Atti degli Apostoli 20:1-38

20  Quando il tumulto si fu placato, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, una volta che li ebbe incoraggiati e salutati, si mise in viaggio per la Macedonia.+  Dopo aver attraversato quelle zone e aver rivolto molte parole d’incoraggiamento ai discepoli che erano là, arrivò in Grecia  e vi trascorse tre mesi. Stava per salpare per la Siria ma, dato che i giudei+ avevano ordito un complotto contro di lui, decise di tornare attraverso la Macedonia.  Lo accompagnavano Sòpatro, figlio di Pirro di Berèa, Aristàrco+ e Secondo di Tessalonica, Gaio di Derbe, Timòteo+ e, dalla provincia dell’Asia, Tìchico+ e Tròfimo.+  Questi andarono avanti e ci aspettarono a Tròas,+  mentre noi salpammo da Filippi dopo i giorni dei Pani Azzimi;*+ in cinque giorni arrivammo da loro a Tròas, e lì trascorremmo sette giorni.  Il primo giorno della settimana, quando ci riunimmo per mangiare, Paolo si mise a parlare loro, visto che il giorno seguente sarebbe partito, e prolungò il suo discorso fino a mezzanotte.  C’erano parecchie lampade nella stanza al piano di sopra dove eravamo riuniti.  Seduto sul davanzale della finestra, un ragazzo di nome Èutico fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a parlare; vinto dal sonno, cadde dal terzo piano e fu raccolto morto. 10  Ma Paolo scese le scale, si gettò su di lui, lo abbracciò+ e disse: “Non vi agitate; è vivo!”+ 11  Quindi andò di sopra, diede inizio al pasto e mangiò. Dopo aver conversato per parecchio tempo, fino all’alba, partì. 12  Intanto riportarono il ragazzo vivo, e così furono tutti molto confortati. 13  Noi partimmo per primi, salimmo sulla nave e salpammo per Asso, dove intendevamo prendere a bordo Paolo; aveva infatti dato istruzioni al riguardo perché lui voleva andare là a piedi. 14  Quando ci ebbe raggiunto ad Asso, lo prendemmo a bordo e andammo a Mitilène. 15  L’indomani salpammo di là e arrivammo di fronte a Chio; il giorno dopo approdammo a Samo, e quello successivo arrivammo a Milèto. 16  Paolo aveva infatti deciso di passare oltre Efeso+ così da non trattenersi nella provincia dell’Asia; aveva fretta di arrivare a Gerusalemme+ per il giorno di Pentecoste,+ se gli fosse stato possibile. 17  Comunque, da Milèto mandò a chiamare gli anziani della congregazione di Efeso. 18  Quando arrivarono da lui, disse loro: “Voi sapete bene come mi sono comportato in mezzo a voi dal primo giorno in cui ho messo piede nella provincia dell’Asia:+ 19  ho fatto lo schiavo per il Signore con la massima umiltà,+ tra le lacrime e le prove che si sono abbattute su di me per via dei complotti dei giudei, 20  e allo stesso tempo non mi sono trattenuto dal dirvi qualsiasi cosa fosse per il vostro bene* né dall’insegnarvi pubblicamente+ e di casa in casa.+ 21  Ma ho reso completa testimonianza a giudei e greci riguardo alla necessità di pentirsi,+ convertirsi a Dio e avere fede nel nostro Signore Gesù.+ 22  E ora, ecco, costretto dallo spirito, sono in viaggio verso Gerusalemme,+ senza sapere cosa mi accadrà là; 23  so soltanto che lo spirito santo mi avverte* ripetutamente di città in città, dicendo che mi aspettano catene e tribolazioni.+ 24  Tuttavia non considero la mia vita di alcuna importanza* per me, purché possa portare a termine la mia corsa+ e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù:+ rendere completa testimonianza alla buona notizia dell’immeritata bontà di Dio. 25  “E ora, ecco, so che nessuno di voi, a cui ho predicato il Regno, vedrà più la mia faccia. 26  Oggi vi invito quindi a testimoniare che sono puro del sangue di tutti gli uomini,+ 27  perché non mi sono trattenuto dall’annunciarvi tutta la volontà di Dio.+ 28  Prestate attenzione a voi stessi+ e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo spirito santo vi ha nominato sorveglianti,+ per pascere la congregazione di Dio,+ che egli acquistò con il sangue del proprio Figlio.+ 29  So che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci,*+ che non tratteranno il gregge con tenerezza, 30  e che fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose distorte per trascinarsi dietro i discepoli.+ 31  “Perciò state svegli, e ricordatevi che per tre anni,+ giorno e notte, non ho smesso di consigliare ognuno di voi con lacrime. 32  E ora vi affido a Dio e alla parola riguardante la sua immeritata bontà, parola che vi può edificare e vi può dare l’eredità insieme a tutti i santificati.+ 33  Non ho desiderato né l’argento né l’oro né i vestiti di nessuno.+ 34  Voi sapete che queste mani hanno provveduto alle necessità mie+ e di quelli che erano con me. 35  In ogni cosa vi ho mostrato che, faticando così,+ dovete assistere quelli che sono deboli e dovete ricordarvi delle parole del Signore Gesù, che disse: ‘C’è più felicità nel dare+ che nel ricevere’”. 36  Quando ebbe detto queste cose, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37  Allora tutti scoppiarono in un gran pianto, abbracciarono Paolo e lo baciarono affettuosamente, 38  addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto la sua faccia.+ Poi lo accompagnarono alla nave.

