Prima lettera ai Corinti 7:1-40

7  Riguardo a ciò di cui mi avete scritto, è meglio per l’uomo non toccare donna;  ma, visto il dilagare dell’immoralità sessuale, ogni uomo abbia la propria moglie+ e ogni donna abbia il proprio marito.+  Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto, e la moglie faccia lo stesso con il marito.+  Non è la moglie ad avere autorità sul proprio corpo, ma il marito; allo stesso modo non è il marito ad avere autorità sul proprio corpo, ma la moglie.  Non privatevi l’uno dell’altro se non di comune accordo per un periodo prestabilito, per dedicare tempo alla preghiera e poi tornare a unirvi, affinché Satana non continui a tentarvi per la vostra mancanza di autocontrollo.  Comunque quello che vi dico è una concessione, non un comando.  Vorrei che tutti fossero come me, ma ciascuno riceve il proprio dono+ da Dio, chi in un modo, chi in un altro.  A quelli non sposati e alle vedove dico che è meglio per loro se rimangono come me.+  Se però non riescono a padroneggiarsi si sposino, perché è meglio sposarsi che bruciare di passione.+ 10  Agli sposati comando, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito.+ 11  Se però si separa, rimanga senza sposarsi oppure si riconcili con il marito. E il marito non lasci la moglie.+ 12  Ma agli altri dico, io e non il Signore:+ se un fratello ha la moglie non credente e lei acconsente a rimanere con lui, non la lasci; 13  e se una donna ha il marito non credente e lui acconsente a rimanere con lei, non lo lasci. 14  Il marito non credente, infatti, è santificato in relazione alla moglie, e la moglie non credente è santificata in relazione al fratello;* altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora sono santi. 15  Ma se il non credente decide di separarsi, si separi; in questo caso il fratello o la sorella non sono vincolati. Dio vi ha chiamato alla pace.+ 16  Del resto, che ne sai tu, moglie, se non salverai tuo marito?+ E tu, marito, che ne sai se non salverai tua moglie? 17  Ad ogni modo, ciascuno rimanga nella condizione che Geova gli ha dato e in cui si trovava quando egli lo ha chiamato.+ Questa è la direttiva che do in tutte le congregazioni. 18  Qualcuno era circonciso quando è stato chiamato?+ Non cerchi di cancellare la sua circoncisione. Qualcuno è stato chiamato quando era incirconciso? Non si faccia circoncidere.+ 19  La circoncisione non conta nulla e l’incirconcisione non conta nulla;+ ciò che conta è invece osservare i comandamenti di Dio.+ 20  In qualunque condizione ciascuno fosse quando è stato chiamato, vi rimanga.+ 21  Sei stato chiamato quando eri schiavo? Non preoccupartene;+ se però hai la possibilità di diventare libero, approfittane. 22  Infatti chi è stato chiamato nel Signore da schiavo è un liberto del Signore;+ allo stesso modo chi è stato chiamato da libero è uno schiavo di Cristo.+ 23  Siete stati comprati a caro prezzo;+ smettete di farvi schiavi degli uomini.+ 24  Fratelli, in qualunque condizione ciascuno fosse quando è stato chiamato, vi rimanga davanti a Dio. 25  Riguardo a quelli che sono vergini non ho nessun comando dal Signore, ma esprimo la mia opinione,+ quella di uno che è degno di fede grazie alla misericordia che il Signore gli ha mostrato. 26  Perciò, tenendo conto delle presenti difficoltà, penso che per l’uomo sia meglio rimanere così com’è. 27  Sei legato a una moglie? Non cercare di scioglierti da lei.+ Non sei legato a una moglie? Non cercare moglie. 28  Ma anche se ti sposassi, non commetteresti peccato; e se una persona vergine si sposasse, non commetterebbe peccato. Comunque quelli che si sposano avranno difficoltà nella vita, e io vorrei risparmiarvele. 29  Inoltre dico questo, fratelli, che il tempo rimasto è poco.+ D’ora in avanti quelli che hanno moglie siano come se non l’avessero, 30  quelli che piangono come se non piangessero, quelli che gioiscono come se non gioissero, quelli che comprano come se non possedessero 31  e quelli che fanno uso del mondo come se non ne facessero pieno uso,+ perché la scena di questo mondo cambia. 32  Vorrei che foste liberi da preoccupazioni. L’uomo non sposato si preoccupa delle cose del Signore, di come può guadagnarsi l’approvazione del Signore. 33  L’uomo sposato invece si preoccupa delle cose del mondo,+ di come può guadagnarsi l’approvazione della moglie, 34  e si ritrova diviso. Anche la donna non sposata, così come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore+ per essere santa nel corpo e nello spirito, mentre la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, di come può guadagnarsi l’approvazione del marito. 35  Dico questo per il vostro stesso bene; non per imporvi delle restrizioni, ma per spingervi a fare ciò che è appropriato e a dedicarvi al Signore assiduamente, senza distrazioni. 36  Ma se qualcuno che non è sposato pensa di non comportarsi decentemente, e ha passato il fiore della giovinezza, allora questo è ciò che deve accadere: faccia come desidera. Non pecca.+ Si sposino pure.+ 37  Chi invece è risoluto in cuor suo e non sente questa necessità, ma ha il controllo* della propria volontà e in cuor suo ha deciso di non sposarsi, fa bene.+ 38  Quindi anche chi si sposa fa bene, ma chi non si sposa fa meglio.+ 39  La moglie è legata al marito finché lui vive.+ Se però il marito si addormenta nella morte è libera di sposare chi vuole, ma solo nel Signore.+ 40  Comunque a mio parere è più felice se rimane così com’è; e sono convinto di avere anch’io lo spirito di Dio.

