (Col 3:9, 10). Lui vuole che i suoi servitori si conformino alla sua immagine e imitino le sue belle qualità, come quelle elencate in Gal 5:22, 23. (Vedi approfondimenti a Gal 5:22; Ef 4:23.)

Spogliatevi della vecchia personalità Paolo prosegue con la metafora del togliersi e mettersi degli abiti. (Vedi approfondimento a Col 3:8.) Alla lettera il termine qui reso “personalità” significa “uomo” nel senso di persona. Paolo lo usa in senso metaforico, infatti un’opera di consultazione fa notare: “Il ‘vecchio uomo’ qui, come pure in Romani 6:6 ed Efesini 4:22, si riferisce all’intera personalità di un essere umano quando è dominato dal peccato”. (Vedi approfondimenti a Ro 6:6.) Le parole di Paolo lasciano intendere che, con l’aiuto dello spirito di Dio, un cristiano può ‘spogliarsi’ anche di caratteristiche e pratiche peccaminose profondamente radicate.

Perciò imitate l’esempio di Dio Paolo ha appena menzionato alcune delle qualità di Dio, come la premura, la compassione e la prontezza a perdonare (Ef 4:32). Il fatto che questo nuovo capitolo si apra con la parola “perciò” è indicativo: Paolo lascia intendere che meditare sulle Sue meravigliose qualità può spingere il cristiano a imitare Colui che le manifesta al massimo grado (Sl 103:12, 13; Isa 49:15; Ef 1:3, 7). Il testo originale alla lettera si potrebbe tradurre “siate imitatori di Dio”, ma con questo Paolo non intende dire che i cristiani debbano replicarne perfettamente le qualità. Infatti aggiunge le parole “quali figli amati”. Un bambino non è in grado di imitare il papà o la mamma alla perfezione. Ad ogni modo, l’impegno che ci mette rende di certo felice il genitore. (Confronta Sl 147:11.)

l’uomo che siamo interiormente si rinnova Paolo sottolinea il fatto che, anche se dal punto di vista fisico l’uomo “si consuma”, Geova rinnova costantemente i suoi servitori, dando loro di giorno in giorno forze spirituali sempre nuove (Sl 92:12-14). L’espressione “l’uomo che siamo interiormente” si riferisce alla nostra natura, alla nostra personalità e alle nostre forze dal punto di vista spirituale. Ha a che fare con la “nuova personalità” che il cristiano deve indossare (Col 3:9, 10). Paolo incoraggia i cristiani a concentrarsi sulle “cose che non si vedono”, ovvero la meravigliosa promessa di Dio di una ricompensa futura. (Vedi approfondimento a 2Co 4:18.)

nuova personalità Qui Paolo si riferisce agli abiti simbolici che dovrebbero sostituire la “vecchia personalità”. (Vedi approfondimenti a Ef 4:24; Col 3:9.) Questa “nuova personalità” è caratterizzata da eccellenti qualità divine. È un’immagine della personalità di Geova Dio, nel senso che le somiglia. La parola greca qui resa “immagine” è la stessa che la Settanta usa in Gen 1:26. Paolo ricorda così ai cristiani di Colosse che persino gli esseri umani, benché imperfetti, possono riflettere le eccelse qualità di Dio. (Vedi approfondimento a Ef 5:1.)

si rinnova Paolo usa un verbo che non trova riscontri nei testi greci precedenti ai suoi scritti. Il tempo verbale descrive non un’azione che si compie una volta per tutte, ma un processo continuo. Se un cristiano smette di coltivare con impegno la nuova personalità, è probabile che in lui riaffiori la vecchia (Gen 8:21; Ro 7:21-25). Paolo perciò sottolinea che il cristiano deve continuare a mettere in pratica nella propria vita quello che impara man mano che acquisisce “conoscenza accurata” della personalità cristiana. Deve sforzarsi di sviluppare qualità come quelle elencate nei vv. 12-15. (Vedi approfondimento a 2Co 4:16.)

stranieri O “non greci”. Nel rendere il termine greco bàrbaros qui usato, alcune traduzioni bibliche meno recenti riportano la parola “barbari”. La ripetizione “bar bar” nel termine greco suggeriva l’idea di balbettare, farfugliare o parlare in modo incomprensibile, perciò in origine i greci lo applicavano a stranieri che parlavano una lingua diversa. All’epoca bàrbaros non denotava inciviltà, mancanza di raffinatezza e di buone maniere, né denotava disprezzo. Semplicemente distingueva i non greci dai greci. Alcuni scrittori ebrei, come ad esempio Giuseppe Flavio, si includevano tra coloro che venivano identificati da questo termine. In effetti, anche i romani si definirono barbari finché non ebbero adottato la cultura greca. Pertanto è in questa accezione neutra che Paolo usò il termine bàrbaros in un’espressione che voleva includere tutti, cioè “con i greci e con gli stranieri”.