Note in calce

O “non fermentati”, “senza lievito”.
O “utile”, “profittevole”.
O “rende testimonianza”.
O “valore”.
O “oppressivi”.

Approfondimenti

cercammo Fino a At 16:9, la narrazione del libro degli Atti è fatta in terza persona, quindi lo scrittore Luca riferisce solo ciò che altri hanno detto o fatto. Qui in At 16:10, tuttavia, si assiste a un cambiamento della tecnica narrativa. Da questo punto in poi Luca si include nel racconto, e usa la prima persona plurale in porzioni del libro che riferiscono avvenimenti durante i quali evidentemente era con Paolo e i suoi compagni di viaggio. (Vedi approfondimento a At 1:1 e “Introduzione ad Atti”.) La prima volta che Luca accompagnò Paolo fu da Troas a Filippi all’incirca nel 50, ma, quando Paolo lasciò Filippi, Luca non era più con lui (At 16:10-17, 40; vedi approfondimenti a At 20:5; 27:1).

salpassimo Come già detto negli approfondimenti a At 16:10 e 20:5, in alcune porzioni del libro degli Atti, nel descrivere gli eventi lo scrittore, Luca, usa la prima persona plurale (At 27:20). Questo indica che Luca accompagnò Paolo in alcuni tratti dei suoi molteplici viaggi. Il testo di Atti che inizia qui e prosegue fino ad At 28:16 è una di quelle porzioni, il che dimostra che Luca viaggiò con Paolo fino a Roma.

ci L’uso che Luca fa del pronome personale di prima persona “ci” indica che si era riunito con Paolo a Filippi; i due si erano separati sempre a Filippi qualche tempo prima (At 16:10-17, 40). Insieme viaggiarono da Filippi a Gerusalemme, dove Paolo sarebbe poi stato arrestato (At 20:5–21:18, 33). Qui inizia la seconda porzione del libro degli Atti in cui Luca si include nel racconto. (Vedi approfondimenti a At 16:10; 27:1.)

i giorni dei Pani Azzimi Vedi Glossario, “Festa dei Pani Azzimi”, e App. B15.

spezzò i pani Spesso a quei tempi si preparava pane basso e croccante. Era quindi normale spezzare il pane per mangiarlo (Mt 15:36; 26:26; Mr 6:41; 8:6; Lu 9:16).

prese un pane [...] lo spezzò Anticamente in Medio Oriente il pane di solito era sottile e, se privo di lievito, croccante. Il gesto di Gesù di spezzare il pane non aveva un significato spirituale; era il modo comune di dividere quel tipo di pane. (Vedi approfondimento a Mt 14:19.)