Note in calce

Cioè il marito credente.
Lett. “autorità”.

Approfondimenti

congregazione di Dio che è a Corinto Paolo fondò la congregazione di Corinto verso il 50 (At 18:1-11). Scrisse ai corinti questa prima lettera ispirata mentre si trovava a Efeso intorno al 55. (Confronta 1Co 5:9.) I fratelli di Corinto gli avevano scritto da poco per fargli domande sul matrimonio e sul cibo offerto agli idoli (1Co 7:1; 8:1). Paolo però sapeva che c’erano delle questioni anche più impellenti: all’interno della congregazione veniva tollerato un caso di sfacciata immoralità (1Co 5:1-8), si erano create divisioni (1Co 1:11-13; 11:18; 15:12-14, 33, 34) e forse c’erano delle incertezze sul modo appropriato di celebrare la Cena del Signore (1Co 11:20-29). Riguardo a queste tematiche Paolo diede indicazioni ispirate, sottolineando in particolare l’importanza di mostrare amore cristiano (1Co 13:1-13).

Per quanto riguarda il cibo offerto agli idoli Nel I secolo greci e romani offrivano sacrifici animali agli idoli. Alcune parti dell’animale venivano poste sull’altare. Una porzione andava ai sacerdoti e un’altra agli offerenti per un pasto o un banchetto. La carne che avanzava veniva spesso venduta al mercato (1Co 10:25). I cristiani di Corinto avevano scritto a Paolo chiedendo se fosse lecito mangiare quella carne (1Co 7:1a). Ispirato dallo spirito santo, lui li aiutò a comprendere che per i cristiani maturi un “idolo non è assolutamente nulla” (1Co 8:4). Li avvertì però di non andare in un tempio pagano a mangiare carne perché avrebbero dato una cattiva impressione a quei cristiani spiritualmente più deboli che, vedendoli, avrebbero potuto pensare che stessero adorando un idolo. Alcuni di quei cristiani deboli avrebbero potuto turbarsi o addirittura sentirsi spinti a mangiare carne durante una cerimonia idolatrica (1Co 5:9, 10; 8:9, 10). Questo sarebbe stato in aperto contrasto con la decisione del corpo direttivo che si trova in At 15:28, 29. (Vedi approfondimenti a 1Co 8:4; 10:25.)

ciò che [...] è dovuto Lett. “debito”, “obbligo”. Il “debito” menzionato qui si riferisce ai rapporti sessuali che sono parte integrante del dono divino del matrimonio. Una persona sposata non dovrebbe negare intenzionalmente questo dono al coniuge, a meno che entrambi non siano d’accordo (1Co 7:5). Gesù contempla anche un’altra eccezione, ovvero l’infedeltà di uno dei due coniugi, che dà all’altro la possibilità di chiedere il divorzio (Mt 5:32; 19:9).