straniero In greco bàrbaros. (Vedi approfondimento a Ro 1:14.)

scita Ai giorni di Paolo il termine “scita” veniva usato per trasmettere l’idea di gente violenta e arretrata. Gli sciti erano perlopiù un popolo nomade che gli autori antichi ritenevano originario della regione a N e a E del Mar Nero. Varie ragioni portano a ritenere che nelle sue migrazioni si sia spinto fino alla Siberia occidentale, al confine con la Mongolia. Nel mondo classico il termine “scita” finì per richiamare il concetto di crudeltà. Qui Paolo elenca diversi gruppi di persone, mettendo insieme greci e giudei, circoncisi e incirconcisi, e proseguendo con stranieri, sciti, schiavi e liberi. Dicendo che nessuna di queste categorie ha valore, Paolo fa capire che i cristiani che si rivestono della nuova personalità dovrebbero liberarsi di qualsiasi divisione di carattere etnico, religioso, culturale o sociale.

dovete allontanare da voi tutte queste cose Qui Paolo usa un verbo greco che significa “liberarsi di qualcosa”, “riporre”, “mettere via”, come si fa con abiti vecchi. Introduce così una metafora che prosegue nei vv. 9, 10, 12 e 14, dove richiama l’immagine di togliersi abiti non adatti per mettersene di appropriati. Vuole che i cristiani di Colosse considerino le cinque cose che elenca subito dopo come abiti sporchi che suscitano ribrezzo, abiti di cui un cristiano dovrebbe volersi disfare. (Vedi i successivi approfondimenti in questo versetto.) Sotto molti aspetti il brano di Col 3:8-10, 12, 13 richiama quello di Ef 4:20-25, 31, 32. Queste somiglianze avvalorano la conclusione che Paolo abbia scritto le due lettere pressappoco nello stesso periodo (Ef 6:21; Col 4:7-9).

umiltà Questa qualità è il contrario dell’orgoglio o dell’arroganza. L’umiltà è evidente nel modo in cui una persona considera sé stessa in relazione a Dio e agli altri. Non è indice di debolezza, ma di una condizione mentale che piace a Geova. I cristiani che sono veramente umili riescono a collaborare in modo unito (Ef 4:2; Flp 2:3; Col 3:12; 1Pt 5:5). Il sostantivo greco tapeinofrosỳne, qui tradotto “umiltà”, deriva dal verbo tapeinòo, “rendere basso”, e dal sostantivo frèn, “mente”. Potrebbe quindi essere reso alla lettera “modestia di mente”. Il termine affine tapeinòs è reso “modesto” in Mt 11:29 e “umili” in Gc 4:6; 1Pt 5:5. (Vedi approfondimento a Mt 11:29.)

rivestitevi Qui Paolo prosegue con la metafora degli abiti, che ha usato a partire dal v. 8. (Vedi approfondimento.) Ora menziona qualità specifiche della “nuova personalità” che tutti i discepoli di Cristo devono metaforicamente indossare come fosse un abito (Col 3:10). Queste qualità cristiane vengono coltivate nel cuore, ma dovrebbero essere ben visibili esternamente. Diverse opere di consultazione fanno notare che il modo in cui Paolo esprime il comando “rivestitevi” potrebbe suggerire la necessità impellente e l’irrevocabilità dell’azione. Questo lascerebbe intendere che il desiderio di Paolo è che i cristiani di Colosse agiscano prontamente e facciano proprie queste qualità per sempre, per così dire senza mai spogliarsene.

benignità Vedi Glossario.

umiltà O “modestia di mente”. (Vedi approfondimento a At 20:19.)

sono state perdonate Fondamentalmente, il verbo greco afìemi significa “lasciar andare” (Gv 11:44; 18:8), ma può anche significare “cancellare” un debito (Mt 18:27, 32) e, in senso figurato, “perdonare” i peccati (Mt 6:12). (Vedi approfondimenti a Mt 6:12.) Questo termine è usato anche nella Settanta in Sl 32:1 (31:1, LXX), passo che qui Paolo sta citando.

