Prima lettera ai Corinti 11:1-34

11  Imitate il mio esempio, come anch’io imito quello di Cristo.+  Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e vi attenete alle tradizioni come ve le ho trasmesse.+  Voglio però che sappiate che il capo di ogni uomo è il Cristo,+ il capo della donna è l’uomo+ e il capo del Cristo è Dio.+  Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto disonora il suo capo;  ma ogni donna che prega o profetizza+ con il capo scoperto disonora il suo capo, perché è esattamente come se fosse rasata.  Se dunque una donna non si copre il capo, si tagli i capelli; ma se per una donna è vergognoso tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.  L’uomo non deve coprirsi il capo, visto che è immagine+ e gloria di Dio, ma la donna è gloria dell’uomo.  Infatti l’uomo non è venuto dalla donna, mentre la donna è venuta dall’uomo;+  per di più l’uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo.+ 10  Perciò la donna deve avere sul capo un segno di autorità, a motivo degli angeli.+ 11  Tuttavia, nel Signore, la donna non esiste senza l’uomo né l’uomo senza la donna. 12  Come infatti la donna viene dall’uomo,+ così anche l’uomo viene all’esistenza per mezzo della donna; ogni cosa poi viene da Dio.+ 13  Giudicate voi stessi: è appropriato che una donna preghi Dio con il capo scoperto? 14  Non è la natura stessa a insegnarvi che per l’uomo avere i capelli lunghi è un disonore 15  mentre per la donna avere i capelli lunghi è un onore? Infatti i capelli le sono dati perché le facciano da velo. 16  Comunque, se qualcuno vuole polemizzare perché sostiene qualche altra usanza, noi non ne abbiamo nessun’altra, e neppure ce l’hanno le congregazioni di Dio. 17  Ma nel darvi queste istruzioni non vi lodo, perché non è a vostro beneficio che vi riunite, ma a vostro danno. 18  Innanzitutto sento dire che, quando vi riunite nella congregazione, tra voi ci sono divisioni;+ e in parte lo credo. 19  Infatti tra voi ci saranno certamente anche delle sette,+ affinché risulti evidente chi di voi è approvato.+ 20  Quando vi riunite in uno stesso luogo, non lo fate veramente per mangiare la Cena del Signore.+ 21  Infatti, quando la mangiate, ognuno consuma prima la propria cena; e uno ha fame mentre l’altro è ubriaco. 22  Non avete delle case in cui mangiare e bere? O disprezzate la congregazione di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla? Cosa posso dirvi? Posso lodarvi? In questo non vi lodo. 23  Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: nella notte+ in cui sarebbe stato tradito, il Signore Gesù prese un pane 24  e, dopo aver reso grazie a Dio, lo spezzò e disse: “Questo rappresenta il mio corpo,+ che dev’essere dato in vostro favore. Continuate a far questo in mio ricordo”.+ 25  Fece lo stesso con il calice+ alla conclusione della cena, dicendo: “Questo calice rappresenta il nuovo patto+ basato sul mio sangue.+ Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in mio ricordo”.+ 26  Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete questo calice, voi proclamate la morte del Signore,+ finché lui non verrà. 27  Quindi chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28  Un uomo prima si esamini e si accerti di essere degno+ e poi mangi il pane e beva il calice, 29  perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo mangia e beve un giudizio contro sé stesso. 30  È per questo che molti di voi sono deboli e malati e parecchi dormono nella morte.+ 31  Ma se ci esaminassimo, non saremmo giudicati. 32  Comunque, quando veniamo giudicati, veniamo disciplinati da Geova+ in modo da non essere condannati con il mondo.+ 33  Quindi, fratelli miei, quando vi riunite per questa cena, aspettatevi gli uni gli altri. 34  Se qualcuno ha fame mangi a casa, affinché quando vi riunite non sia per un giudizio.+ Quanto alle altre questioni, le risolverò quando verrò.