Riguardo a ciò di cui mi avete scritto Da quello che si legge in questo versetto e in 1Co 8:1, si capisce che i fratelli di Corinto avevano scritto a Paolo per fargli domande sul matrimonio e sul cibo offerto agli idoli. (Vedi approfondimenti a 1Co 1:2; 8:1.)

non toccare donna Cioè non avere contatti fisici a sfondo sessuale con una donna. Questa spiegazione concorda con altri versetti biblici dove il verbo “toccare” è usato per riferirsi a contatti fisici a sfondo sessuale ed effettivi rapporti sessuali (Gen 20:6, 7; Pr 6:29). Paolo non scoraggia i rapporti sessuali all’interno del matrimonio, dato che raccomanda a mariti e mogli di dare al coniuge “ciò che [gli] è dovuto” (1Co 7:3-5; vedi approfondimento a 1Co 7:3). Perciò quando dice che “è meglio per l’uomo non toccare donna” non sta parlando a chi è sposato; dal contesto si comprende che sta parlando ai cristiani non sposati, ai quali suggerisce di rimanere single (1Co 7:6-9; confronta Mt 19:10-12).

chi pratica l’immoralità sessuale O “chi commette immoralità sessuale”. Questa espressione traduce il sostantivo greco pòrnos, affine al sostantivo pornèia (“immoralità sessuale”, 1Co 5:1) e al verbo pornèuo (“praticare l’immoralità sessuale”, 1Co 6:18). (Vedi Glossario, “immoralità sessuale”.) Sin dai tempi antichi Corinto era nota per lo stile di vita dissoluto dei suoi abitanti e per il culto della dea Afrodite, culto che promuoveva depravazione e immoralità. (Confronta approfondimento a 1Co 7:2.) Più avanti Paolo fa capire che alcuni cristiani di Corinto avevano avuto una vita immorale, ma erano cambiati e ora erano buone compagnie (1Co 6:11).

il dilagare dell’immoralità sessuale Questa espressione, che traduce il plurale del termine greco pornèia, descrive bene la situazione che c’era nell’antica Corinto. (Vedi approfondimento a 1Co 5:9.)

ciò che [...] è dovuto Lett. “debito”, “obbligo”. Il “debito” menzionato qui si riferisce ai rapporti sessuali che sono parte integrante del dono divino del matrimonio. Una persona sposata non dovrebbe negare intenzionalmente questo dono al coniuge, a meno che entrambi non siano d’accordo (1Co 7:5). Gesù contempla anche un’altra eccezione, ovvero l’infedeltà di uno dei due coniugi, che dà all’altro la possibilità di chiedere il divorzio (Mt 5:32; 19:9).

concessione O “cosa lecita”. Evidentemente in riferimento al consiglio che Paolo dà in 1Co 7:2.

come me Nel periodo in cui viaggiò come missionario Paolo non era sposato. La Bibbia non dice espressamente se lo sia mai stato. Alcune delle cose che scrisse, però, sembrano suggerire che fosse vedovo (1Co 7:8; 9:5).

siamo stati riconciliati con Dio Il verbo usato nel testo greco (katallàsso), presente due volte in questo versetto e due volte nel passo di 2Co 5:18, 19, ha fondamentalmente il significato di “cambiare”, “scambiare”. Col tempo assunse anche quello di “passare da un rapporto di ostilità a uno di amicizia”. Quando viene usato in riferimento al rapporto che l’uomo ha con Dio, trasmette il senso di ristabilire l’armonia o un rapporto d’amicizia. Paolo usò questo verbo parlando di una donna che doveva ‘riconciliarsi con il marito’ dal quale si era separata (1Co 7:11). Il verbo affine diallàssomai ricorre in Mt 5:24 nell’esortazione di Gesù a ‘fare pace con il proprio fratello’ prima di presentare un’offerta all’altare. (Vedi approfondimento a Mt 5:24.) L’umanità ha bisogno di essere riconciliata con Dio perché il primo uomo, Adamo, disubbidendo trasmise il peccato e l’imperfezione a tutti i suoi discendenti. Di conseguenza l’umanità è lontana da Dio, in una condizione di inimicizia con lui, visto che le sue stesse norme non gli consentono di condonare la trasgressione (Ro 5:12; 8:7, 8).

si riconcili Qui Paolo ricorre a un verbo composto (katallàsso) che ha fondamentalmente il significato di “scambiare”. Nelle Scritture Greche Cristiane questo verbo viene usato con il significato di “passare da un rapporto di ostilità a uno di amicizia” o “ristabilire l’armonia”. Forse Paolo l’ha usato in relazione al matrimonio per dare l’idea che è possibile passare da rapporti coniugali tesi a rapporti sereni, proprio come è possibile passare da un rapporto ostile con Dio a uno pacifico. (Vedi approfondimento a Ro 5:10.)

dico, io e non il Signore In questo capitolo Paolo fa più volte una distinzione tra il proprio parere o la propria opinione e le parole di Cristo. (Vedi anche i vv. 25, 40.) Sembra che stia umilmente ricordando ai suoi lettori che su determinati argomenti non è in grado di citare un esplicito insegnamento di Gesù Cristo. Può però esprimere la sua opinione di apostolo di Cristo che ha ricevuto lo spirito santo. Gesù aveva promesso che questo spirito avrebbe guidato i suoi discepoli “in tutta la verità” (Gv 16:13). I consigli di Paolo sono quindi ispirati da Dio e, come il resto delle Scritture, forniscono a tutti i cristiani indicazioni utili e autorevoli (2Tm 3:16).