mangiare Lett. “spezzare il pane”. Il pane era un alimento essenziale della dieta dei popoli dell’antico Medio Oriente; l’espressione finì quindi per riferirsi a qualunque tipo di pasto. Generalmente a quei tempi si preparava pane basso e croccante; per questo spesso veniva spezzato e non tagliato con il coltello. Era quindi normale spezzare il pane per mangiarlo; anche Gesù lo faceva spesso. (Vedi approfondimento a Mt 14:19; vedi anche Mt 15:36; Lu 24:30.) Quando istituì la Cena del Signore, Gesù prese un pane e lo spezzò. Dato che si trattava di un modo comune di dividere il pane, quel gesto di Gesù non ha nessun significato spirituale. (Vedi approfondimento a Mt 26:26.) Alcuni ritengono che, laddove ricorre in certi punti del libro degli Atti, l’espressione originale si riferisca alla celebrazione della Cena del Signore (At 2:42, 46; 20:7, 11). Ogni volta che, però, viene fatta menzione della Cena del Signore, il gesto di spezzare il pane è associato a quello di bere vino da un calice (Mt 26:26-28; Mr 14:22-25; Lu 22:19, 20; 1Co 10:16-21; 11:23-26). I due gesti sono entrambi densi di significato. Quindi, quando lo spezzare il pane è menzionato senza essere associato al bere da un calice, si tratta di un riferimento a un pasto effettivo, non alla Cena del Signore. Inoltre, non c’è niente che lasci intendere che Gesù volesse che la Commemorazione della sua morte venisse osservata più spesso della festa che sostituiva; la Pasqua infatti veniva celebrata solo una volta all’anno.

è vivo O “la sua anima [cioè la sua vita] è in lui”. In altre parole, al ragazzo era stata ridata la vita. Come in molti punti delle Scritture Greche Cristiane, qui il termine greco psychè trasmette l’idea di “vita nel senso di persona” (Mt 6:25; 10:39; 16:25, 26; Lu 12:20; Gv 10:11, 15; 13:37, 38; 15:13; vedi Glossario, “anima”).

mangiare Lett. “spezzare il pane”. Il pane era un alimento essenziale della dieta dei popoli dell’antico Medio Oriente; l’espressione finì quindi per riferirsi a qualunque tipo di pasto. Generalmente a quei tempi si preparava pane basso e croccante; per questo spesso veniva spezzato e non tagliato con il coltello. Era quindi normale spezzare il pane per mangiarlo; anche Gesù lo faceva spesso. (Vedi approfondimento a Mt 14:19; vedi anche Mt 15:36; Lu 24:30.) Quando istituì la Cena del Signore, Gesù prese un pane e lo spezzò. Dato che si trattava di un modo comune di dividere il pane, quel gesto di Gesù non ha nessun significato spirituale. (Vedi approfondimento a Mt 26:26.) Alcuni ritengono che, laddove ricorre in certi punti del libro degli Atti, l’espressione originale si riferisca alla celebrazione della Cena del Signore (At 2:42, 46; 20:7, 11). Ogni volta che, però, viene fatta menzione della Cena del Signore, il gesto di spezzare il pane è associato a quello di bere vino da un calice (Mt 26:26-28; Mr 14:22-25; Lu 22:19, 20; 1Co 10:16-21; 11:23-26). I due gesti sono entrambi densi di significato. Quindi, quando lo spezzare il pane è menzionato senza essere associato al bere da un calice, si tratta di un riferimento a un pasto effettivo, non alla Cena del Signore. Inoltre, non c’è niente che lasci intendere che Gesù volesse che la Commemorazione della sua morte venisse osservata più spesso della festa che sostituiva; la Pasqua infatti veniva celebrata solo una volta all’anno.

diede inizio al pasto Lett. “avendo spezzato il pane”. (Vedi approfondimento a At 20:7.)

anziani Nella Bibbia il termine greco presbỳteros è usato soprattutto in riferimento a chi ha una posizione di autorità e di responsabilità all’interno di una comunità o di una nazione. Uomini anziani, o maturi, dal punto di vista spirituale avevano la responsabilità di guidare e amministrare le città dell’antica nazione d’Israele. In modo simile uomini anziani, o maturi, dal punto di vista spirituale prestavano servizio nelle congregazioni cristiane del I secolo. Questo brano relativo all’incontro tra Paolo e gli anziani di Efeso mostra chiaramente che in quella congregazione c’era più di un anziano. Il numero di anziani di ogni congregazione dipendeva dal numero di uomini che erano idonei perché spiritualmente maturi (1Tm 3:1-7; Tit 1:5-8). Quando Paolo scrisse la sua prima lettera a Timoteo, che a quel tempo viveva probabilmente a Efeso, fece menzione di un “corpo degli anziani” (1Tm 1:3; 4:14).