Continuate a sopportarvi gli uni gli altri Qui Paolo esorta i cristiani di Colosse a essere pazienti, a tollerare i difetti o le caratteristiche irritanti degli altri. In 1Co 4:12 lo stesso verbo greco è reso “sopportiamo con pazienza”. Tutti i cristiani sono imperfetti e commettono errori (Gc 3:2), perciò bisogna essere ragionevoli in merito a cosa aspettarsi dagli altri (Flp 4:5).

anche se qualcuno ha motivo di lamentarsi di un altro Paolo riconosce che alcuni cristiani di Colosse possono aver dato agli altri fratelli un valido “motivo di lamentarsi”. Forse in qualche occasione non hanno manifestato le qualità cristiane oppure hanno fatto o detto qualcosa per cui qualcuno si è sentito ferito (vero o presunto che fosse il torto). Anche in queste situazioni i cristiani cercano di imitare Geova e perdonano senza riserve (Mt 5:23, 24; 18:21-35; Ef 4:32; 1Pt 4:8).

Proprio come Geova vi ha perdonato senza riserve La Bibbia spesso menziona che Geova Dio perdona i peccati degli esseri umani (Nu 14:19, 20; 2Sa 12:13; Sl 130:4; Da 9:9). Dice anche che è “pronto a perdonare” (Ne 9:17; Sl 86:5) e che “perdonerà generosamente” (Isa 55:7). Il verbo greco qui tradotto “perdonare senza riserve” non è quello solitamente reso “perdonare”, come nel caso di Mt 6:12, 14 o Ro 4:7 (vedi approfondimento). Si tratta invece di un verbo che ha la stessa radice del termine greco chàris, spesso tradotto “immeritata bontà” o “favore”. Se è usato con il senso di perdonare, questo verbo trasmette l’idea di un gesto fatto spontaneamente, generosamente, come quando si fa un regalo a qualcuno. Paolo ricorre allo stesso verbo in Col 2:13, dove dice che “Dio [...] ci ha benevolmente perdonato tutte le nostre colpe” (Ef 4:32; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino qui, vedi App. C3 introduzione; Col 3:13).

rivestitevi Qui Paolo prosegue con la metafora degli abiti, che ha usato a partire dal v. 8. (Vedi approfondimento.) Ora menziona qualità specifiche della “nuova personalità” che tutti i discepoli di Cristo devono metaforicamente indossare come fosse un abito (Col 3:10). Queste qualità cristiane vengono coltivate nel cuore, ma dovrebbero essere ben visibili esternamente. Diverse opere di consultazione fanno notare che il modo in cui Paolo esprime il comando “rivestitevi” potrebbe suggerire la necessità impellente e l’irrevocabilità dell’azione. Questo lascerebbe intendere che il desiderio di Paolo è che i cristiani di Colosse agiscano prontamente e facciano proprie queste qualità per sempre, per così dire senza mai spogliarsene.

nel vincolo della pace Il termine greco tradotto “vincolo” letteralmente indica qualcosa che collega, un legame. Viene usato in questo senso in Col 2:19, dove è reso “legamenti”, cioè le formazioni di tessuto fibroso che uniscono un osso a un altro. Proprio come un legamento, la pace crea un legame duraturo che unisce i componenti della congregazione. Questa pace non è solo assenza di conflitti; si basa sull’amore e sull’impegno necessario per mantenerla (Ef 4:2). Paolo usa lo stesso termine greco in Col 3:14, dove definisce l’amore “un legame che unisce perfettamente”.

raggiungere perfetta unità O “essere completamente uniti”. In questo versetto Gesù collega la perfetta unità con l’essere amati dal Padre, il che è coerente con quanto si legge dell’amore in Col 3:14: “È un legame che unisce perfettamente”. Questa perfetta unità è relativa. Non significa che vengano annullate tutte le differenze di personalità, come capacità personali, abitudini e coscienza. Significa piuttosto che i discepoli di Gesù sono contraddistinti da unità di azione, di credo e di insegnamento (Ro 15:5, 6; 1Co 1:10; Ef 4:3; Flp 1:27).

rivestitevi di amore Vedi approfondimento a Col 3:12.

un legame che unisce perfettamente O “un perfetto vincolo d’unione”. Lett. “vincolo della perfezione”. La lettera di Paolo agli Efesini sottolinea il potere che la pace ha di unire la congregazione. (Vedi approfondimento a Ef 4:3.) Qui Paolo si concentra sulla straordinaria qualità dell’amore e sul potere unificante che ha. Il legame che unisce Geova e il suo Figlio unigenito è la più grande dimostrazione del potere unificante dell’amore. Si tratta del vincolo più forte che l’amore abbia mai creato (Gv 3:35). Prima di morire Gesù pregò suo Padre affinché creasse la stessa unità tra i suoi discepoli (Gv 17:11, 22; vedi approfondimento a Gv 17:23).