Note in calce

Approfondimenti

tradizioni Il termine greco paràdosis, qui reso “tradizioni”, si riferisce a informazioni, istruzioni o consuetudini tramandate e trasmesse ad altri affinché ne tengano conto. Nelle Scritture Greche Cristiane a volte viene usato in senso positivo per indicare tradizioni riguardanti particolari aspetti della vera adorazione (2Ts 2:15; 3:6). Per esempio, le informazioni che l’apostolo Paolo aveva ricevuto in merito alla celebrazione della Cena del Signore potevano essere giustamente trasmesse alle congregazioni perché considerate valida tradizione cristiana (1Co 11:23). Lo stesso termine greco spesso viene usato in senso negativo per riferirsi a tradizioni errate oppure a tradizioni rispettate o osservate in modo deleterio e discutibile (Mt 15:2, 3; Mr 7:3, 5, 13; Col 2:8).

un segno di autorità In questo capitolo Paolo dà indicazioni in merito al principio dell’autorità (1Co 11:3). Qui dice che, quando una donna cristiana prega o profetizza nella congregazione, deve indossare un copricapo. Lo definisce “un segno di autorità” perché è una prova visibile, anche agli occhi degli angeli, che la donna riconosce il fatto che Dio ha assegnato agli uomini l’incarico di guidare la congregazione. Indossando un copricapo in alcune situazioni, le donne dimostrano di sottomettersi di buon grado all’“autorità” all’interno della congregazione (1Co 11:4-6; vedi approfondimenti a 1Co 11:5, 15).

i capelli le sono dati perché le facciano da velo La parola greca peribòlaion, resa “velo”, compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Si riferisce a qualcosa che ci si avvolge intorno, per esempio uno scialle che copre la testa e le spalle. Sia tra gli ebrei che tra i greci la lunghezza dei capelli permetteva di capire immediatamente il sesso di una persona. Inoltre la testa rasata e i capelli corti erano associati alle schiave e forse a donne colte in flagrante adulterio. (Vedi approfondimento a 1Co 11:5.) I capelli lunghi delle donne sottolineavano in modo naturale la loro sottomissione all’autorità (1Co 11:3). Una donna che indossava un qualunque tipo di copricapo come “segno di autorità” quando pregava o profetizzava nella congregazione cristiana dimostrava a tutti, angeli compresi, che riconosceva il principio dell’autorità (1Co 11:3-16; vedi approfondimento a 1Co 11:10).

i capelli le sono dati perché le facciano da velo La parola greca peribòlaion, resa “velo”, compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Si riferisce a qualcosa che ci si avvolge intorno, per esempio uno scialle che copre la testa e le spalle. Sia tra gli ebrei che tra i greci la lunghezza dei capelli permetteva di capire immediatamente il sesso di una persona. Inoltre la testa rasata e i capelli corti erano associati alle schiave e forse a donne colte in flagrante adulterio. (Vedi approfondimento a 1Co 11:5.) I capelli lunghi delle donne sottolineavano in modo naturale la loro sottomissione all’autorità (1Co 11:3). Una donna che indossava un qualunque tipo di copricapo come “segno di autorità” quando pregava o profetizzava nella congregazione cristiana dimostrava a tutti, angeli compresi, che riconosceva il principio dell’autorità (1Co 11:3-16; vedi approfondimento a 1Co 11:10).

capo scoperto O “capo non velato”. Nella società ebraica e in parte nel mondo classico, il fatto che la donna usasse un copricapo o un velo in pubblico era considerato da molti indice di modestia. In base a quello che Paolo dice in questo capitolo, anche le donne cristiane del I secolo si coprivano la testa. Sembra però che alcune donne, tra cui maghe e sacerdotesse di vari culti, quando asserivano di parlare sotto l’influsso di un potere soprannaturale, si togliessero il velo e lasciassero i capelli sciolti. Fare una cosa del genere nella congregazione cristiana avrebbe rivelato una mancanza di rispetto per quanto Geova aveva stabilito in materia di autorità e sottomissione. Forse è per questo motivo che Paolo diede ai cristiani di Corinto dei consigli sull’argomento (1Co 11:3-10; vedi approfondimenti a 1Co 11:10, 15).

come se fosse rasata Stando a quanto dice qui Paolo, per una donna avere la testa rasata o i capelli tagliati corti era una vergogna. Questo probabilmente dipendeva dal fatto che la testa rasata di solito era associata solo alle schiave e forse alle donne che venivano colte in flagrante adulterio. Inoltre le Scritture Ebraiche parlano di donne la cui “bella acconciatura” era stata sostituita dalla “calvizie”, un segno di lutto (Isa 3:24). Anche se non si conoscono con precisione i dettagli, Paolo paragona la vergogna che una donna avrebbe provato in un caso del genere a quella di una donna che nella congregazione cristiana avesse pregato o profetizzato con il capo scoperto: sarebbe stato disonorevole come avere la testa completamente rasata e avrebbe rivelato una mancanza di rispetto per il principio dell’autorità stabilito da Dio (1Co 11:3-10; vedi approfondimento a 1Co 11:15).