modesto di cuore Il termine greco reso “modesto” descrive chi è umile e per nulla pretenzioso; ricorre anche in Gc 4:6 e 1Pt 5:5, dove è tradotto “umili”. La condizione del cuore simbolico di una persona si riflette nella sua disposizione d’animo e nel suo atteggiamento verso Dio e gli altri.

umiltà Questa qualità è il contrario dell’orgoglio o dell’arroganza. L’umiltà è evidente nel modo in cui una persona considera sé stessa in relazione a Dio e agli altri. Non è indice di debolezza, ma di una condizione mentale che piace a Geova. I cristiani che sono veramente umili riescono a collaborare in modo unito (Ef 4:2; Flp 2:3; Col 3:12; 1Pt 5:5). Il sostantivo greco tapeinofrosỳne, qui tradotto “umiltà”, deriva dal verbo tapeinòo, “rendere basso”, e dal sostantivo frèn, “mente”. Potrebbe quindi essere reso alla lettera “modestia di mente”. Il termine affine tapeinòs è reso “modesto” in Mt 11:29 e “umili” in Gc 4:6; 1Pt 5:5. (Vedi approfondimento a Mt 11:29.)

di casa in casa Questa espressione traduce il greco katʼ òikon, che letteralmente significa “[casa] per casa”, “secondo [la] casa”. In base a diversi lessici e commentari la preposizione greca katà può avere un valore distributivo. Per esempio, un lessico afferma che l’espressione si riferisce a “posti considerati in successione, [ha] valore distributivo [...] di casa in casa” (A Greek-English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature, Third Edition). Sulla stessa preposizione un’altra opera di consultazione dice: “(distributivo): Atti 2,46 e 5,42: [...] ‘(di casa in casa) / nelle (singole) case’” (Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, a cura di H. Balz e G. Schneider, ed. italiana a cura di O. Soffritti, Paideia, Brescia, 1998, vol. 1, col. 1919). Il biblista Lenski ha osservato: “Gli apostoli non cessarono mai, neppure per un momento, la loro benedetta opera. Continuarono ‘ogni giorno’, e lo fecero apertamente ‘nel Tempio’, dove il Sinedrio e la polizia del Tempio li potevano vedere e udire, e, naturalmente, anche κατ’ οἴκον, usato in senso distributivo, ‘di casa in casa’, e non semplicemente in senso avverbiale, ‘a casa’” (The Interpretation of The Acts of the Apostles, 1961). Queste fonti confermano l’idea che i discepoli predicassero in una casa dopo l’altra. Si fa un simile uso di katà in Lu 8:1, dove si legge che Gesù predicava “di città in città e di villaggio in villaggio”. Questo modo di contattare le persone, andando direttamente a casa loro, ebbe risultati straordinari (At 6:7; confronta At 4:16, 17; 5:28).

di casa in casa O “in diverse case”. Dal contesto si capisce che Paolo era andato nelle case di questi uomini per insegnare loro a “pentirsi, convertirsi a Dio e avere fede nel [...] Signore Gesù” (At 20:21). Quindi non si stava semplicemente riferendo a visite di cortesia o visite per incoraggiare altri cristiani una volta che erano diventati credenti, dato che questi si erano già pentiti e avevano già esercitato fede in Gesù. A proposito di At 20:20, A. T. Robertson osserva: “Vale la pena notare che il più grande dei predicatori predicava di casa in casa, e non andava a trovare la gente semplicemente per parlare del più e del meno” (Word Pictures in the New Testament, 1930, vol. III, pp. 349-350). Commentando le parole di Paolo riportate qui in Atti 20:20, Abiel Abbot Livermore scrisse: “Non si accontentava di pronunciare discorsi nell’assemblea pubblica, [...] ma si impegnava con zelo nella sua grande opera in privato, di casa in casa, e portava la verità celeste letteralmente a domicilio fino ai focolari e ai cuori degli efesini” (The Acts of the Apostles With a Commentary, 1844, p. 270). Per una spiegazione della resa del greco katʼ òikous (lett. “[case] per case”, “secondo [le] case”), vedi approfondimento a At 5:42.