moglie non credente In questo contesto l’espressione “non credente” non si riferisce a una moglie che non è religiosa, ma a una moglie che non ha fede in Gesù e non è dedicata a Geova. All’epoca di Paolo poteva essere una donna ebrea o un’adoratrice di divinità pagane.

non credente In questo contesto Paolo usa l’espressione “non credente” per riferirsi a chi non esercita fede nel riscatto di Gesù Cristo. Una persona del genere non si è separata dal mondo impuro e non è stata liberata dalla schiavitù del peccato. Magari conduce una vita onesta e virtuosa, ma questo di per sé non la rende santa, o pura, agli occhi di Dio (Gv 8:34-36; 2Co 6:17; Gc 4:4; vedi l’approfondimento è santificato in questo versetto).

è santificato Il verbo greco hagiàzo (che in questo versetto compare due volte ed è reso “è santificato” ed “è santificata”) e l’aggettivo affine hàgios (che significa “santo”) denotano la condizione di chi o di ciò che è riservato a Dio. Qualsiasi cosa santificata è santa, pura, appartata per il servizio reso a Dio (Mr 6:20; 2Co 7:1; 1Pt 1:15, 16; vedi Glossario, “santità, santo”). A godere di questa condizione pura agli occhi di Dio sono coloro che esercitano fede nel riscatto che lui ha provveduto tramite suo Figlio. (Vedi l’approfondimento non credente in questo versetto.)

santi Paolo non dice che l’unione matrimoniale di per sé renda santo il coniuge non credente; quest’ultimo infatti potrebbe commettere delle trasgressioni o essere dedito a pratiche impure. Paolo dice piuttosto che il coniuge non credente è santificato “in relazione” al coniuge credente. Dio perciò considera pura e onorevole la loro unione matrimoniale. Di conseguenza, grazie al coniuge credente, i figli piccoli nati da tale unione sono considerati santi, sotto la cura e la protezione di Dio, una posizione decisamente migliore rispetto a quella dei bambini che non hanno nemmeno un genitore credente.

separarsi Nell’originale greco qui viene usato il verbo chorìzo, lo stesso che compare in 1Co 7:10, 11.

ciascuno rimanga nella condizione che Geova gli ha dato Con “condizione” (o “parte”) ci si riferisce alle circostanze della vita in cui ogni cristiano si trova perché Geova lo ha voluto o permesso. Paolo incoraggia il cristiano a non preoccuparsi di cambiarle. Il termine greco reso “ciascuno” compare due volte nel testo originale di questo versetto, forse a sottolineare l’interesse che Dio mostra per ogni singolo cristiano. Benché qui la maggioranza dei manoscritti greci usi l’espressione ho Kỳrios (“il Signore”), ci sono valide ragioni per usare il nome divino nel testo principale. (Vedi App. C3 introduzione; 1Co 7:17.)

egli In riferimento a Dio. Antichi manoscritti greci leggono “Dio”, mentre altri manoscritti posteriori leggono “Signore”. Alcune traduzioni in ebraico delle Scritture Greche Cristiane (definite J7, 8, 10 nell’App. C4) riportano “Geova” in questo punto del versetto.

Non cerchi di cancellare la sua circoncisione Può darsi che Paolo alludesse a una pratica adottata da alcuni atleti ebrei che desideravano partecipare ai giochi ellenici, giochi in cui i corridori gareggiavano nudi. Per evitare di essere presi in giro e ridicolizzati, alcuni ebrei cercavano di “cancellare” la loro circoncisione mediante un intervento chirurgico che restituiva una parvenza di prepuzio. Dato che le discussioni sulla circoncisione stavano evidentemente creando divisioni nella congregazione di Corinto, Paolo esortò i cristiani a non cercare di cambiare la condizione in cui si trovavano quando erano stati chiamati, sia che fossero circoncisi o incirconcisi (1Co 7:17-20; Eb 13:17).