capo scoperto O “capo non velato”. Nella società ebraica e in parte nel mondo classico, il fatto che la donna usasse un copricapo o un velo in pubblico era considerato da molti indice di modestia. In base a quello che Paolo dice in questo capitolo, anche le donne cristiane del I secolo si coprivano la testa. Sembra però che alcune donne, tra cui maghe e sacerdotesse di vari culti, quando asserivano di parlare sotto l’influsso di un potere soprannaturale, si togliessero il velo e lasciassero i capelli sciolti. Fare una cosa del genere nella congregazione cristiana avrebbe rivelato una mancanza di rispetto per quanto Geova aveva stabilito in materia di autorità e sottomissione. Forse è per questo motivo che Paolo diede ai cristiani di Corinto dei consigli sull’argomento (1Co 11:3-10; vedi approfondimenti a 1Co 11:10, 15).

come se fosse rasata Stando a quanto dice qui Paolo, per una donna avere la testa rasata o i capelli tagliati corti era una vergogna. Questo probabilmente dipendeva dal fatto che la testa rasata di solito era associata solo alle schiave e forse alle donne che venivano colte in flagrante adulterio. Inoltre le Scritture Ebraiche parlano di donne la cui “bella acconciatura” era stata sostituita dalla “calvizie”, un segno di lutto (Isa 3:24). Anche se non si conoscono con precisione i dettagli, Paolo paragona la vergogna che una donna avrebbe provato in un caso del genere a quella di una donna che nella congregazione cristiana avesse pregato o profetizzato con il capo scoperto: sarebbe stato disonorevole come avere la testa completamente rasata e avrebbe rivelato una mancanza di rispetto per il principio dell’autorità stabilito da Dio (1Co 11:3-10; vedi approfondimento a 1Co 11:15).

i capelli le sono dati perché le facciano da velo La parola greca peribòlaion, resa “velo”, compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Si riferisce a qualcosa che ci si avvolge intorno, per esempio uno scialle che copre la testa e le spalle. Sia tra gli ebrei che tra i greci la lunghezza dei capelli permetteva di capire immediatamente il sesso di una persona. Inoltre la testa rasata e i capelli corti erano associati alle schiave e forse a donne colte in flagrante adulterio. (Vedi approfondimento a 1Co 11:5.) I capelli lunghi delle donne sottolineavano in modo naturale la loro sottomissione all’autorità (1Co 11:3). Una donna che indossava un qualunque tipo di copricapo come “segno di autorità” quando pregava o profetizzava nella congregazione cristiana dimostrava a tutti, angeli compresi, che riconosceva il principio dell’autorità (1Co 11:3-16; vedi approfondimento a 1Co 11:10).

un segno di autorità In questo capitolo Paolo dà indicazioni in merito al principio dell’autorità (1Co 11:3). Qui dice che, quando una donna cristiana prega o profetizza nella congregazione, deve indossare un copricapo. Lo definisce “un segno di autorità” perché è una prova visibile, anche agli occhi degli angeli, che la donna riconosce il fatto che Dio ha assegnato agli uomini l’incarico di guidare la congregazione. Indossando un copricapo in alcune situazioni, le donne dimostrano di sottomettersi di buon grado all’“autorità” all’interno della congregazione (1Co 11:4-6; vedi approfondimenti a 1Co 11:5, 15).

come se fosse rasata Stando a quanto dice qui Paolo, per una donna avere la testa rasata o i capelli tagliati corti era una vergogna. Questo probabilmente dipendeva dal fatto che la testa rasata di solito era associata solo alle schiave e forse alle donne che venivano colte in flagrante adulterio. Inoltre le Scritture Ebraiche parlano di donne la cui “bella acconciatura” era stata sostituita dalla “calvizie”, un segno di lutto (Isa 3:24). Anche se non si conoscono con precisione i dettagli, Paolo paragona la vergogna che una donna avrebbe provato in un caso del genere a quella di una donna che nella congregazione cristiana avesse pregato o profetizzato con il capo scoperto: sarebbe stato disonorevole come avere la testa completamente rasata e avrebbe rivelato una mancanza di rispetto per il principio dell’autorità stabilito da Dio (1Co 11:3-10; vedi approfondimento a 1Co 11:15).