costretto Lett. “legato”. Paolo sentiva l’obbligo e al tempo stesso il desiderio di seguire le indicazioni dello spirito di Dio che lo guidava a Gerusalemme.

la mia vita O “la mia anima”. Il termine greco psychè qui si riferisce alla vita di una persona. (Vedi Glossario, “anima”, e App. A2.)

immeritata bontà Vedi Glossario.

ho predicato Il termine greco significa fondamentalmente “proclamare come araldo”. Sottolinea il modo in cui avviene la proclamazione, dando l’idea di una dichiarazione pubblica, estesa, e non di un discorso rivolto solo a un gruppo di persone. Il tema della predicazione cristiana continuò a essere “il Regno di Dio” (At 28:31).

il Regno Cioè il Regno di Dio. Il tema dominante dell’intera Bibbia fa da filo conduttore del libro degli Atti (At 1:3; 8:12; 14:22; 19:8; 20:25; 28:23, 31). Alcune tra le prime traduzioni in altre lingue, come la Vulgata latina e la Pescitta siriaca, riportano “il Regno di Dio”. Una traduzione in ebraico delle Scritture Greche Cristiane usa il nome divino, e l’intera espressione lì presente può essere resa “il Regno di Geova”.

sono puro del sangue di tutti gli uomini Agli occhi di Dio, Paolo era libero dalla colpa di sangue perché aveva predicato la buona notizia del Regno. Non aveva mancato di trasmettere le informazioni vitali che quel messaggio conteneva (At 18:6; confronta Ez 33:6-8). Paolo aveva trasmesso “tutta la volontà di Dio” ai discepoli di Efeso perché non voleva che nessuno perdesse la vita durante il giorno di giudizio di Dio (At 20:27). Un cristiano può diventare colpevole di sangue agli occhi di Dio anche commettendo assassinio o spargendo sangue, il che include sostenere attivamente o tacitamente le attività di un’organizzazione colpevole di sangue, come “Babilonia la Grande” (Ri 17:6; 18:2, 4) o altre organizzazioni che spargono sangue innocente (Ri 16:5, 6; confronta Isa 26:20, 21). Anche mangiare o bere sangue in qualunque modo farebbe incorrere nella colpa di sangue (At 15:20).

tutta la volontà di Dio O “l’intero proposito [o “consiglio”] di Dio”. Qui si fa riferimento a ogni cosa che Dio si è proposto di fare per mezzo del suo Regno, incluso tutto quello che ha deciso essere essenziale per la salvezza (At 20:25). Il termine greco boulè può anche essere reso “guida”, “esortazione” (Lu 7:30, nt.) e “proposito” (Eb 6:17).

il suo incarico di sorveglianza Il termine greco usato qui, episkopè, è affine al sostantivo greco reso “sorvegliante”, epìskopos, e al verbo episkopèo, che può essere reso “stare attenti” (Eb 12:15). Pietro citò Sl 109:8 per sostenere il suo suggerimento di colmare il posto lasciato vacante da Giuda, l’apostolo infedele. Lì il testo ebraico riporta il termine pequddàh, che può essere reso con espressioni come “incarico di sorveglianza”, “supervisione”, “sorvegliante” (Nu 4:16; Isa 60:17, nt.). In Sl 109:8 (108:8, LXX), la Settanta rende questa parola ebraica con la stessa parola greca che Luca usa qui in At 1:20. Da questa affermazione ispirata di Pietro si comprende chiaramente che gli apostoli ricoprivano un incarico di sorveglianza. Erano stati nominati direttamente da Gesù (Mr 3:14). Quindi la congregazione cristiana aveva 12 sorveglianti quando alla Pentecoste del 33 fu formata e in quello stesso giorno crebbe da 120 a circa 3.000 componenti (At 1:15; 2:41). In seguito altri furono nominati sorveglianti perché dessero una mano ad aver cura della congregazione in continua crescita. L’incarico degli apostoli rimase comunque speciale, perché a quanto pare Geova aveva stabilito che i 12 apostoli costituissero le future “12 pietre di fondamento” della Nuova Gerusalemme (Ri 21:14; vedi approfondimento a At 20:28).