liberto [...] libero Un liberto (in greco apelèutheros) era uno schiavo che era stato affrancato, o liberato. Nelle Scritture il termine greco compare solo qui. Ma il concetto era ben noto ai corinti perché un gran numero di liberti aveva popolato la città quando era stata ricostruita dai romani. Alcuni liberti erano diventati cristiani. Altri cristiani non erano mai stati schiavi: erano liberi (in greco elèutheros) sin dalla nascita. Tuttavia, che fossero liberti o liberi, tutti i cristiani erano stati “comprati a caro prezzo” con il prezioso sangue di Gesù. Quindi, anche se non erano schiavi in senso fisico, erano comunque schiavi di Dio e di Gesù Cristo, tenuti a ubbidire ai loro comandi. Nella congregazione cristiana non c’era differenza fra uno schiavo, un liberto e un libero (1Co 7:23; Gal 3:28; Eb 2:14, 15; 1Pt 1:18, 19; 2:16; vedi Glossario, “libero, liberto”).

non sposate Lett. “vergini”. Nella Bibbia il termine greco parthènos, spesso reso “vergine”, denota “chi non ha mai avuto rapporti sessuali” e può riferirsi sia a uomini celibi che a donne nubili (Mt 25:1-12; Lu 1:27; 1Co 7:25, 36-38). In questo contesto, il termine originale sottolinea il fatto che le quattro figlie di Filippo non si erano mai sposate.

dico, io e non il Signore In questo capitolo Paolo fa più volte una distinzione tra il proprio parere o la propria opinione e le parole di Cristo. (Vedi anche i vv. 25, 40.) Sembra che stia umilmente ricordando ai suoi lettori che su determinati argomenti non è in grado di citare un esplicito insegnamento di Gesù Cristo. Può però esprimere la sua opinione di apostolo di Cristo che ha ricevuto lo spirito santo. Gesù aveva promesso che questo spirito avrebbe guidato i suoi discepoli “in tutta la verità” (Gv 16:13). I consigli di Paolo sono quindi ispirati da Dio e, come il resto delle Scritture, forniscono a tutti i cristiani indicazioni utili e autorevoli (2Tm 3:16).

quelli che sono vergini O “quelli che non si sono mai sposati”. Il termine greco parthènos, spesso reso “vergine”, si riferisce a chi non ha mai avuto rapporti sessuali e, sia nel suo significato letterale che nel suo significato figurato, può riferirsi tanto a uomini quanto a donne (Mt 25:1-12; Lu 1:27; Ri 14:4; vedi approfondimento a At 21:9). Comunque, i versetti che seguono (1Co 7:32-35) si applicano in modo più ampio non solo a chi è vergine ma anche a chi è stato sposato ma ora non lo è più.

esprimo la mia opinione Qui Paolo esprime la sua opinione personale riguardo all’essere sposati e all’essere single. Non condanna né proibisce il matrimonio, ma sotto ispirazione evidenzia i vantaggi che i single possono avere nel servire il Signore. (Vedi approfondimento a 1Co 7:12.)

quelli che sono vergini O “quelli che non si sono mai sposati”. Il termine greco parthènos, spesso reso “vergine”, si riferisce a chi non ha mai avuto rapporti sessuali e, sia nel suo significato letterale che nel suo significato figurato, può riferirsi tanto a uomini quanto a donne (Mt 25:1-12; Lu 1:27; Ri 14:4; vedi approfondimento a At 21:9). Comunque, i versetti che seguono (1Co 7:32-35) si applicano in modo più ampio non solo a chi è vergine ma anche a chi è stato sposato ma ora non lo è più.

nessuno Nell’espressione originale, che potrebbe essere letteralmente tradotta “nessuna carne”, compare il termine greco sàrx, che qui si riferisce a un essere umano, un essere vivente in carne e ossa. (Vedi approfondimenti a Gv 3:6; 17:2.)

prove O “difficoltà”, “tribolazioni”. Il termine greco qui usato si riferisce fondamentalmente agli affanni o alle sofferenze provocate dalla pressione delle circostanze. È spesso usato in riferimento alle sofferenze causate dalla persecuzione (Mt 24:9; At 11:19; 20:23; 2Co 1:8; Eb 10:33; Ri 1:9). Potrebbe includere prigionia e morte a motivo della propria integrità (Ri 2:10). Comunque prove di vario genere e grado possono derivare anche da carestie (At 7:11, dove il termine greco è reso “tribolazione”), da povertà e avversità comuni a orfani e vedove (Gc 1:27, dove il termine greco è reso “sofferenze”), e persino da matrimonio e vita familiare (1Co 7:28, dove il termine greco è reso “difficoltà”).

una persona vergine Vedi approfondimento a 1Co 7:25.