La pace del Cristo L’espressione si riferisce alla calma interiore, o alla serenità, che si ottiene diventando un discepolo del Figlio di Dio. I servitori di Geova Dio provano questa pace sapendo di essere amati e approvati da lui e da suo Figlio (Sl 149:4; Gv 14:27; Ro 5:3, 4).

del Cristo Alcuni antichi manoscritti qui riportano “Dio” anziché “Cristo”. Qualche traduzione in ebraico delle Scritture Greche Cristiane (definite J7, 8 nell’App. C4) in questo punto usa il nome divino. Ma la lezione adottata nel testo è ben attestata nei manoscritti disponibili.

regni nel vostro cuore O “controlli il vostro cuore”. Paolo esorta i cristiani a far sì che la pace del Cristo influenzi in modo dominante il loro cuore. Il verbo greco qui reso “regni” ha la stessa radice della parola per arbitro, giudice, la persona che controllava le gare delle competizioni atletiche e che assegnava il premio. Quando questa pace agisce metaforicamente da arbitro, o da principio dominante, nel cuore dei cristiani, le decisioni che prenderanno terranno conto della cosa migliore che possa preservare l’unità e la pace con gli altri compagni di fede.

dopo aver cantato lodi O “dopo aver cantato inni (salmi)”. Secondo una tradizione giudaica, i primi Salmi dell’Hallel (113, 114) venivano cantati, o recitati, durante la cena pasquale, mentre gli ultimi quattro (115-118) alla conclusione della cena. Questi ultimi contengono alcune delle profezie che si applicano al Messia. Il Sl 118 inizia e finisce con le parole: “Rendete grazie a Geova, perché è buono; il suo amore leale dura per sempre” (Sl 118:1, 29). È molto probabile che queste siano state le ultime parole di lode che Gesù cantò insieme ai suoi apostoli fedeli la notte prima di morire.

istruzione O “guida”, “ammonimenti”. La parola greca usata qui (nouthesìa) è composta dal sostantivo per “mente” (noùs) e dal verbo reso “mettere” (tìthemi). In questo contesto indica che i padri cristiani devono aiutare i propri figli a capire il modo di pensare di Geova; devono per così dire mettere in loro la mente di Geova Dio.

salmi, inni e canti spirituali I salmi ispirati, intonati per lodare Geova, erano ancora in uso tra i primi cristiani. Il termine greco reso “salmi” (psalmòs), usato anche in Lu 20:42; 24:44 e At 13:33, si riferisce ai salmi delle Scritture Ebraiche. Oltre a questi sembra che ci fossero anche componimenti di epoca cristiana: “inni”, ovvero lodi a Dio, e “canti spirituali”, ovvero canti incentrati su temi spirituali. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo dice che i cristiani insegnano e si incoraggiano gli uni gli altri “con salmi, inni e canti spirituali” (Col 3:16).

cantando [...] a Geova Questa espressione e altre simili che ricorrono spesso nelle Scritture Ebraiche trasmettono l’idea di lodare Geova con il canto (Eso 15:1; 1Cr 16:23; Sl 13:6; 96:1; 104:33; 149:1; Ger 20:13). Circa un decimo dell’intera Bibbia consiste di cantici connessi all’adorazione di Geova; gli esempi più notevoli sono i Salmi, il Cantico dei Cantici e il libro di Lamentazioni. Sembra che anche al tempo di Gesù cantare lodi a Dio fosse comune tra coloro che Lo servivano. (Vedi approfondimento a Mt 26:30.) Dalle parole di Paolo in 1Co 14:15 si deduce che il canto faceva abitualmente parte dell’adorazione cristiana (At 16:25; Col 3:16; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino in questo versetto, vedi App. C3 introduzione; Ef 5:19).

con il cuore O “nel cuore”. Nella Bibbia il termine “cuore”, quando usato in senso figurato, si riferisce alla persona interiore, inclusi pensieri, obiettivi, qualità, sentimenti ed emozioni. (Confronta Sl 103:1, 2, 22.) L’espressione greca che compare qui e in Col 3:16 ha un significato ampio. Se resa “nel cuore” potrebbe includere l’idea di cantare tra sé, silenziosamente; in altre parole, una persona che canta “nel cuore” ha il cuore e la mente ricolmi dei sentimenti spirituali espressi nei canti di lode a Dio, e dentro di sé sente risuonare le melodie che li accompagnano. Se resa “con il cuore” potrebbe trasmettere l’idea di cantare in modo sentito, con la giusta disposizione d’animo.