un segno di autorità In questo capitolo Paolo dà indicazioni in merito al principio dell’autorità (1Co 11:3). Qui dice che, quando una donna cristiana prega o profetizza nella congregazione, deve indossare un copricapo. Lo definisce “un segno di autorità” perché è una prova visibile, anche agli occhi degli angeli, che la donna riconosce il fatto che Dio ha assegnato agli uomini l’incarico di guidare la congregazione. Indossando un copricapo in alcune situazioni, le donne dimostrano di sottomettersi di buon grado all’“autorità” all’interno della congregazione (1Co 11:4-6; vedi approfondimenti a 1Co 11:5, 15).

i capelli le sono dati perché le facciano da velo La parola greca peribòlaion, resa “velo”, compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane. Si riferisce a qualcosa che ci si avvolge intorno, per esempio uno scialle che copre la testa e le spalle. Sia tra gli ebrei che tra i greci la lunghezza dei capelli permetteva di capire immediatamente il sesso di una persona. Inoltre la testa rasata e i capelli corti erano associati alle schiave e forse a donne colte in flagrante adulterio. (Vedi approfondimento a 1Co 11:5.) I capelli lunghi delle donne sottolineavano in modo naturale la loro sottomissione all’autorità (1Co 11:3). Una donna che indossava un qualunque tipo di copricapo come “segno di autorità” quando pregava o profetizzava nella congregazione cristiana dimostrava a tutti, angeli compresi, che riconosceva il principio dell’autorità (1Co 11:3-16; vedi approfondimento a 1Co 11:10).

divisioni O “scissioni”, “scismi”. Gesù pregò che fra i suoi discepoli ci fosse unità (Gv 17:20-23). Anche a Paolo premeva molto l’unità della congregazione cristiana. All’epoca della prima lettera ispirata che scrisse ai corinti (ca. 55) nella congregazione si erano formate delle divisioni. Alcuni vedevano in Apollo il loro capo, mentre altri preferivano Paolo o Pietro oppure seguivano esclusivamente Cristo (1Co 1:11, 12). Paolo consigliò di non dare eccessiva importanza agli uomini, che non erano altro che ministri al servizio di Dio e di Cristo (1Co 3:4-9, 21-23; 4:6, 7). Nella sua prima lettera ai Corinti usò tre volte il termine greco schìsma, qui reso “divisioni” (1Co 1:10; 11:18; 12:25).

setta Il sostantivo greco reso “setta” (hàiresis, da cui l’italiano “eresia”) probabilmente significava in origine “scelta”. Il termine è utilizzato in questo senso in Le 22:18 nella Settanta, in riferimento ai doni che gli israeliti facevano volontariamente, cioè per scelta. Nelle Scritture Greche Cristiane questa parola si riferisce a un gruppo di persone che sostengono punti di vista o dottrine peculiari. È usata a proposito degli aderenti ai due rami principali del giudaismo, rappresentati da farisei e sadducei (At 5:17; 15:5; 26:5). I non cristiani definirono il cristianesimo una “setta” o la “setta dei nazareni”, forse considerandolo una deviazione dal giudaismo (At 24:5, 14; 28:22). Il termine hàiresis era anche utilizzato per descrivere gruppi che si svilupparono all’interno della congregazione cristiana. Gesù diede grande rilievo al valore dell’unità e pregò che potesse regnare fra i suoi discepoli (Gv 17:21); quanto agli apostoli, si impegnarono per preservarla nella congregazione cristiana (1Co 1:10; Gda 17-19). Se i membri della congregazione si fossero separati in gruppi o in fazioni, avrebbero mandato in frantumi quell’unità. Perciò, essendo usata per designare tali gruppi, la parola hàiresis acquisì il significato negativo di fazione, gruppo divisivo, setta. Una divergenza dottrinale poteva dare origine a violente dispute, dissensi e anche ostilità. (Confronta At 23:7-10.) Le sette, considerate “opere della carne”, andavano quindi evitate (Gal 5:19-21; 1Co 11:19; 2Pt 2:1).