difficoltà nella vita Lett. “tribolazione nella carne”. Il termine greco qui reso “difficoltà” si riferisce fondamentalmente agli affanni o alle sofferenze provocate dalla pressione delle circostanze. Potrebbe anche essere tradotto “problemi”. Il termine greco qui reso “vita” è alla lettera “carne”, e spesso si riferisce a un essere umano. (Vedi approfondimento a Ro 3:20.) In questo contesto l’espressione originale “tribolazione nella carne” si riferisce ai problemi e alle preoccupazioni comuni a una coppia sposata, che è “una sola carne” agli occhi di Dio (Mt 19:6). Questa “tribolazione” legata al matrimonio e alla vita familiare potrebbe riguardare malattie, problemi economici e, per i cristiani, persecuzione. (Vedi approfondimento a 2Co 1:4.)

mondo Il termine greco kòsmos qui si riferisce all’umanità. In questo contesto, l’espressione venire nel mondo sembra riferirsi principalmente non alla nascita letterale di Gesù ma al momento in cui ‘venne’ fra gli uomini in occasione del battesimo. Una volta battezzato, Gesù svolse il ministero che gli era stato affidato portando luce nel mondo, all’umanità. (Confronta Gv 3:17, 19; 6:14; 9:39; 10:36; 11:27; 12:46; 1Gv 4:9.)

il mondo venne all’esistenza tramite lui Qui il termine greco kòsmos (“mondo”) si riferisce all’umanità, come si evince dal seguito del versetto: il mondo non l’ha riconosciuto. Questo termine era a volte utilizzato negli scritti secolari in relazione all’universo e al creato in generale; l’apostolo Paolo potrebbe averlo usato con questa accezione quando si rivolse a un uditorio di greci (At 17:24). Comunque, nelle Scritture Greche Cristiane il termine si riferisce generalmente all’umanità o a una sua parte. Anche se Gesù partecipò alla realizzazione di tutte le cose, inclusi i cieli, la terra e tutto ciò che si trova su di essa, questo versetto si concentra sul ruolo che ebbe nel portare all’esistenza l’umanità (Gen 1:26; Gv 1:3; Col 1:15-17).

mondo Nella letteratura greca e in particolare nella Bibbia la parola greca kòsmos è strettamente legata al genere umano. (Vedi approfondimento a Gv 1:10.) In questo contesto kòsmos si riferisce all’intera umanità degna di redenzione, che in Gv 1:29 è descritta come macchiata dal “peccato”, il peccato ereditato da Adamo.

il mondo intero Il termine greco kòsmos, il più delle volte tradotto “mondo”, porta in sé il significato fondamentale di “ordine” e dà l’idea di un qualcosa di organizzato. Nella letteratura greca sembra riferirsi al mondo degli uomini, all’umanità, ed è con questo senso che è usato spesso nelle Scritture Greche Cristiane. (Vedi approfondimenti a Gv 1:9, 10; 3:16.) Tuttavia kòsmos non è un semplice sinonimo di umanità. Per come è usato nella Bibbia, conserva il suo significato originale legato all’idea di ordine, dato che la società umana, essendo costituita da molteplici culture, tribù, nazioni e sistemi economici, riflette una certa struttura organizzata (1Gv 3:17; Ri 7:9; 14:6). Ed è questo il senso che il termine “mondo” ha qui e in altri contesti. Lungo il corso dei secoli, man mano che la popolazione è aumentata, è cresciuta per dimensioni e complessità anche la struttura della società umana. (Vedi approfondimento a Gv 16:21.)

fanno uso del mondo In molti versetti il termine greco reso “mondo” (kòsmos) si riferisce principalmente all’umanità. (Vedi approfondimenti a Gv 1:9, 10; 3:16.) In questo contesto, comunque, “mondo” si riferisce in senso più ampio alla struttura in cui si inserisce la vita dell’uomo, l’ordine delle cose in cui gli esseri umani svolgono la loro vita e all’interno del quale opera la società umana. Comprende tutto ciò che ha attinenza con il sistema economico del mondo, come vitto, alloggio e vestiario. (Vedi approfondimento a Lu 9:25.) Un modo in cui i cristiani “fanno uso” del mondo è quello di provvedere il necessario in senso materiale per sé e per la propria famiglia. Evitano però di farne pieno uso, ovvero non lasciano che diventi la cosa più importante della loro vita.

la scena di questo mondo cambia Il termine greco qui reso “scena” si riferisce alla “forma” o all’“aspetto” di qualcosa, in questo caso al mondo “nel suo particolare aspetto”. Forse Paolo, rifacendosi al teatro dei suoi giorni, paragona questo mondo a un palcoscenico in cui le scene cambiano e su cui gli attori vanno e vengono. Questa espressione potrebbe anche sottintendere che il mondo così com’è, nella sua forma o struttura attuale, “passa” (1Gv 2:17).