La parola del Cristo L’espressione, che ricorre solo qui nelle Scritture Greche Cristiane, si riferisce al messaggio che proviene da Gesù Cristo ed è incentrato su di lui. Questa “parola” include l’esempio che Gesù diede nella sua vita e nel suo ministero. Paolo dice che i cristiani devono fare in modo che l’intero corpo degli insegnamenti impartiti da Cristo dimori in loro, ovvero diventi parte di loro. Possono farlo meditando sul messaggio della verità cristiana ed essendo completamente concentrati su di esso. A proposito di questa espressione usata da Paolo, un’opera di consultazione dice: “Il messaggio cristiano deve essere parte integrante della loro vita e vi deve operare in modo duraturo; non deve essere solo qualcosa di esteriore o una semplice routine”.

Continuate a istruirvi e a incoraggiarvi gli uni gli altri Qui Paolo esorta i cristiani a istruirsi e a incoraggiarsi (o ammonirsi) gli uni gli altri intonando canti basati sulle Scritture ispirate. Alcuni dei canti usati dai cristiani del I secolo nell’adorazione erano salmi tratti dalle ispirate Scritture Ebraiche. Molti salmi contenevano l’invito a lodare Dio, a rendergli grazie e a trovare in lui la propria gioia (Sl 32:11; 106:1; 107:1; vedi approfondimento a Mt 26:30).

incoraggiarvi O “ammonirvi”. La parola greca usata qui (nouthetèo) è composta dal sostantivo per “mente” (noùs) e dal verbo reso “mettere” (tìthemi); potrebbe essere tradotta letteralmente “porre la mente a qualcosa”. In questo contesto l’incoraggiamento di cui si parla può derivare anche dalla condivisione di pensieri confortanti e di consigli tratti dalle Scritture. In Ef 6:4 compare un termine affine (vedi approfondimento), che è reso “istruzione”.

salmi, inni e canti spirituali Vedi approfondimento a Ef 5:19.

cantare a Geova Vedi approfondimento a Ef 5:19; vedi anche App. C3 introduzione; Col 3:16.

con il cuore O “nel cuore”. Vedi approfondimento a Ef 5:19.

il nome Nella Bibbia il termine “nome” a volte indica qualcosa di più di una semplice etichetta. (Vedi approfondimento a Mt 24:9.) Ad esempio, “il nome” che Dio ha dato a Gesù rappresenta l’autorità e la posizione che gli ha conferito. Qui nel capitolo 2 il contesto mostra che Gesù ricevette questo eccelso nome dopo la risurrezione (Mt 28:18; Flp 2:8, 10, 11; Eb 1:3, 4).

nel nome del Signore Gesù Nella Bibbia il termine “nome” a volte viene usato per indicare non solo la persona che lo porta ma anche la sua reputazione e tutto ciò che quella persona rappresenta. Il “nome del Signore Gesù” ha a che fare con la sua posizione di Re del Regno di Dio e con l’autorità che ha dal momento che ha provveduto il riscatto per redimere l’umanità dal peccato (Mt 28:18; At 4:12; 1Co 7:22, 23; Eb 1:3, 4; vedi approfondimento a Flp 2:9). In ogni aspetto della vita un cristiano dovrebbe parlare e agire “nel nome del Signore Gesù”, cioè come suo rappresentante.

Siate sottomessi Il verbo greco può essere reso “sottomettetevi”, e questo indica che si tratta di una sottomissione volontaria, non forzata. Paolo introduce l’argomento della sottomissione nel matrimonio (che sta per affrontare nei vv. 22-33) facendo notare che lo stesso principio si applica estesamente alla congregazione cristiana. (Confronta Eb 13:17; 1Pt 5:5.) L’Iddio della pace vuole ovviamente che questo principio venga applicato anche all’interno della famiglia (1Co 11:3; 14:33; Ef 5:22-24).

non prese nemmeno in considerazione l’idea di cercare di essere uguale a Dio O “non considerò l’uguaglianza con Dio qualcosa da afferrare”. Paolo qui incoraggia i filippesi a coltivare un modo di pensare esemplare come quello di Gesù. Al v. 3 dice loro: “Con umiltà, considerate gli altri superiori a voi”. Al v. 5 aggiunge: “Abbiate lo stesso modo di pensare di Cristo Gesù”. Gesù, che considerava Dio superiore, non cercò mai di ‘afferrare l’uguaglianza con Dio’. Piuttosto, “umiliò sé stesso e divenne ubbidiente fino alla morte” (Flp 2:8; Gv 5:30; 14:28; 1Co 15:24-28). Il suo punto di vista non era come quello del Diavolo, che aveva spinto Eva a voler diventare come Dio, a voler essere uguale a Lui (Gen 3:5). Menzionando Gesù, Paolo non poteva ricorrere a esempio migliore per sottolineare l’importanza dell’umiltà e dell’ubbidienza al Creatore, Geova Dio. (Vedi l’approfondimento cercare di essere in questo versetto.)