Prestate attenzione a O “vegliate su”. Geova ha a cuore le pecore del suo gregge perché le ha acquistate con il prezioso “sangue del proprio Figlio”. Non avrebbe potuto pagare prezzo più alto. Gli anziani umili tengono sempre presente quanto Geova ami le sue pecore e vegliano quindi sul benessere di ogni componente del gregge (1Pt 5:1-3).

sorveglianti Il termine greco per “sorvegliante”, epìskopos, è affine al verbo episkopèo, che può essere reso “stare attenti” (Eb 12:15), e al sostantivo episkopè, che può essere reso “ispezione” (Lu 19:44, Kingdom Interlinear; 1Pt 2:12), “essere sorvegliante” (1Tm 3:1) o “incarico di sorveglianza” (At 1:20). Quindi epìskopos si riferisce a chi sorveglia i componenti della congregazione facendo visite, ispezionando e provvedendo guida. Un’idea fondamentale insita nel termine greco è quella di sorveglianza protettiva. Nella congregazione cristiana i sorveglianti hanno la responsabilità di curare la condizione spirituale dei loro fratelli. Qui Paolo chiama “sorveglianti” gli “anziani” della congregazione di Efeso (At 20:17). E nella sua lettera a Tito usa il termine “sorvegliante” quando descrive i requisiti degli “anziani” della congregazione cristiana (Tit 1:5, 7). Presbỳteros ed epìskopos si riferiscono quindi allo stesso ruolo: presbỳteros addita la maturità di colui che è nominato tale, mentre epìskopos i doveri attinenti all’incarico. Questo brano relativo all’incontro tra Paolo e gli anziani di Efeso mostra chiaramente che in quella congregazione c’era più di un anziano. Il numero di sorveglianti per ogni singola congregazione non era predeterminato: dipendeva da quanti uomini in una data congregazione erano spiritualmente maturi e quindi idonei come “anziani”. Inoltre, quando scrisse ai cristiani di Filippi, Paolo menzionò i “sorveglianti” locali (Flp 1:1), il che indica che a sorvegliare l’andamento di quella congregazione c’era un corpo composto da più persone. (Vedi approfondimento a At 1:20.)

di Dio Anche se alcuni antichi manoscritti qui riportano “del Signore”, la lezione “di Dio” è ben attestata nei manoscritti disponibili ed è considerata da molti studiosi la lezione originale.

con il sangue del proprio Figlio Lett. “attraverso il sangue del suo proprio”. Se si tiene conto solo della grammatica, l’espressione greca potrebbe essere tradotta “con il suo proprio sangue”, ma bisogna prendere in considerazione il contesto. In greco l’espressione ho ìdios (“il suo proprio”) poteva essere usata da sola, senza un nome o un pronome di riferimento, come si nota in Gv 1:11 (dove è resa “sua casa”), Gv 13:1 (dove è resa “i suoi”), At 4:23 (dove è resa “loro compagni”) e At 24:23 (dove è resa “suoi amici”). In papiri non biblici, l’espressione greca è usata con valore vezzeggiativo in riferimento a un parente stretto. Chi leggeva questo versetto poteva per logica capire dal contesto che dopo l’espressione “del suo proprio” era sottinteso un sostantivo singolare e che quel sostantivo si riferiva all’unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo, di cui era stato versato il sangue. Sulla base di questo, un buon numero di studiosi e traduttori riconosce che qui è sottintesa la parola “figlio” e rende l’espressione “con il sangue del proprio Figlio”.

a Dio Alcuni manoscritti qui riportano “al Signore”, comunque nella maggioranza dei manoscritti si legge “a Dio”.

immeritata bontà Vedi Glossario.