tra voi ci saranno […] delle sette Come si legge nel versetto precedente, Paolo ha sentito dire che nella congregazione di Corinto “ci sono divisioni”. Qui sottolinea che l’esistenza stessa di queste fazioni renderà chiaro chi è approvato da Dio. Infatti coloro che evitano questi gruppi divisivi e fanno umilmente quello che possono per promuovere amore e unità si distingueranno per la loro fedeltà, dimostrando così di essere cristiani genuini mossi da motivi puri. È in questo senso che sette e divisioni permetteranno di identificare chi ha l’approvazione di Dio. (Per una trattazione del termine “setta”, vedi approfondimento a At 24:5.)

la Cena del Signore Questa espressione, che compare solo qui nelle Scritture Greche Cristiane, si riferisce alla celebrazione che il Signore Gesù Cristo istituì prima della sua morte il 14 nisan. Durante la Cena del Signore vengono utilizzati pane azzimo e vino, simboli del corpo e del sangue di Cristo. Matteo e Giovanni, che parteciparono alla prima celebrazione, misero per iscritto gli eventi che si verificarono in quell’occasione (Mt 26:17-30; Gv 13:1-38). Marco e Luca, pur non essendo presenti, aggiunsero altri particolari (Mr 14:17-26; Lu 22:7-39). Dando istruzioni alla congregazione di Corinto, Paolo fa luce su ulteriori aspetti relativi a questa celebrazione (1Co 10:16-22; 11:20-34). Stando al resoconto di Luca e di Paolo, Gesù disse ai discepoli: “Continuate a far questo in mio ricordo” (Lu 22:19; 1Co 11:24, 25). Altre traduzioni usano espressioni come “in rammemorazione di me” (Diodati) e “in memoria di me” (CEI). Per questo motivo la Cena del Signore è anche appropriatamente chiamata Commemorazione. Il suo obiettivo è quello di commemorare la morte di Gesù, l’unico evento che le Scritture comandano ai cristiani di celebrare.

uno ha fame mentre l’altro è ubriaco Paolo rimprovera i cristiani di Corinto perché non celebravano questa occasione sacra in modo dignitoso e tra loro non c’era unità. Alcuni portavano con sé la cena e la mangiavano prima o durante l’adunanza. Tra questi c’erano alcuni che bevevano al punto di ubriacarsi. Altri non avevano la cena ed erano affamati, e si vergognavano in presenza di quelli che avevano cibo in abbondanza. Non essendo del tutto lucidi o concentrati, quei cristiani non erano nella condizione di partecipare alla Cena del Signore o di apprezzarne il valore.

ho ricevuto dal Signore Paolo non era con Gesù e gli 11 apostoli il 14 nisan del 33, quando fu istituita la Cena del Signore. Perciò a quanto pare le informazioni che dà ora deve averle ricevute dal Signore direttamente o mediante una rivelazione ispirata. Anche se qui qualche traduzione usa il nome divino, in questo contesto il termine greco Kỳrios (“Signore”) sembra riferirsi al Signore Gesù Cristo.

rappresenta La parola greca estìn (che letteralmente significa “è”) qui ha il senso di “rappresenta”, “significa”, “simboleggia”. Questo significato era chiaro agli apostoli, dato che in quella circostanza davanti a loro c’erano sia Gesù con il suo corpo perfetto sia il pane azzimo che stavano per mangiare. Quindi quel pane non poteva essere il suo corpo letterale. È degno di nota che la stessa parola greca è presente in Mt 12:7, dove è resa “significa” in molte traduzioni bibliche.

rappresenta Vedi approfondimento a Mt 26:26.

venire Si tratta del primo degli otto casi in cui è menzionata la venuta di Gesù nei capitoli 24 e 25 di Matteo (Mt 24:42, 44, 46; 25:10, 19, 27, 31). In tutti questi casi ricorre il verbo greco èrchomai (“venire”), coniugato in varie forme. Il termine è qui usato con il senso di rivolgere l’attenzione all’umanità; si riferisce in particolare alla venuta di Gesù che in qualità di Giudice emetterà ed eseguirà il giudizio durante la grande tribolazione.