siate sottomesse Qui Paolo parla della sottomissione volontaria che la moglie cristiana mostra all’autorità che Dio ha dato al marito. Quanto al marito cristiano, deve seguire l’esempio di Cristo nel modo in cui esercita la propria autorità; si sottomette inoltre di buon grado all’autorità di Cristo (1Co 11:3; Ef 5:22, 23; vedi approfondimento a Ef 5:21).

come è appropriato nel Signore Qui Paolo ricorda alle mogli cristiane che, quando assolvono il ruolo che le Scritture assegnano loro, fanno qualcosa di appropriato e rendono felice il loro Signore, Gesù Cristo, il quale diede un esempio perfetto di umile sottomissione al Padre (Ef 5:22; vedi approfondimento a Flp 2:6).

rimase loro sottomesso O “continuò a essere loro ubbidiente”. La forma del verbo greco indica un’azione continua. Quindi, dopo aver stupito i maestri al tempio con la sua conoscenza della Parola di Dio, Gesù tornò a casa e continuò umilmente a mostrare sottomissione ai suoi genitori. La sua ubbidienza era molto più importante rispetto a quella di qualunque altro bambino, perché Gesù doveva adempiere la Legge mosaica in ogni suo dettaglio (Eso 20:12; Gal 4:4).

siate ubbidienti Il verbo greco originale è affine a un altro verbo che fondamentalmente significa “ascoltare”. Qui ha il senso di ascoltare le istruzioni dei genitori e di seguirle in ogni cosa. Ovviamente essere ubbidienti “in ogni cosa” significa ubbidire a tutto ciò che è in armonia con la volontà divina. Paolo infatti non vuole includere cose che porterebbero a disubbidire a Dio. Chi ascoltava le parole della sua lettera avrebbe capito che quella ubbidienza inappropriata non sarebbe stata “[gradita] al Signore”. (Confronta Lu 2:51 e approfondimento; At 5:28, 29; Ef 6:1, 2.)

non esasperate Il verbo greco per “esasperare” può anche essere reso “irritare”, “provocare” o “tormentare”. Paolo non si riferisce agli effetti della disciplina impartita da un genitore amorevole. (Confronta Pr 13:24.) Si riferisce piuttosto ai danni subiti dai figli quando vengono trattati dai genitori con insensibilità o eccessiva severità. Questo modo di fare da parte dei genitori non sarebbe in armonia con quanto le Scritture dicono sul rapporto equilibrato che Geova ha con i suoi servitori (Sl 103:13; Gc 5:11) o sui modi rassicuranti che ha usato con suo Figlio (Mt 3:17; 17:5).

si scoraggino Il verbo usato da Paolo ricorre solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Fa pensare a un tipo di scoraggiamento che può diventare così profondo da essere pericoloso per il benessere fisico ed emotivo di un figlio. Come suggerisce il contesto, questo scoraggiamento può essere la conseguenza dei modi irritanti usati dai genitori. A proposito del verbo originale, alcune opere di consultazione fanno notare che il trattamento esasperante di cui parla Paolo può portare un figlio a convincersi che è impossibile rendere felice il genitore. Questa convinzione, a sua volta, può indurlo a perdersi d’animo o addirittura farlo sprofondare nella tristezza o nell’ansia. (Vedi l’approfondimento non esasperate in questo versetto.)

padroni terreni Qui Paolo esorta gli schiavi cristiani a ubbidire ai loro padroni terreni (lett. “secondo [la] carne”). Gli schiavi cristiani così come i loro padroni terreni dovevano ricordare che nei cieli avevano un padrone superiore (Ef 6:9).

non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini Lett. “non con un servizio per l’occhio, come quelli che vogliono piacere agli uomini”. Uno schiavo cristiano non doveva essere ubbidiente o lavorare con impegno solo quando il suo padrone era presente, nel tentativo di fare una buona impressione. Doveva piuttosto servire “con tutta l’anima”, “nel timore di Geova” (Ef 6:5-8; Col 3:22-25).