smettete di essere ansiosi O “smettete di preoccuparvi”. Il tempo del verbo greco qui presente costruito con la negazione esprime l’ordine di interrompere un’azione che è già iniziata. Il verbo può riferirsi alle preoccupazioni che affollano la mente di una persona e la distraggono al punto di farle perdere la gioia. Lo stesso verbo compare in Mt 6:27, 28, 31, 34.

smettete di essere ansiosi O “smettete di preoccuparvi”. Il tempo del verbo greco qui presente costruito con la negazione esprime l’ordine di interrompere un’azione che è già iniziata. Il verbo (merimnào) può riferirsi alle preoccupazioni che affollano la mente di una persona e la distraggono al punto di farle perdere la gioia. Lo stesso verbo compare anche in Lu 12:11, 25, 26, ed è usato da Paolo in 1Co 7:32-34 e Flp 4:6. (Vedi approfondimento a Mt 6:25.)

cose del mondo Qui il termine greco reso “mondo” (kòsmos) si riferisce alla sfera della vita umana e alla struttura all’interno della quale questa si svolge. Le “cose del mondo” includono le attività non spirituali che riguardano la vita umana, necessarie per avere ad esempio vitto, alloggio e vestiario. In questo contesto, comunque, Paolo non si riferisce alle cose del mondo ingiusto che i cristiani si sforzano di evitare, come quelle menzionate in 1Gv 2:15-17. (Vedi approfondimento a 1Co 7:32.)

si preoccupa Il significato del verbo greco qui usato (merimnào) dipende dal contesto. In questo versetto ha una sfumatura positiva e trasmette l’idea di provare il forte desiderio di dedicarsi ad attività spirituali in modo da piacere al Signore. Nei versetti successivi è usato in riferimento ai mariti e alle mogli che si preoccupano del benessere emotivo, fisico e materiale del coniuge (1Co 7:33, 34). In base a 1Co 12:25, i componenti della congregazione esprimono questo tipo di preoccupazione prendendosi cura gli uni degli altri. In altri contesti, invece, lo stesso verbo greco può riferirsi alle preoccupazioni che affollano la mente di una persona e la distraggono al punto di farle perdere la gioia (Mt 6:25, 27, 28, 31, 34; Lu 12:11, 22, 25, 26; vedi approfondimenti a Mt 6:25; Lu 12:22).

cose del Signore In riferimento a tutto ciò che favorisce gli interessi del Figlio di Dio e di suo Padre, Geova. Queste cose riguardano essenzialmente la vita, l’adorazione e il ministero del cristiano (Mt 4:10; Ro 14:8; 2Co 2:17; 3:5, 6; 4:1; vedi approfondimento a 1Co 7:33).

cose del Signore In riferimento a tutto ciò che favorisce gli interessi del Figlio di Dio e di suo Padre, Geova. Queste cose riguardano essenzialmente la vita, l’adorazione e il ministero del cristiano (Mt 4:10; Ro 14:8; 2Co 2:17; 3:5, 6; 4:1; vedi approfondimento a 1Co 7:33).

cose del mondo Qui il termine greco reso “mondo” (kòsmos) si riferisce alla sfera della vita umana e alla struttura all’interno della quale questa si svolge. Le “cose del mondo” includono le attività non spirituali che riguardano la vita umana, necessarie per avere ad esempio vitto, alloggio e vestiario. In questo contesto, comunque, Paolo non si riferisce alle cose del mondo ingiusto che i cristiani si sforzano di evitare, come quelle menzionate in 1Gv 2:15-17. (Vedi approfondimento a 1Co 7:32.)

per imporvi delle restrizioni Lett. “affinché io getti un laccio su di voi”. Quando era usata in senso letterale, l’espressione originale poteva riferirsi al mettere un laccio o una corda al collo di un animale per catturarlo o limitarne la libertà. Era usata anche in riferimento al mettere in prigione qualcuno. In questo contesto viene utilizzata in senso figurato per trasmettere l’idea di imporre delle restrizioni a qualcuno oppure controllarne il modo di agire. Nel dare consigli sul matrimonio e sull’essere single (1Co 7:25-34), Paolo non vuole limitare la libertà dei cristiani di Corinto; cerca piuttosto di aiutarli affinché possano dedicarsi al Signore “senza distrazioni”.

se qualcuno che non è sposato pensa di non comportarsi decentemente O “se qualcuno pensa di comportarsi indebitamente verso la sua verginità”. Il termine parthènos che compare nell’originale è spesso reso “vergine”. In questo contesto, però, non si riferisce a una persona che è vergine o non sposata, ma alla verginità di una persona, ovvero al suo essere non sposata e vergine. Nei versetti precedenti Paolo si è espresso in favore del rimanere single, e qui sta continuando il suo ragionamento.