Ogni volta […] che In questo contesto Paolo non sta parlando della frequenza con cui celebrare la Commemorazione, ma del modo in cui farlo. In greco (sia qui che nel v. 25) compare il termine hosàkis, che significa “ogniqualvolta”, “tutte le volte che”. In pratica Paolo dice ai cristiani unti: ‘Tutte le volte che fate questo, voi proclamate la morte del Signore, e dovrete farlo finché lui non verrà’, cioè fino a quando Gesù non arriverà per riceverli in cielo ed eseguire il giudizio. A quel punto la Cena del Signore non verrà più celebrata. (Vedi approfondimento a Mt 24:30.)

mangia e beve un giudizio contro sé stesso La Cena del Signore è un pasto di comunione, simile ai sacrifici di comunione offerti nell’antico Israele. L’offerente poteva presentare un sacrificio e poi partecipare a un pasto di comunione. (Vedi Glossario, “sacrificio di comunione”.) In base alla Legge mosaica, però, chi era impuro non poteva consumare questo pasto sacro. Se lo avesse fatto, sarebbe stato “stroncato di mezzo al suo popolo” (Le 7:20, 21). La Cena del Signore è un pasto di comunione sia tra gli unti che vi partecipano — i quali, uniti dalla stessa fede, mangiano il pane e bevono il vino, simboli del corpo e del sangue di Gesù — sia tra gli unti e Geova, colui che ha disposto questa celebrazione. Questo pasto è sacro, perciò Paolo dice ai cristiani che ognuno si dovrebbe esaminare prima della celebrazione (1Co 11:27-29). Chi vi partecipa ma nella vita si comporta comunque in modo impuro, non scritturale o ipocrita “mangia e beve un giudizio contro sé stesso” perché mostra disprezzo per il riscatto. (Confronta Eb 10:28-31.)

dormono nella morte Lett. “dormono”. Evidentemente in questo contesto si fa riferimento alla morte spirituale.

veniamo disciplinati da Geova Qui Paolo esorta i cristiani di Corinto ad accettare la disciplina, o correzione, ricevuta a motivo del comportamento irrispettoso che tenevano alla Cena del Signore (1Co 11:27, 29). Reagendo positivamente a quella disciplina, i cristiani di Corinto avrebbero evitato di essere condannati con il mondo, ovvero la società umana ingiusta e lontana da Dio. Le Scritture descrivono Geova come colui che impartisce ai suoi servitori la disciplina di cui hanno bisogno, e lo fa mosso dal suo amore per loro (De 11:2; Pr 3:11, 12; Ger 7:28; Eb 12:5, 6).

disciplinati da Geova Le parole di Paolo sembrano richiamare Pr 3:11, 12, che dice: “Figlio mio, non respingere la disciplina di Geova […], perché Geova riprende colui che ama”. Nell’originale ebraico di Pr 3:11 compare il nome divino trascritto con quattro consonanti ebraiche (traslitterate YHWH) insieme al sostantivo per “disciplina”. Paolo cita questi versetti di Proverbi in Eb 12:5, 6, dove la Traduzione del Nuovo Mondo ha usato il nome Geova nel testo principale. (Vedi App. C1.) Qui in 1Co 11:32 la formulazione è simile; inoltre i termini greci per “disciplina” e “disciplinare” presenti qui e in Eb 12:5, 6 sono gli stessi che usa la Settanta in Pr 3:11, 12. Per questi motivi nel testo di 1Co 11:32 è stato usato il nome divino. (Vedi App. C3 introduzione; 1Co 11:32.)

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Copricapo
Copricapo

Nei tempi biblici le donne di solito si coprivano il capo in pubblico. Probabilmente usavano un velo, uno scialle o il mantello che avevano addosso. Ma quando l’apostolo Paolo parlò alla congregazione di Corinto dell’importanza di coprirsi il capo, non si stava semplicemente riferendo all’usanza del tempo. Ispirato dallo spirito santo, scrisse che, quando una donna si trovava a pregare in pubblico o a profetizzare nella congregazione, assolvendo incarichi che Dio aveva dato all’uomo, si doveva coprire il capo (1Co 11:5). In questo modo una donna cristiana avrebbe dimostrato rispetto per il principio dell’autorità (1Co 11:3).