parole del Signore Gesù L’affermazione che segue è menzionata solo dall’apostolo Paolo, anche se il senso che trasmette si ritrova nei Vangeli e nel resto delle Scritture ispirate (Sl 41:1; Pr 11:25; 19:17; Mt 10:8; Lu 6:38). A Paolo potrebbe essere stata riferita oralmente: per bocca di qualcuno che a sua volta l’aveva sentita pronunciare da Gesù, per bocca dello stesso Gesù risorto oppure per rivelazione divina (At 22:6-15; 1Co 15:6, 8).

gli diede un tenero bacio Il verbo greco reso “dare un tenero bacio” è un composto con valore intensivo del verbo reso “baciare” in Mt 26:48. Salutando Gesù in modo così affettuoso e amichevole, Giuda dimostrò quanto fosse falso e ipocrita.

abbracciarono Paolo Lett. “essendosi gettati al collo di Paolo”. Nelle Scritture, un abbraccio accompagnato da baci e lacrime è un gesto che esprime profondo affetto, sentimento che senza dubbio questi anziani provavano per Paolo. (Vedi anche Gen 33:4; 45:14, 15; 46:29; Lu 15:20.)

lo baciarono affettuosamente O “lo baciarono teneramente”. I fratelli si erano affezionati a Paolo a motivo dell’amore genuino che lui aveva per loro. Nei tempi biblici, spesso il bacio era espressione di un legame di amicizia (Gen 27:26; 2Sa 19:39). A volte il bacio era accompagnato da un caloroso abbraccio e lacrime (Gen 33:4; 45:14, 15; Lu 15:20). Il termine greco reso “baciare affettuosamente” è considerato un composto con valore intensivo del verbo filèo, che a volte è tradotto “baciare” (Mt 26:48; Mr 14:44; Lu 22:47) ma che più spesso è reso “voler bene” (Gv 5:20; 16:27). (Confronta approfondimento a Mt 26:49.)

Galleria multimediale

Di casa in casa
Di casa in casa

Nei giorni successivi alla Pentecoste del 33 i discepoli di Gesù continuarono a portare la buona notizia direttamente a casa delle persone. Anche se era stato ordinato loro di “smettere di parlare”, il racconto ispirato dice che “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa, continuavano instancabilmente a insegnare e a dichiarare la buona notizia intorno al Cristo, Gesù” (At 5:40-42). Nel 56 circa, l’apostolo Paolo disse agli anziani di Efeso: “Non mi sono trattenuto [...] dall’insegnarvi pubblicamente e di casa in casa” (At 20:20). Paolo si stava riferendo agli sforzi che aveva fatto per predicare loro quando non erano ancora credenti e avevano bisogno di sapere della “necessità di pentirsi, convertirsi a Dio e avere fede” in Gesù (At 20:21). Quando trovava persone attratte da argomenti spirituali, Paolo senz’altro tornava a visitarle nelle loro case per continuare a insegnare loro e per rafforzarne la fede una volta che queste diventavano credenti. (Vedi approfondimenti a At 5:42; 20:20.)

Lupo
Lupo

I lupi in Israele sono principalmente predatori notturni (Aba 1:8). Il lupo (Canis lupus) è feroce, vorace, temerario e ingordo, e spesso uccide più pecore di quelle che riesce a mangiare o a trascinare via. Nella Bibbia gli animali, con le loro caratteristiche e abitudini, sono menzionati di frequente in senso metaforico per raffigurare caratteristiche positive o negative. Ad esempio, nella profezia che pronunciò in punto di morte, Giacobbe paragonò la tribù di Beniamino a un lupo per le sue abilità in combattimento (Gen 49:27). Ma nella maggioranza delle occorrenze il lupo è usato per raffigurare caratteristiche negative come ferocia, avidità, malvagità e astuzia. Tra coloro che vengono paragonati a lupi ci sono i falsi profeti (Mt 7:15), i malvagi oppositori del ministero cristiano (Mt 10:16; Lu 10:3) e i falsi insegnanti che dall’interno avrebbero messo in pericolo la congregazione cristiana (At 20:29, 30). I pastori erano consapevoli del pericolo costituito dai lupi. Gesù parla di “un dipendente” che “vede arrivare il lupo e fugge, abbandonando le pecore”, perché “non gli importa delle pecore”. Al contrario, Gesù è “il pastore eccellente” che “cede la vita per le pecore” (Gv 10:11-13).