ha passato il fiore della giovinezza Questa espressione traduce il termine greco hypèrakmos, composto dalle parole hypèr, che significa “oltre”, e akmè, che significa “il culmine” o “il punto più alto”. Questa seconda parola era spesso usata per indicare la fioritura della vegetazione. Qui “il fiore della giovinezza” sembra riferirsi al periodo in cui un ragazzo (o una ragazza) raggiunge la maturità fisica ed è in grado di procreare. I cambiamenti che si verificano a livello fisico, però, sono spesso accompagnati da forti impulsi ed emozioni che offuscano la capacità di giudizio. Nel contesto Paolo sta parlando dei vantaggi del rimanere single. In questo versetto intende dire che, nel periodo in cui un ragazzo (o una ragazza) ha raggiunto la maturità fisica ma sta ancora crescendo dal punto di vista emotivo e spirituale, sarebbe meglio che coltivasse l’autocontrollo piuttosto che avere fretta di sposarsi.

se qualcuno che non è sposato pensa di non comportarsi decentemente O “se qualcuno pensa di comportarsi indebitamente verso la sua verginità”. Il termine parthènos che compare nell’originale è spesso reso “vergine”. In questo contesto, però, non si riferisce a una persona che è vergine o non sposata, ma alla verginità di una persona, ovvero al suo essere non sposata e vergine. Nei versetti precedenti Paolo si è espresso in favore del rimanere single, e qui sta continuando il suo ragionamento.

non sposarsi O “mantenere la propria verginità”. Qui nell’originale compare il termine parthènos. Come spiega l’approfondimento a 1Co 7:36, in questo contesto parthènos non si riferisce a una persona che è vergine o non sposata, ma alla verginità di una persona, ovvero al suo essere non sposata e vergine. Questo è in armonia con il contesto, visto che Paolo sta parlando dei vantaggi del rimanere single (1Co 7:32-35).

se qualcuno che non è sposato pensa di non comportarsi decentemente O “se qualcuno pensa di comportarsi indebitamente verso la sua verginità”. Il termine parthènos che compare nell’originale è spesso reso “vergine”. In questo contesto, però, non si riferisce a una persona che è vergine o non sposata, ma alla verginità di una persona, ovvero al suo essere non sposata e vergine. Nei versetti precedenti Paolo si è espresso in favore del rimanere single, e qui sta continuando il suo ragionamento.

non sposarsi O “mantenere la propria verginità”. Qui nell’originale compare il termine parthènos. Come spiega l’approfondimento a 1Co 7:36, in questo contesto parthènos non si riferisce a una persona che è vergine o non sposata, ma alla verginità di una persona, ovvero al suo essere non sposata e vergine. Questo è in armonia con il contesto, visto che Paolo sta parlando dei vantaggi del rimanere single (1Co 7:32-35).

si sposa O “dà la sua verginità in matrimonio”. (Vedi approfondimenti a 1Co 7:36, 37.)

solo nel Signore O “solo uno che crede nel Signore”, “solo se lui è unito al Signore”, cioè solo un compagno di fede cristiano. Questa norma ispirata si applica a tutti i cristiani. Paolo usa l’espressione “nel Signore” anche in Ro 16:8-11 parlando di altri compagni di fede e in Col 4:7 insieme alle espressioni “amato fratello”, “fedele ministro” e “compagno di schiavitù”. È chiaro quindi che qui si riferisce a un compagno di fede. I cristiani con un retaggio ebraico conoscevano la Legge che Dio aveva dato agli israeliti, dove già si diceva di non “contrarre matrimoni misti” con persone delle nazioni pagane circostanti. Geova aveva messo in guardia Israele aggiungendo: “Farebbero allontanare i tuoi figli dal seguirmi per servire altri dèi” (De 7:3, 4). In epoca cristiana, quindi, sposarsi “solo nel Signore” significava sposare solo qualcuno che adorava Geova ed era un discepolo di Cristo.

Signore In questo contesto l’appellativo “Signore” si può riferire a Gesù Cristo o a Geova Dio.

esprimo la mia opinione Qui Paolo esprime la sua opinione personale riguardo all’essere sposati e all’essere single. Non condanna né proibisce il matrimonio, ma sotto ispirazione evidenzia i vantaggi che i single possono avere nel servire il Signore. (Vedi approfondimento a 1Co 7:12.)

a mio parere Vedi approfondimento a 1Co 7:25.

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