timore di Geova Questa espressione, che è una combinazione del termine ebraico per “timore” e del Tetragramma, ricorre spesso nelle Scritture Ebraiche. (Alcuni esempi si trovano in 2Cr 19:7, 9; Sl 19:9; 111:10; Pr 2:5; 9:10; 10:27; 19:23; Isa 11:2, 3.) L’espressione “timore del Signore”, invece, non ricorre mai nelle Scritture Ebraiche. Nelle App. C1 e C3 introduzione e At 9:31 si trovano le ragioni per cui la Traduzione del Nuovo Mondo usa l’espressione “timore di Geova” nel testo di At 9:31 nonostante la maggioranza dei manoscritti greci riporti “timore del Signore”.

padroni O “signori”. Qui il termine greco kỳrios (“signore”) si riferisce a esseri umani che hanno autorità su altri.

terreni Lett. “secondo [la] carne”. (Vedi approfondimento a Ef 6:5.)

non solo quando vi vedono, come per piacere agli uomini Lett. “non con servizi per l’occhio, come quelli che vogliono piacere agli uomini”. (Vedi approfondimento a Ef 6:6.)

nel timore di Geova L’espressione si riferisce a un profondo rispetto per Dio e al giusto timore di dispiacergli. Questo timore reverenziale nasce dalla fede in Dio e dall’amore per lui, e fa provare il desiderio di adorarlo e di ubbidirgli. Il concetto di temere Dio viene menzionato spesso nelle Scritture Ebraiche. Alcuni esempi si trovano in De 6:13; 10:12, 20; 13:4; Sl 19:9; Pr 1:7; 8:13; 22:4. Nelle Scritture Greche Cristiane il verbo originale reso “temere” è spesso usato in riferimento al timore reverenziale nei confronti di Dio (Lu 1:50; At 10:2, 35; Ri 14:7; vedi approfondimento a At 9:31; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino qui in Col 3:22, vedi App. C3 introduzione; Col 3:22).

con tutta l’anima L’espressione greca resa “con tutta l’anima” compare due volte nelle Scritture Greche Cristiane, qui e in Col 3:23. In questa espressione “anima” si riferisce all’intera persona, comprese le sue facoltà fisiche e mentali; ecco perché alcune Bibbie la rendono “di cuore”, “con tutto il cuore”. Quindi una persona che serve con tutta l’anima ci mette tutto sé stessa e utilizza al massimo tutte le sue forze e capacità (De 6:5; Mt 22:37; Mr 12:29, 30; vedi Glossario, “anima”).

con tutta l’anima Vedi approfondimento a Ef 6:6.

come per Geova e non per gli uomini Paolo qui mette in evidenza che, qualunque lavoro svolgano, gli schiavi dovrebbero tenere a mente il rapporto che hanno con Geova Dio. Questo comporta tra le altre cose che siano ubbidienti ai loro “padroni terreni” e li servano “con cuore sincero”, evitando così di recare disonore al “nome di Dio” (Col 3:22; 1Tm 6:1). Paolo diede agli schiavi consigli simili nella lettera agli Efesini, scritta grossomodo nello stesso periodo della lettera ai Colossesi (Ef 6:6, 7; vedi “Introduzione a Colossesi”; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino in questo versetto, vedi App. C3 introduzione; Col 3:23).

schiavo di Cristo Gesù Il termine greco reso “schiavo” (doùlos) di solito viene usato per riferirsi a individui che erano di proprietà di qualcun altro; spesso si trattava di schiavi che erano stati acquistati (Mt 8:9; 10:24, 25; 13:27). Questo termine viene usato anche in senso figurato per indicare devoti servitori di Dio e di Gesù Cristo (At 2:18; 4:29; Gal 1:10; Ri 19:10). Quando cedette la sua vita come riscatto, Gesù acquistò la vita di tutti i cristiani. Di conseguenza i cristiani non appartengono a sé stessi ma si considerano “schiavi di Cristo” (Ef 6:6; 1Co 6:19, 20; 7:23; Gal 3:13). Per dimostrare sottomissione a Cristo, loro Signore e Padrone, tutti gli scrittori delle lettere ispirate delle Scritture Greche Cristiane indirizzate alle congregazioni si definirono almeno una volta nei loro scritti ‘schiavi di Cristo’ (Ro 1:1; Gal 1:10; Gc 1:1; 2Pt 1:1; Gda 1; Ri 1:1).

è da Geova che sarete ricompensati con l’eredità Nella Bibbia Geova Dio viene descritto come colui che ricompensa le buone azioni di quelli che lo servono fedelmente. Alcuni esempi si trovano in Ru 2:12; Sl 24:1-5 e Ger 31:16. Anche Gesù disse qualcosa di simile su suo Padre (Mt 6:4; Lu 6:35; per maggiori informazioni sull’uso del nome divino in questo versetto, vedi App. C3 introduzione; Col 3:24).

Siate schiavi del Signore, Cristo Qui Paolo ricorda agli schiavi cristiani che il loro vero Signore, o Padrone, è Cristo. In Ef 6:5, 6 viene detto loro qualcosa di simile: “Siate ubbidienti ai vostri padroni terreni [...] quali schiavi di Cristo che fanno la volontà di Dio con tutta l’anima”. Chi decide di diventare schiavo di Cristo non conduce una vita gravosa; piuttosto si sente sollevato dai suoi pesanti carichi (Mt 11:28-30; confronta approfondimento a Ro 1:1).

Dio non fa parzialità La parola greca resa “parzialità” (prosopolempsìa) potrebbe essere tradotta alla lettera “il prendere [o “l’accettare”] i volti”. (Un termine affine viene commentato nell’approfondimento a At 10:34.) Si rifà all’espressione ebraica nasàʼ panìm, che significa letteralmente “sollevare il volto” e che in Le 19:15 è resa “fare preferenze” (o “mostrare parzialità”, nt.). Fra gli orientali un comune modo di salutare una persona più grande o più importante era quello di inchinarsi umilmente con la faccia rivolta a terra. Come risposta al saluto e in segno di benevolenza, la persona salutata sollevava il volto di chi si era inchinato. Col tempo individui corrotti adottarono questa consuetudine per mostrare un trattamento di favore, e quindi l’espressione assunse un significato spregiativo. Paolo voleva dire che Dio non fa favoritismi, sollevando per così dire il volto di alcuni e non di altri, ma accetta sia ebrei che greci. Questo è un tema ricorrente nelle lettere di Paolo (Ef 6:9).

non si fanno parzialità Questo versetto indica che coloro che commettono ingiustizie, come ad esempio i padroni che maltrattano i propri schiavi, non possono sfuggire al giudizio. In Ro 2:11 ed Ef 6:9 viene usata un’espressione simile, da cui si comprende che è Dio a giudicare senza parzialità o favoritismi queste persone. (Per ulteriori informazioni sul termine greco per “parzialità”, vedi approfondimento a Ro 2:11.)

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I cristiani di Colosse e il canto
I cristiani di Colosse e il canto

Nella congregazione di Colosse sia piccoli che grandi intonavano insieme canti di lode a Geova. Quando si riunivano per l’adorazione, probabilmente quei cristiani lo facevano in modeste case private e non in edifici sontuosi. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo li esortò con queste parole: “Continuate a istruirvi e a incoraggiarvi gli uni gli altri con salmi, inni e canti spirituali” (Col 3:16). È quindi possibile che, oltre ai salmi ispirati delle Scritture Ebraiche, cantassero anche nuovi componimenti incentrati su temi cristiani (Mr 14:26). Paolo sapeva per esperienza personale che “[lodare] Dio con canti” può dare conforto e incoraggiamento (At 16:25).

Le mansioni di uno schiavo
Le mansioni di uno schiavo

Nell’impero romano la figura dello schiavo faceva parte della vita quotidiana. La legislazione romana regolava alcuni aspetti del rapporto schiavo-padrone. Gli schiavi svolgevano buona parte dei lavori nelle case delle famiglie ricche che vivevano in tutti i territori dell’impero. Cucinavano, pulivano e accudivano i bambini. C’erano anche schiavi che svolgevano attività artigianali, che venivano usati nelle cave o che lavoravano nelle fattorie. Quelli più istruiti potevano fare i medici, gli insegnanti o i segretari. In pratica gli schiavi svolgevano qualunque mansione, a parte servire nell’esercito. In alcuni casi potevano essere affrancati, ovvero resi liberi. (Vedi Glossario, “libero, liberto”.) In merito alla schiavitù, i cristiani del I secolo non presero posizione contro l’autorità governativa, né fomentarono rivolte di schiavi (1Co 7:21). Rispettavano il fatto che possedere degli schiavi fosse un diritto legale e non giudicavano chi li aveva, anche se si trattava di loro compagni di fede cristiani. È per questo che l’apostolo Paolo rimandò lo schiavo Onesimo dal suo padrone Filemone. Essendo diventato cristiano, Onesimo ritornò di buon grado dal suo padrone, assoggettandosi come schiavo a un altro cristiano (Flm 10-17). Paolo incoraggiò gli schiavi a lavorare con onestà e scrupolosità (Tit 2:9, 10).